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mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Maestra, di Lisa Hilton

Odiare significa essere condannati alla solitudine. E se devi trasformarti in una persona nuova, la solitudine è un ottimo punto di partenza.

Titolo: Maestra
Autrice: Lisa Hilton
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Londra. Judith Rashleigh è assistente in una prestigiosa casa d'aste, è giovane, colta ed efficiente, di ottime maniere e molto bella. Ma tutto questo non basta. Il sogno di farsi strada con la propria competenza e intelligenza si infrange contro una barriera insuperabile di maschilismo, corruzione, snobismo. Perché, a quanto pare, a fregiarsi del titolo di "Maestro" possono essere soltanto gli uomini. Ma Judith non si arrende. Combatte. Con tutte le armi che ha a disposizione. Compreso il sesso e, se necessario, la capacità di uccidere. Sola, in pericolo e in fuga, Judith può contare soltanto sulla sua capacità di mimetizzarsi perfettamente tra i ricchi e famosi del pianeta e sulla sua competenza. Tra yacht lussuosi, antichi palazzi d'Europa e oscuri traffici d'arte antica e contemporanea, Judith diventa progressivamente sempre più padrona del proprio destino, nel bene e, soprattutto, nel male. Ma è un male necessario per essere indipendente, importante, rispettata. Per essere, in una parola, "Maestra".

                                                La recensione
Pubblicizzato, discusso, chiacchieratissimo. 
E, forse per quello, nessuna voglia di leggerlo.
Finché, almeno, il desiderio di una lettura scorrevole e un po' trash, nel pieno della Sessione Estiva, non mi ha spinto nell'abbraccio morbido e mortale di questa Maestra. Perché, diciamolo, che fosse un thriller rigoroso e raffinato, nonostante le promesse delle fascette, chi ci credeva? Ho avuto, per qualche giorno, la compagnia che cercavo; il guilty pleasure che, ogni tanto, sapete, mi ci vuole. Complice il primo piano dell'autrice sul Libraio – e che bella signora che è, Lisa Hilton, e quant'è preparata –, ho avuto modo di conoscere la sua spietata bambola assassina e se sono qui, sano e salvo, è perché sono sopravvissuto al randez-vous con Judith Rashleigh. Non tutti gli uomini che la incontrano, fluttuanti nel fango del Tevere o decapitati in una cassa da morto, possono dire lo stesso. C'è qualcosa che attira, in Maestra. L'aria sofisticata, la ricca biografia della Hilton – una Sgarbi al femminile, affascinante, poliglotta e londinese; “capra!”, solo di tanto in tanto – e una copertina rossa, allusiva, che può ricordare le tele squarciate di Lucio Fontana o tutt'altro. E quel qualcosa, nelle prime pagine, lo si ritrova, non senza una certa sorpresa: una voce nuova, tanta arte – la passione e la consapevolezza con cui l'autrice parla della pittrice Artemisia Gentileschi hanno dello straordinario – e la storia, all'inizio particolarmente convincente, di una colta e spavalda travette che, sottopagata e trattata alla stregua di una stagista, sceglie di usare armi lecite e non per assicurarsi una folgorante ascesa. Judith ha un armadio pieno di capi griffati che non indossa – aspetta la sua seconda vita, scopriremo presto – e un impiego alternativo, quando cala la sera: procace cameriera in uno champagne bar, si preoccupa di curare amicizie importanti e, senza che diventi però una dipendenza, si imbuca a festini esclusivi, orge segrete, per saziare i suoi appetiti animaleschi. La licenziano, così su due piedi; diventa l'amante ufficiale del cliente più affezionato del suo bar e, in vacanza in Costa Azzurra, ci scappa accidentalmente il morto; sulle tracce di un capolavoro falsificato, trascorre l'estate in Europa, seminando spasimanti e corpi in decomposizione a ogni tappa; si stabilisce a Parigi, ma per le cattive ragazze i guai non finiscono qui. A grandi linee, ho voluto riassumervi una trama intricata e surreale, tanto che è piena zeppa di sfumature, personaggi di passaggio, scorci naturali. 
Restano l'accuratezza della Hilton – che, a mio dire, è più sveglia di un Dan Brown – e una narratrice che, nonostante le assurde avventure in cui si imbarca, minaccia e seduce. Furbo incrocio tra Mr. Ripley e Lisbeth Salander – dall'uno prende le false identità e il pallino per le città d'arte, dall'altra un'infanzia tormentata e un animo glaciale -, la Rashleigh ha tacchi acuminati, impensate risorse e, fortuna grande se sei un'arrampicatrice sociale in un universo di lussi e lussuriosi, zero sentimenti. La Catherine Tramell di oggi ha un notevole stacco di coscia, il gusto per il grottesco e le smanie dei nuovi ricchi; fa cose estreme – a letto e fuori – e, in taluni passaggi, tra citazioni pretenziose e azzardati episodi da spia del malaffare, si concede grossolane cadute di stile che, però, la portano a sfiorare inesplorati picchi di kitsch. Non sarò di certo laureato a Oxford come l'autrice, però facciamo che non vi dico, a un certo punto, dove fa nascondere il cellulare alla sua trasgressiva anti-eroina? In cambio, vi rivelo che, nel corso della lettura, davanti alla presa di coscienza che gli umori di Judith sapessero di mare, ho pensato che laggiù avesse un caveau, un portagioie e, infine, una pescheria: non necessariamente in quest'ordine. Tira più un pelo di donna che un carro di buoi, lo dicevano i saggi, ed è il sesso che alla nostra protagonista procura ingaggi e grattacapi. 
Mi state dicendo che la Hilton non presenterà il romanzo in Molise?
Un sesso occasionale e con sporadici cenni di sadismo – se lo chiedete a me, Love, il porno d'autore di Gaspar Noé, è tra i film più belli dell'anno scorso: dunque, Maestra non mi ha scandalizzato – che è talmente gonfiato, con amatori sudati e panciuti, biancheria firmata e orgasmi che affaticherebbero pure la Scala Mercalli, da non risultare un caso. L'erotismo, ma anche le feste sensazionali, i viaggi “a scrocco”, gli sfondi patinati, le griffe a profusione e i vini francesi da stappare per gli apertivi più modesti... In Maestra, la raffinatezza si fa sfarzo, la sensualità barzelletta, la conoscenza affettazione – e la femme fatale, be', se li fa tutti. Però, per una sorta di psicologia inversa, mi è piaciuto, a modo suo. L'ho trovato accattivante, rapido, ben scritto, divertentissimo. E mi sono detto: bisogna saperlo prendere per il verso giusto, mentre la Hilton si sfizia a prenderci per i fondelli. Perché in Maestra, commedia nera inverosimile e pasticciata, tutto è imprevedibile, tutto è al massimo – del rigoglio, così come del cattivo gusto – e niente, colpo di scena, è buttato lì. Un erotico non potrebbe richiederti la totale sospensione dell'incredulità per caso. E, consapevole e padrone di sé anche nel trucidume di alcune svolte, mago della mistificazione, Maestra è un passatempo da ombrellone che decide di fare il filo, per insondabili ragioni, a certi romanzi anni '60 - mi viene in mente Tanto gentile e tanto onesta pare e Donne pericolose, da poco ripubblicati dalla Sonzogno; qualcuno mi cita addirittura Il cardellino, ma Judith è più a suo agio con altri volatili – e di non rivelarci, perfino nei gustosissimi twist finali, se ci è o ci fa. Nel dubbio, lettura più per lui che per lei, o per lettori comunque dotati di abbondante autoironia e stomaco forte, mi ha irretito il necessario, complice una musa che tiene sotto mira Cupido – e qualche blogger serio e spiantato, che indossa infradito da spiaggia, veste H&M (puah!) e, a volte, soprattutto se alle ammucchiate c'è il solito pienone (pure io: vado all'ora di punta), sa sollazzarsi con infamanti guilty pleasure.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Cola 


lunedì 27 giugno 2016

Mr. Ciak: Tutti vogliono qualcosa, Altruisti si diventa, The Nice Guys, Money Monster, Cell

Richard Linklater è un grandioso cantore di amori, vite e gioventù. Anche quando, come in questo caso, non sembra. Anche quando, distante dagli amanti della trilogia di Prima dell’alba e dall’esistenza in presa diretta del miracoloso Boyhood, lontano dagli impegni, confeziona una commedia generazionale che somiglia a Tutti vogliono qualcosa: il titolo di una canzone dei Van Halen, le matricole di una confraternita sullo sfondo dei fortunati anni ’80 e, tra le righe e le risate, una verità universalmente valida. I giovani e l’inquietudine; la fatica del crescere. Questo, in un film al maschile disimpegnato e godereccio, ma spensierato solo in apparenza, che sembra raccogliere l’eredità di La vita è un sogno (non l’ho visto: rimedierò) e cominciare lì dove l’avventura del giovane Mason finiva: l’arrivo al college. Uno di quei film, forse, che piaceranno più alla critica che al pubblico: ai fedelissimi di Linklater, senz’altro. Ci vuole sforzo, inventiva e un pizzico di fiducia, infatti, nel prenderlo sul serio: nel vederci altro, o almeno un po’, dietro le feste di Animal House, gli sportivi sopra le righe di Blue Mountain State e i bagordi di un American Pie nella macchina del tempo. Parla di feste, feste e feste; dei tre giorni che precedono l’inizio delle lezioni; di una promessa del baseball che, iniziato agli eccessi e all’ozio della vita in autonomia, si rende conto, lì, di essere uno dei tanti, e non il migliore. Spassoso e nostalgico, Tutti vogliono qualcosa ha bei colori, belle tracce, belle facce – e, anche talent scout, il regista punta su stelle del piccolo schermo, nemmeno le più luminose del firmamento, che non ti aspetteresti. L’ingenuo Blake Jenner (Glee), il competitivo Tyler Hoechlin (Teen Wolf), l’esilarante Glen Powell (Scream Queens) e i loro soci vanno a caccia di ragazze in pista, filosofeggiano se sfatti, vestono jeans sfrangiati e camicie sgargianti, vivono a pieno l’euforia di una generazione lontana da loro, giovani leve, e da noi, spettatori del nuovo millennio. Ma contagiati comunque dal buonumore; dal senso di estati che dureranno per sempre. Brilli, valenti, speranzosi e affiatati, per due ore che scorrono indisturbate, tanto quanto gli studenti senza compiti per casa e senza progetti a lungo termine del Linklater più estivo – l’uscita a giugno, infatti, calza a pennello – su piazza. (7)

Ben, quarantacinque anni e un peso inconcepibile sulla coscienza, ha una moglie che lo assilla con le carte del divorzio, ricordi spiacevoli e una straordinaria propensione al bene. Vuole rendersi utile, trovale uno scopo, all’indomani di un lutto che l’ha spezzato, ma non vinto. La sua missione quotidiana, improvvisamente, somiglia a Trevor: ventenne in carrozzella, che si descrive come “bello e fico” - la modestia vien dunque da sé -, e ha la distrofia muscolare e una mamma preoccupatissima a troncargli la gioventù. Molto prosaicamente – e il contratto lo specifica -, Ben dovrà pulirgli il sedere e assisterlo, nelle sue giornate sprecate in soggiorno, tra commenti sozzi sulle presentatrici tivù, scherzi di dubbio gusto, litigi frequenti. Un giovane senza autonomia, un adulto senza senso: squadra tristanzuola, ma non troppo; improbabile di certo. In The Fundamental of Caring – Altruisti si diventa, produzione Netflix e chiare atmosfere da Sundance, sono proprio l’indipendenza e il perdono che si cercano, e magari sono la tappa successiva di un tenero ed esilarante viaggio on the road all’insegna dei desideri di Trevor: fare pipì all’impiedi, guardare il buco più profondo d’America, darsi al sesso orale con Katy Perry. Lungo il tragitto, però, accanto a una sconclusionata donna in dolce attesa, un’altra stellina del pop: Selena Gomez, ribelle e in fuga da casa. Mio carissimo Trevor, farai forse lo schizzinoso? Sono dettagli. E sono i dettagli – e i protagonisti - che contano in una commedia su ruote che fa il verso a Quasi amici e s’ispira a un romanzo del da noi inedito Jonathan Evison: libera, scorretta e un filino toccante. Vento di ponente nei territori del dolore, se seriosità e tragedie non hanno un invito formale. Sì, invece, a scaramucce, parolacce e buoni propositi di ripiego, con l’intenso Paul Rudd e l’adorabile Craig Roberts. Il resto: soste vietate e tante stupidaggini sul pensare positivo, che dette così, da loro, suonano assolutamente convincenti. Tant’è vero che, giunti a destinazione, spiace scendere e fare ciao. (7)

Una macchina sbanda, sulle colline di Hollywood, e finisce dritta dritta nel soggiorno di un bambino un po' vispo. Alla guida, morta, una pornostar che lui conosce dettagliatamente. La prima di tante morti sospette, quella, legate al mondo del cinema a luci rosse: roghi misteriosi, addetti ai lavori giustiziati e, adesso, una giovane ribelle in fuga. Sulle sue tracce – che ruolo avrà, infatti, in tutto ciò? - due detective privati. Uno senza licenza, l'altro con una vispa bambina a carico. Healy è massiccio e manesco; March è scaltro, segaligno e urla fortissimo. Agli antipodi, inizialmente, sono l'uno il nemico dell'altro, prima di allearsi. Il loro collante, la piccola Holly – che avrà fatto incetta di storie alla Nancy Drew – e omicidi legati al sicario Matt Bomer e alla potente Kim Basinger. Un chiacchierone Ryan Gosling le prende e un Russel Crowe dalla taglia forte, forse per la parte o forse semplicemente per la sua buona forchetta, le dà, in un buddy movie vecchio stampo che cita i nostri Bud Spencer e Terence Hill, Starsky e Hutch, con il desiderio di fare di questa strana coppia, magari, un'altra storica strana coppia. Ci sarà riuscito il buon Shane Black, legato alla serie di Arma Letale e già regista di Kiss Kiss Bang Bang, che similmente mescolava il giallo e la commedia al maschile? La critica ne è entusiasta, il pubblico ride. Io, intrattenuto ad arte per due ore e divertito il giusto, ho trovato loro perfetti, accattivante lo stile, gustosissimo l'intreccio. Ma, come accade con i film leggeri e leggerissimi, senza strascichi: lì per lì. Il ricordo di questi “bravi ragazzi” - il Bello e la Bestia – non resterà con me a lungo, e forse è svanito già. In poltrona, nel famoso lì per lì di cui sopra, non siamo stati stretti, tra poderose pacche sulla spalla, scazzottate, schizzi di sangue e sorrisi rilassati. Carino, molto; finché dura, almeno. (6,5)

Lee Gates, presentatore da strapazzo, nel suo seguitissimo show televisivo dà consigli a chi, investendo, spera di arricchirsi all'improvviso. Imbroglione che accenna passi di ballo e grossi sorrisi, però, di finanza e dintorni ne capisce il minimo indispensabile. Legge il gobbo alla lettera e, nelle orecchie, ha i suggerimenti di Patty, regista che ha tutto sotto controllo. O quasi. In diretta, infatti, vivono un incubo – che, sotto sotto, è il sogno di tutti coloro che sognano le impennate dello share, gli ascolti alle stelle, gli spettatori in visibilio. Kyle, giovane padre che ha perso i suoi pochi risparmi, armato di esplosivi, pistole e tanta disperazione, entra in studio e tiene Gates sotto tiro. A telecamere accese, racconta la sua storia; denuncia. E, dalla parte del torto, pian piano si sposta in quella della ragione. Le sue frecciate, i suoi sospetti, puntano a un imprenditore emergente e a sparizioni di denaro immotivate. La polizia è già fuori, l'accusato è al di sopra di ogni sospetto. Come finirà? Dopo lo spigliato La grande scommessa e l'emotivo 99 Homes, una professionale Jodie Foster – nonostante la sua regia senza guizzi, un po' televisiva – ci parla della recessione e di una Wall Street in caduta libera in questo Money Monster. Leggero, a sorpresa, ma per il resto ben poco sorprendente. Indeciso sui toni, non troppo caustico né troppo impegnato, ricorda Live! e il recente El desconocido, visto, piaciucchiato e snobbato. Mi tocca rivalutarlo, quel thriller spagnolo su un banchiere fraudolento in linea con un burattinaio truffato, all'indomani di un prodotto come questo, fatto di nomi altisonanti e scarso mordente. Se fa piacere, dopo Skins, vedere un O’Connell sempre più lanciato, Clooney e la Roberts – lui esagerato e lei, per ragioni di copione, sciatta – abbracciano ruoli interpretati in tempi recenti. E gli occhi dello spettatore, in prove attoriali senza sforzo e in risvolti telefonati, nonostante un ritmo forsennato e una Foster che fa tanto piacere ritrovare, passano oltre senza indugiare. (6)

Dieci anni fa, Stephen King firmava Cell. Uno spunto interessante, sì, ma, a detta di tutti, non un capolavoro. Di certo, non un romanzo degno di una trasposizione tutta sua. Soprattutto, non così in ritardo. Il Re, infatti, giocava con cannibalismo e tecnologia, prima che i social ci rendessero dipendenti, che la tivù ci proponesse appuntamenti settimanali con i non-morti di The Walking Dead, che qualcuno – per altre vie, sotto nomi diversi – s’impossessasse dell’idea, rielaborandola. E sono dieci anni, quindi, che la trasposizione cinematografica di Cell fa parlare di sé, ma non decolla. Eli Roth alla regia, oppure tra i produttori esecutivi? Film, o riduzione televisiva? Il 2016, anno in cui King ha subito un trattamento quantomeno dignitoso con la miniserie 22.11.63, vede il progetto andare in porto e, in sordina, giungere al cinema. D’estate. Stagione per eccellenza degli horror da poco. Il ritardo è imperdonabile; la curiosità è scarsa anche se si è fan sfegatati come me; il cast è buono, ma promette un compitino fatto di fretta. Nonostante tutto, però, Cell si rivela ben peggiore del previsto: inconcludente, inservibile, noiosissimo. Dopo un incipit piuttosto efficace in  un aeroporto contagiato dalla pazzia, e già lì, per bruttezza, spiccavano i titoli di testa, il film segue il viaggio di un inebetito John Cusack e di un insopportabile Samuel L. Jackson in cerca del figlio del primo. Lungo il cammino, giovani sopravvissuti – la nota meno dolente è Isabelle Fuhrman, bollata come promettente sin dai tempi di Orphan – e uomini e donne che hanno perso il senno. La violenza scarseggia, i dialoghi vorrebbero conferire invano intimità a una pellicola senza perché e, dando una spolverata a vecchi ricordi, giurerei che tanto, tra le pagine, andasse diversamente. Ennesimo caso in cui, passando sul grande schermo, Stephen King viene massacrato, Cell è un’operazione fuori tempo massimo, indesiderata, che, nel fatale passaggio, combina forse più disastri dell’ennesima, incomprensibile apocalisse. (3)

venerdì 24 giugno 2016

Recensione: Io prima di te, di Jojo Moyes

Desidero essere un uomo che è stato a un concerto con una ragazza con un abito rossoSolo per qualche istante ancora.

Titolo: Io prima di te
Autrice: Jojo Moyes
Editore: Mondadori – Numeri Primi
Numero di pagine: 391
Prezzo: € 13,00
Sinossi: A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell'autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un'esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l'altro per sempre. "Io prima di te" è la storia di un incontro. L'incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all'improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l'una all'altra a mettersi in gioco.

                                                  La recensione
Qualche volta, sei praticamente l'unica ragione per cui desidero alzarmi al mattino.
Avevo questo romanzo dalla copertina color zucchero di canna da qualcosa come tre anni. Ricordo che era il mese di gennaio e che, davvero, davvero, avrei voluto fosse la prima lettura dell'anno nuovo. Poi, in ordine sparso, c'erano stati: il ritardo dei postini, con la testa ancora in vacanza; quel gran parlarne – bene e, più per partito preso che altro, male; mia mamma che me lo aveva chiesto in prestito. Che errore era stato lasciare che leggesse Io prima di te, be', prima di me. In lacrime, si era sentita in dovere di dirmi cosa fosse accaduto in quell'epilogo che tanto la aveva provata. Ho sperato invano di dimenticare la pioggia di spoiler e lacrime salate, nonostante in famiglia non ci siano casi di Alzheimer precoce – ho una memoria di ferro, soprattutto se si parla di finali che sconvolgono – e nonostante di lì a poco, neanche a farlo apposta, il bestseller della brava Jojo Moyes sarebbe tornato sulla bocca dei più per una trasposizione cinematografica in arrivo quest'autunno e un seguito tutt'altro che necessario. L'ho recuperato in ritardo, ma prima che il polverone appena abbassato si alzasse con la complicità del buio in sala e dei volti ovunque, sulle riviste, della coppia Emilia Clarke-Sam Claflin (che più perfetti proprio non si poteva). E, alzatore di occhi al cielo per eccellenza, storcitore di naso per professione, pensavo avrei fatto parte della tribù dei bastian contrari: all'orizzonte, sdilinquimenti, buoni sentimenti, lacrime facili. Avevo in mente, con lui così normativo e lei, al contrario, tutta servizievole, il maligno sottotitolo di Cinquanta sfumature di catetere. Mi dispiace: la lingua lunga, il fare scettico e un po' cinico saranno per un'altra volta. La storia, ormai, la conoscerete già: una giovane disoccupata, che fa di necessità virtù, al capezzale di un trentacinquenne di successo a cui la fortuna ha voltato le spalle. Ma non c'è buonismo e non ci sono sospiri, se si punzecchiano per tutto il tempo, una storia d'amore non è il primo dei loro pensieri – e infatti un sentimento nuovo farà comparsa giusto nelle ultime pagine – e, soprattutto, se si somiglia almeno un po' a Lou e Will. Lei, ventisei anni, è morbida, spigliata e scoppia di vitalità: abbina capi d'abbigliamento alla bell'e meglio, fa da collante a una famiglia affollatissima e non si tira indietro quand'è tempo di rimboccarsi le maniche. Ha un fidanzato vanesio, dedito al culto di sé, e il ricordo di una notte dolorosa, risalente all'estate dei suoi vent'anni, che la pietrifica lì dov'è. 
Lui, che ha visto il mondo in lungo e in largo e ha sfidato Madre Natura, vive da due anni su una sedia a rotelle: paralizzato dal collo in giù. Però parla e ragiona, Will, e, sfortunatamente per lui, ricorda nel dettaglio com'era la vita di borghese rampante, prima che rimanesse vittima del traffico londinese: si è dato sei mesi – e la spumeggiante Lou come assistente – per cambiare opinione su una scelta che gli ronza in testa da un po'. In loro, protagonisti a sorpresa di una parentesi leggerissima, buffa e toccante, il segreto di Io prima di te. Tragicomica storia su due anime (gemelle) che, se si fossero incrociate in altre circostanze, in salute, non si sarebbero mai piaciute; o, dandosi sui nervi a vicenda, di due mondi opposti e di due inconciliabili sensibilità, non si sarebbero comunque dati un'altra chance. Ricordano la popolana e il prof di My Fair Lady: perché lui, tetraplegico e con un ricco bagaglio alle spalle, insegna qualcosa a lei (la musica classica, il cinema straniero, l'avventura); e perché lei, che pianifica di arricchire le giornate di Will (con, appunto, musica, cinema e avventura), nel mentre arricchisce le sue.
Ricordano la strana coppia di Quasi amici, ancora, in un ménage domestico propenso ai qui pro quo, all'indiscreto fascino dell'umorismo nero e appena appena schiuso davanti alla prospettiva della tenerezza. Eppure, allo stesso tempo, non ricordano nessun altro, ma loro due e basta: aperti come sono a quella sconveniente ironia bandita nei serissimi mèlo di uno Sparks – buoni propositi che restano impantanati nel fango di un parcheggio, cateteri che si staccano per la riderella, tatuaggi beffardi che raffigurano una data di scadenza -, e destinati a un epilogo realistico e coraggioso, che divide. Indipendentemente dal fatto che, mio malgrado, già lo conoscessi, l'ho trovato però il capitolo meno intenso e più affrettato di un mattoncino di quattrocento pagine che, per il resto, ha tempi cinematografici, un dignitoso lavoro d'introspezione e quel delizioso piglio british che trova inaspettati compromessi tra lacrime e grasse risate. C'è tanta allegria, perciò, in Io prima di te, e non era un'ospite scontata; a mancarmi, un magone che, sulla poltroncina del cinema, risponderà prontamente all'appello. La colpa, forse, di soldi che fanno la felicità di entrambi: i gesti generosi, i viaggi, i momenti da sogno all'ombra dei tropici; i punti clou di una fantasiosa “bucket list”, a discapito di chi soffre ma non vive in un bel romanzo e che, per sorridere, qualora sia abbastanza fortunato da innamorarsi, non ha che le cure della Louisa di turno. Anche i ricchi piangono, insomma, però, per tre quarti della lettura, ancora prima di virare verso il romance, questi qui mi sono parsi irresistibili. E, finché sono stati nella dèpandance di lui, a prendersi in giro, fermi immobili, ho desiderato per loro un gran bene - senza prezzo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – Photograph 

lunedì 20 giugno 2016

Recensione: Brucio, di Christian Frascella

Il fuoco non ha colpe. Ce l'hanno le persone. 


Titolo: Brucio
Autore: Christian Frascella
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 343
Prezzo: € 17,50
Sinossi: "Il fuoco. La stanza invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore mi crepita nelle orecchie come legna spezzata da un calcio. Il fumo mi annebbia la vista. Le narici invase, il respiro sempre più corto, disperato. Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. Cerco mia madre, cerco mio padre, cerco Anna." L'incendio di quella notte gli ha sfigurato il volto e si è portato via tutto. Di quel Tommy bambino non è rimasta che l'ombra, l'unica cosa di cui gli altri non sembrano aver paura, provare ribrezzo. Da allora Tommy passa da una famiglia affidataria all'altra, su e giù per l'Italia. Ogni volta, però, insieme a lui arrivano le complicazioni. Del resto, se hai una faccia come la sua, non puoi "che essere un poco di buono, un delinquente, un ladro, un potenziale omicida". E poi la gente ha un bel dire che l'aspetto non conta. Magari andrà meglio stavolta, ora che è approdato in un paesino di provincia come ce ne sono milioni, rassicurante: "Case attaccate a case, palazzi che si strusciano con altri palazzi, e strade che ti ributtano sempre verso il centro casomai dovessi perderti". E che ad accoglierlo ci sono i Cotta, brave persone: madre avvocato, padre pompiere, un figlio diciassettenne suo coetaneo. Ma quando i guai li hai cuciti addosso c'è poco da fare. Succede così che, a poche ore dal suo arrivo, Tommy assista per caso a un rocambolesco tentativo di furto in un negozio e che venga arrestato da un ispettore di polizia in pattuglia che lo crede coinvolto, e che da quel momento gli darà il tormento. A scuola non va certo meglio, ma almeno lì c'è Sally, occhi scuri e l'aria di una "come di passaggio", che "un attimo c'è, un attimo dopo potrebbe non esserci". Conoscerla per Tommy è come tornare a respirare. Con lei accanto il futuro fa meno paura e tutto sembra possibile. Anche per lui. Se solo non fosse la nipote dell'ispettore che l'ha arrestato quella notte. E se solo quel tranquillo paesino a due passi da Asti in cui tutto sembra perfetto non nascondesse mostruosità che proprio lui si ritroverà, suo malgrado, a svelare.

                                                 La recensione
Magari con te qui smette di mangiarmi le notti.
Qualche anno fa, d'estate, conoscevo Christian Frascella e il suo Mia sorella è una foca monaca e, con mia grande sorpresa, ne rimanevo positivamente colpito. Spiazzato, intenerito e perfino un po' commosso, nonostante il ritardo della scoperta. L'autore era già passato altre volte in libreria – con Einaudi, Salani e, ora, Mondadori –, ma io mi avvicinavo al suo esordio fuori tempo, complice il prestito di un'amica. Storia di fabbriche e crescita, ritratto familiare dolcissimo ma sopra le righe, aveva un ragazzo riccioluto e sanguinante in copertina, uno stile pungente e quella tristezza sottile, che hanno i romanzi che ti dispiacere profondamente, poi, restituire al mittente. Da allora, mi sono ripromesso di acquistarne una copia mia e, soprattutto, di leggerlo più spesso, questo Frascella fatto di parole di ghiaccio, personaggi in cattività, province pestilenziali. Non ho fatto né una cosa né l'altra, però, fino a oggi. Quando mi sono avvicinato al suo Brucio, sempre un po' in ritardo, e, a fine lettura, il mio carrello Amazon si è riempito in automatico di altri romanzi dei suoi. Curioso di vederne un'altra faccia ancora, dopo quest'ultima - l'ironia caustica, i periodi spezzati, le cuciture vitali tra il crime e la narrativa per ragazzi. Somigliava a quella di Tommy, questa: una maschera di bruciature, impassibile, ma con l'emozione che guizza dagli occhi. Tirando la linea del comune divisore, cos'è che ritrovo? Le costanti di una scrittura accattivante, di un anti-eroe in cerca di guai, di una sinistra realtà industriale. Conosco un diciassettenne sopravvissuto al caos che ha inghiottito, una notte, la sua famiglia. Si sveglia con la voce della sorellina Anna nelle orecchie, urla il suo nome oltre le fiamme. Lei è andata, insieme alla sua innocenza, ma le fiamme restano. Addosso. Sulla faccia, mostruosa, e un corpo che nasconde. Le lingue di fuoco gli hanno fatto il dono di una lingua altrettanto lunga e sferzante: ha imparato a difendersi con quella, Tommy, e con i calci. Lezioni dell'inferno, della strada, di un'adolescenza in perpetuo affido. Finché, a un anno da una maggiore età che lo affrancherà finalmente dal sistema, non arriva in un paesello del nord, tra le solite occhiatacce, i soliti sospetti, i capitoli di transizione della solita storia che vorrebbe lui oggetto di derisione e capro espiatorio. Questa volta, però, lo parcheggiano in una famiglia in cui nessuno allunga le mani: i Cotta, anzi, sono tipi a posto – mamma avvocato, papà pompiere, figlio liceale (e bassista). E, a scuola, c'è un motivo valido per comportarsi bene: si chiama Sally, ha capelli biondi che puntano ovunque e un passato che, più che tragico, è una martellata sui denti. 
Troppo per cui restare, ma tanto per cui fuggire: uno sbirro affetto da delirio d'onnipotenza, un cattivo tenente, che è zio della ragazza sbagliata (ma così giusta, eppure, per l'inquieto Tommy) e segugio sulle tracce di tre rapinatori mascherati. Si è messo in testa che il nuovo arrivato in città, con la sua brutta faccia, sia uno di loro; magari il boss. Vieta che Sally, malinconica come in Vasco e a pezzi come la bambola del cartone di Tim Burton, lo frequenti alla luce del sole. Ma la giustizia fa il suo giro – l'ingiustizia, tuttavia, conosce furbissime scorciatoie – e l'amore, tra i non voluti e gli abbandonati, è un bisogno viscerale. Brucio,con la sua copertina di un giallo che non si può ignorare, è il romanzo che avrebbe meritato le fascette promozionali; senz'altro, più pubblicità. Perfettamente funzionale in ognuna delle sue componenti, sa essere un noir suburbano e un'emozionante storia d'amore; feroce, crudo, romantico, è una nuova lettura, un nuovo Frascella, che si divora in stato febbrile e, lì per lì, ipnotizza. Sembra un film, davvero. Le ronde notturne in bibicletta, le disgrazie che non danno scampo e due protagonisti scavati, sezionati, a cui l'autore offre sporadici momenti di pace e drammi inadatti alla prima serata. Il tempo necessario per farli conoscere, farteli conoscere, e accendere il cerino. Un lui ostracizzato, una lei abusata e, tutt'intorno, il pandemonio. Brucio brucia il traguardo in un lampo, scattante e tutto nervi com'è. Nel mentre, mi dà prova, di nuovo, del talento di Frascella – un Ammaniti, quasi, che conosce bene i chiaroscuri e altrettanto bene il linguaggio dei giovanissimi – e ci mostra quanto sia serio darsi allo young adult. 
Questione di un attimo, lo scatto di uno Zippo, e alla scintilla segue il bang di storie in orbita, che si leggono un po' a mente leggera e un po' a cuore pesante.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Rape me

giovedì 16 giugno 2016

Recensione: Le sorelle, di Claire Douglas

Credi che l’abbia scoperto, ha scoperto il nostro segreto?

Titolo: Le sorelle
Autrice: Claire Douglas
Numero di pagine: 333
Prezzo: 16,90
Sinossi: Ha tagliato i ponti con la famiglia, si è isolata dagli amici, si è trasferita in una nuova città. Eppure, quando incontra Bea, ha l’impressione che il destino le stia dando una seconda occasione. Perché quella ragazza non solo è fisicamente identica a Lucy, ma le assomiglia pure nel modo di parlare e di vestirsi. Inoltre anche lei ha un gemello, Ben, perciò più di chiunque altro comprende il vuoto che sente Abi. E si propone di colmarlo, accogliendola nella grande casa che divide col fratello. Se con Bea è stata un’affinità istantanea, con Ben è amore a prima vista. Tuttavia, più tempo passa insieme con loro, più Abi si convince che ci sia qualcosa che non vada. All’inizio è solo una sensazione; poi, però, sono arrivate le fotografie strappate, gli oggetti spariti dalla sua camera, l’uccello morto lasciato sul letto. Sono opera di Bea, folle di gelosia per la relazione del gemello? A volte, Abi spera che sia così. Altrimenti vorrebbe dire che qualcuno ha scoperto il suo segreto. 
                                               La recensione
Sono le regole base.
Non giudicare un libro dalla copertina.
E, nei romanzi di genere, nulla è come che sembra.
Leggendo Le sorelle, thriller che le maggiori testate britanniche acclamano come esordio dell'anno e magistrale gioco psicologico, mi trovo a pensare che la prima regola l'ho dimenticata per forza – la scarpa con il tacco e quella da tennis, le assi del pavimento e il font cupo mi avevano soggiogato già –, che la stampa intesse fantasiosi fregi al vero e che il secondo punto, quello sulle apparenze che ingannano, in realtà è il solo che io, la critica estera e Claire "a mai più rivederci" Douglas abbiamo rispettato fedelmente. Nella sua storia, infatti, non c'è un singolo spiraglio di mistero, non ci sono morti o sparizioni e i personaggi principali, che ora in prima e ora in terza persona si raccontano in capitoli alterni, giocano a carte scoperte senza la minima furbizia. Nulla, in quasi quattrocento pagine, è imprevisto, e troppo è lasciato al caso. Di giallo, in Le sorelle, solo la calzatura solitaria su una copertina che ti inganna. Se non fossi a conoscenza della bontà di Barbara, addetta stampa di rara pazienza e disponibilità, penserei che mi abbia giocato un tiro mancino.
Che si sia sbagliata, infatti? Che, durante la spedizione, il vestito gotico e piovoso pensato per la Douglas sia scivolato per errore su un romanzo sentimentale, e di quelli poco pepati? Istintivamente, a un certo punto, gli ho tolto la sovracopertina: così, per sapere se ci fosse stata una svista. Le sorelle, infatti, non mi convinceva sin dai primi capitoli. Mentirei se dicessi il contrario: che c'è stato un episodio in particolare a scavare un abisso di insofferenza tra noi. Hanno fatto il necessario uno stile pedestre, le promesse mancate, i tanti figuranti biondi e poco sospetti. La storia in teoria: una trentenne sconta sulla propria pelle i traumi per la morte della sorella gemella, di cui si sente nel profondo colpevole, e s'imbatte in Beatrice, che come la sua parente defunta è gioiosa, chiara, lentigginosa. La somiglianza è forte e Abi, narratrice inaffidabile e donna ossessiva, sviluppa per l'altra una forte attrazione. Qualche pagina – senz'altro, non abbastanza – e le due diventano coinquiline, in una casa che ospita giovani artiste e un solo uomo. Ben, il gemello di Beatrice. E la protagonista, inizialmente affascinata da lei, cambia poi sponda e pensiero per via di questo marcantonio imponente, scozzese, biondo, che fa sospirare, desiderare la mela proibita e dimenticare l'inizialmente appetibile Bea. Messa in secondo piano, ecco che la nuova conoscenza di Abi reagisce. Compaiono foto strappate, velate minacce, passerotti decapitati sul copriletto. C'è stato un passato torbido tra Beatrice e Ben, uniti ben oltre il limite del sano amore fraterno?
Quale delle due donne – che hanno lo stesso guardaroba, gli stessi tratti e, in definitiva, lo stesso tarlo – è colei che merita la nostra spassionata fiducia? La storia in pratica: un prevedibilissimo triangolo amoroso, pruriginoso manco un po’, con un terzetto di personaggi che vivono una vita bohèmien e piatta: come se si conoscessero da una vita (e non da una manciata di pagine); come se fossero nel fiore della vita universitaria (e non trentaduenni dal sospettissimo caschetto fulvo); come se un The Dreamers incontrasse Inserzione pericolosa (e, anziché darsi al brivido, tra trasgressione e doppie identità, l’erotismo e il thriller andassero a dormire assieme alle galline). Due figure femminili senza misteri, poi, e, al vertice, l’uomo che non deve chiedere mai. Scrittura insipida, comprimari inservibili e, a parte, “morti ammazzati cercarsi”. I lati positivi: un’inconsistenza di fondo che, lì per lì, in pieno ripasso, ho scambiato per una specie di fluidità; una curiosità mantenuta viva e vegeta – vivi e vegeti anche tutti i personaggi, perché Le sorelle è un thriller senza omicidi e senza gusto – da indizi e piccoli dubbi, che purtroppo trovano sommarie spiegazioni. 
Eccessiva pretesa, infatti, sul finale, aspettarsi un colpo di scena.
In questo, la pigrizia di Claire Douglas, sì, cambia le classiche regole.
La copertina è la sua virtù maggiore: la sola soddisfazione che il detto ci riserva.
E, strada facendo, si rivela un romanzo rosa mascherato da giallo; magari, nella stessa notte in cui la gemella di Abi, Lucy, perse la vita, ad Halloween.
Parente, Lucy, di cui avevo dimenticato, tra l'altro, il nome e l’esistenza: in secondo piano, rispetto alle false relazioni pericolose dei personaggi principali.
Sangue del proprio sangue che in un esordio sopraffino rispolverato quest’anno, con Rosamund Lupton, pulsava, al contrario, notte e dì.
E sorella, qui, che ti fa desiderate di essere figlio unico.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Wrongchilde – Love is a Battlefield (feat. White Sea)

lunedì 13 giugno 2016

Mr. Ciak: La pazza gioia, Alice attraverso lo specchio, Somnia, Friend Request, Krampus

Guardandole non si direbbe. Una che si atteggia da gran signora, l’ombrellino orientale e i vestitini griffati, e l’altra tutta nervi e tatuaggi. Che siano amiche, dico. E, soprattutto, che si siano incontrate nella stessa gabbia di matti, in un rumoroso casolare toscano. Beatrice, vanitosa e aristocratica, ha il numero di George Clooney in rubrica, fa foto con il Presidente, millanta parentele tanto importanti quanto improbabili. Altezzosa e appariscente, starnazza, urla al complotto, ordisce – e intuisce – piani superiori. Donatella, a un passo dall’anoressia e dall’abisso, è tutta il contrario, con i modi rozzi, il fare taciturno, il nome in un articoletto di cronaca nera. Scappano, con i capelli al vento e le macchine rubate. Come Thelma e Louise sotto Valium. Dai guai, dalle vane minacce dell’interdizione: verso una gioia su misura. Per la prima, un bagno caldo, le bollicine, i ristoranti stellati. Per l’altra, che parla poco e piange sempre, il figlio che le tengono lontano. Non sanno tenere a bada gli sbalzi d’umore e le ricadute: cosa combineranno con il cuore tuo, spettatore medio, tra le mani? La pazza gioia, che arriva da noi dopo la calorosa accoglienza a Cannes e il da me poco apprezzato Il capitale umano, è il ritorno e la conferma di un regista che ci rendeva fieri e soddisfatti ancora prima che un Mainetti, un Genovese o un Rovere giungessero in sala, per farci gridare alla novità. Virzì non si smentisce né si svende. E nemmeno sorprende, a mio dire, con una tragicommedia che è perfettamente nelle sue corde, e senz’altro alla sua risaputa altezza. Porta con sé due fedelissime: Micaela Ramazzotti, che l’ha anche sposato; quella Valeria Bruni Tedeschi che mi fa antipatia da un po’. Il pregiudizio, però, lascia il tempo che trova. La prima avrà trovato sì un marito facoltoso, un nome, ma Virzì in lei ha incontrato la sua musa: straordinaria, in particolare, in un monologo sul lungo mare di Viareggio, in abito rosa confetto. L’altra, sorella di “Carlà”, ci sfida a non trovarla esilarante e procace, questa volta, con la parlantina a raffica, le scollature profonde, le arie da parvenu. Sono in sincronia: opposte, ma inarrestabili. Non c’è camicia di forza che tenga, non c’è sbavatura che le faccia sfigurare – qualche ripetizione al centro, ad esempio, e un epilogo poco netto. La pazza gioia fa affidamento su di loro, una scrittura preziosa, un Virzì che per galanteria fa troppo spazio alla Archibugi sceneggiatrice. E non si scappa, davanti a un’ilarità esagerata – quella di chi un po’ ride e un po’ si strugge – e una commozione che, se non fosse stato per un cinema pieno e la mia discrezione, sarebbe giunta onesta e torrenziale. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli che concilia, tutta la speranza del mondo. Anche se, inclini alla malinconia, i lieto fine non ci piacciono, ma c’è chi – nonostante tutto e nonostante noi – si merita un bene possibile senza pastiglie. (7,5)

Alice, non richiesta, è tornata. Sulla terra ferma, dopo un viaggio presso i confini del mondo. Nel Paese delle Meraviglie, usando uno specchio per portale. In sala, a sei anni di distanza, con un cast riconfermato, un James Bodin che di Tim Burton scimmiotta il kitsch e l’opulenza, un Johnny Depp che, come il suo Cappellaio, è in crisi d’identità. Nei mondi vagamente ispirati ai capolavori surreali di Lewis Carroll, infatti, c’è grande preoccupazione per le sorti di colui che festeggia i non compleanni e anima l’ora del tè. Colpevole non di violenza domestica ai danni della sua bellissima moglie bensì di avere procurato la morte della sua famiglia (o almeno è quello che tra sé e sé si dice), si è immalinconito e va sbiadendo. Ritornare indietro nel tempo, allora, per saperne di più, scongiurare la catastrofe e, per la seconda volta, ricercare un lieto fine che ai matti e ai lunatici non dona granché. Tra i pochi al mondo ad avere abbastanza gradito il primo – quindicenne, lo avevo visto in compagnia, in un pomeriggio in cui ero stato particolarmente felice –, mi approccio al sequel scettico, annoiato e già messo in guardia dalla critica. Come da programma, io che eppure di recente mi sono goduto cosette come Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, lo trovo caotico, buonista, pacchiano. Ci sono quei salti nel passato per cui ho un noto debole (e qui si vengono a sapere i segreti del Cappellaio e le gelosie tra le due Regine rivali), e c’è il non trascurabile fatto che la Alice del titolo sia poco più che una figurante, in una trama pretestuosa, raffazzonata, piena zeppa di coincidenze e buchi cosmici. Se una giovane lanciatissima come la Wasikowska, data la pochezza del ruolo, non avrebbe dovuto partecipare, fanno bene – o almeno, il solito – questo Depp in caduta libera, una scoppiettante Bonham Carter, un Sacha Baron Cohen insopportabile. Il resto è la pochezza più totale, infiocchetta ad arte dagli scaltri arraffoni dei castelli Disney: se proprio ti piacciono i ghirigori, i toni iridescenti, gli interpreti sopra le righe di personaggi fuori dal Creato, le bomboniere senza anima e confetti. (5)

Cody, passato da una famiglia affidataria all'altra, vuole una mamma e un papà che si prendano cura di lui. Jessie e Mark vogliono in casa una piccola presenza che scacci il vuoto – e gli spettri – del figlio defunto. Le carte per l'adozione, una psicologa che fa da tramite e, in poco, la loro storia può avere inizio. Ma Cody, posato e intelligente, ha un segreto miracoloso: di notte, i suoi sogni diventano veri. Il salotto, dunque, è invaso da farfalle variopinte, alberi decorati e, infine, dal riflesso di quel bambino annegato ma che, dall'aldilà, attraverso l'illusione, consola i due protagonisti. C'è un ma: a trasformarsi in realtà, anche i suoi incubi. E, in precedenza, hanno già divorato i vecchi tutori, svaniti nel nulla. Chi è l'Uomo Cancro di cui tanto ha paura? Come fermarlo, se non assecondando i rituali del piccolo: caffè forte, bibite energetiche, luce accesa per non prendere sonno? Somnia, thriller paranormale che giunge in sala nel momento più propizio, ha la firma e la direzione di Mike Flanaghan – molto apprezzato altrove per Oculus e Hush: da me, non troppo – e, nei panni dell'infante del mistero, il prodigio dell'anno: un Jacob Tremblay meno impegnato che in Room, ma che anche con un taglio netto della chioma, una sceneggiatura semplice ma d'effetto e un doppiaggio pessimo, dall'alto del suo metro e un po', assicura empatia e sconfinata tenerezza. Insieme a lui, una buona Kate Bosworth e un Thomas Jane che, al contrario dell'irresistibile Tremblay, avrebbe bisogno sì di cambiare parrucchiere. Il trio, in un'ora e trenta che scorre senza sbadigli o grossi sussulti, con uno spunto narrativo originale sfruttato né al meglio né al peggio, spinge furbamente sulla presa emotiva che, alla lontana, si rifà agli horror del filone più commovente: The Orphanage, Babadook, La madre. Il risultato, sebbene poco memorabile, mi è piaciuto: la fattura è quella dei prodotti di genere che affollano le sale nella bella stazione, né più né meno – comprimari non di prima scelta, sceneggiatura alla buona, riferimenti di cui non si è sempre all'altezza –, ma davanti agli occhi grandi dell'attore dell'anno, troppo profondi per spaventare, e a un risvolto toccante, fiabesco, qualche brivido sparso e qualche farfalla immaginaria, al risveglio in un nuovo mattino, l'ho ritrovata. (6,5)

Laura, bella e popolare, accetta tra le sue amicizie – virtuali e non – la schiva Marina: l’abbigliamento goth, una vita sociale non contemplata, la passione per l’arte e l’occulto. I suoi amici sghignazzano, ma la protagonista, non la solita adolescente superficiale e senza cuore, dà corda alla ragazza che, a lezione, siede sempre da sola. Finché non inizia a diventare invadente, a chiedere troppo: la diplomazia di Laura si esaurisce e Marina, rifiutata, si impicca, lanciando un video che diventa virale. Non va via, però: il suo corpo non viene ritrovato, la bacheca della sua nemica diventa un luogo di video truci postati dall’oltretomba, il portatile – come lo specchio nero delle streghe – potrebbe averne conservato l’anima e la malvagità. Se Somnia poteva essere meglio, da Friend Request, horror estivo ambientato nell’era Facebook, ci si poteva aspettare certamente il peggio. Invece, pur nella sua mediocrità, si guarda con piacere e qualche raro sussulto, fino a un epilogo, a onor del vero, scontato: un’escalation di suicidi, una vendetta, il cyber bullismo della vittima verso la sua aguzzina senza colpe. La ghost story più atipica si muove a colpi di click e “mi piace”; isolamento e orrore, la fobia tutta contemporanea di trovarsi tagliati fuori dai social, sono messi a fuoco da una regia cupa, spunti discreti, risultati dignitosi. Ispirato a Carrie e a un The Ring, meglio di qualsiasi Ouija, ha dalla sua protagonisti tollerabili – il principe di The Royals, il fratello minore di Gossip Girl, la bella di Fearing the Walking Dead – e un’ora e mezza che va, forse non si ricorda, ma lascia comunque intrigati il necessario. (5,5)

Ancora prima che il mio spirito del Natale morisse del tutto, c'è una cosa che ho sempre detestato: il cenone in famiglia. Solo io, tra tombolate per cui uccidere e discorsi che proprio boh, mi sono chiesto: ma sotto quale cavolo mi avranno mai trovato? Se lo chiede anche il piccolo Max che, a dieci anni, continua a scrivere lettere a Babbo Natale e a confidare nelle tradizioni. Tranquillo e sognatore, va in bestia quando iniziano le liti con i cugini più grandi, le frecciate degli zii, i silenzi sospetti di mamma e papà. Strappa la lettera indirizzata al Polo Nord, esprime un fatale desiderio. E sulla casa, al buio, scoppia la bufera: tagliati fuori dal mondo, non sanno che hanno aperto le porte all'ombra di Babbo Natale e ai suoi aiutanti. Perché la nonna, che parla solo tedesco e crede alle leggende, non vuole che il fuoco del camino si spenga? Di chi sono le risate, le minacce e gli squitti che precedono l'arrivo del famigerato nemico delle feste? Krampus, atteso lo scorso dicembre in sala e poi misteriosamente scomparso dalla programmazione, spunta in rete. Odio i film a tema che affollano Canale Cinque nel periodo fatidico, ma anch'io, come tutti, ho avuto un'infanzia piena di cult. Un posto speciale nella mia memoria, dunque, al Mamma ho perso l'aereo che eppure precede di quattro anni la mia nascita. Un'altra rimpatriata, altri parenti che scatenano il peggio di noi, e così il desiderio dell'indimenticabile Kevin McCallister diventava realtà: feste solitarie per lui, festeggiamenti di sangue per la commedia horror di Michael Dougherty, che cita – nel raccontarci l'assedio di Max e dei suoi familiari – il cinema per tutti di Columbus e, soprattutto, Joe Dante. Krampus è un home invasion sotto la neve, essenzialmente, i cui ospiti – omini di pan di zenzero assassini, clown, elfi poco amichevoli – strizzano l'occhio ai celebri Gremlins e ai giocattoli in movimento di Small Soldiers. Se l'idea è stuzzicante, se il mix colpisce nel segno, la scrittura fa il minimo indispensabile: ci sono paurosi cali di tensione a metà, gli spauracchi e i sorrisi scarseggiano, il finale risulta telefonatissimo. Anche Krampus, così affascinante quando mostrato in uno splendido flashback a cartoni, pur essendo l'ospite più atteso, a tratti (nonostante la totale mancanza di ironia e la recitazione amatoriale di quel film lì) lo si preferiva nel b movie A Christmas Horror Story, che non a caso avevo evitato di recensire.  (6)

venerdì 10 giugno 2016

Recensione: Non è la fine del mondo, di Alessia Gazzola

Vorrei essere una persona da cui essere felici di tornare.

Titolo: Non è la fine del mondo
Autrice: Alessia Gazzola
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre). Residenza: Roma. Per il momento - ma solo per il momento - insieme alla madre. Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo dell'odierna zitella, solo l'allergia ai gatti. Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo. Avvilita e depressa, dopo una serie di colloqui di lavoro fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove viene presa come assistente. E così tutto cambia. Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia finalmente allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista. Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov'è? E perché il famoso scrittore che Emma aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica del suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell'affascinante produttore che continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?

                                          La recensione
Sessione Invernale che vai, Alessia Gazzola che trovi. 
Questo, da un paio d'anni a questa parte. 
E invece, nel gennaio più catastrofico della mia vita, l'Allieva non era lì accanto a me. Alessia, Alice, dove siete andate? E mi ha risposto l'eco, insieme all'ufficio stampa Longanesi: tornano in autunno, mi assicurano. 
Nel mentre, la pubblicazione targata Feltrinelli di Non è la fine del mondo: una nuova protagonista, una nuova realtà editoriale, nuove abitudini a cui come mio solito faccio una certa fatica ad abituarmi. Storia, intuiamo dalla copertina, di una giovane donna ben vestita, che sogna le villette con i glicini e i rampicanti, ha la frangia e pensa al cinema. Il sottitolo svela di più. Emma è la tenace stagista e la sua, commedia romantica, è una favola moderna. Emma non è Alice, e Alice non è Alessia. Ad assicurarcelo, nelle interviste e nei post, la simpatica scrittrice siciliana che da un po' seguo e consiglio spassionatamente. La Gazzola mi fa bene, con i suoi piccoli misteri, i poligoni sentimentali e le eroine sbatate. Emma De Tessent ha un cognome pretenzioso, una famiglia aristocratica in declino da svariate generazioni, la passione segreta per ciò che è naturalmente inarrivabile: il posto fisso, al giorno d'oggi, e quegli uomini usciti dai romanzi rosa un po' porneggianti che legge mangiando biscotti. I soggetti in questione, ha scoperto bruciandosi, o sono sposati, o non esistono. Amara verità, insieme a quella che le dice che non le rinnoveranno il contratto e che lei, impiegata in una casa di produzione cinematografica che si occupa dell'acquisizione dei diritti di noti best-seller, è di troppo. Questo mondo è per i raccomandati e i cinici, non per le eterne stagiste che sognano case poi trasformate in ristoranti scadenti e sottratte alla galanteria della Londra ottocentesca per cadere, come la principessa Amy Adams in Enchanted, nella bocca del leone; in una giungla urbana. Lungo la via, Emma, pecorella smarrita e sottopagata, si imbatterà in una sartoria che con il tulle e i merletti fa prodigi di delicatezza e, infine, in Pietro Scalzi: il Produttore. 
Quarantenne diversamente bello ma fascinoso, che le dà imperterrito del lei, si strugge in cuor suo per una vecchia fiamma, la vorrebbe un giorno sì e l'altro no a bordo della sua casa di produzione radical chic e di sani ideali. Il tutto, mentre le sorelle maggiori vanno in crisi coniugale, le madri hanno sassolini nelle scarpe e uno scrittore italonipponico, noto per la sua misantropia e per una lunga amicizia con un misterioso benefattore, non si decide a cederle i diritti del suo ultimo capolavoro letterario. Non è la fine del mondo è di un genere non nelle mie corde – chick lit e dintorni li preferisco infatti sul sofà, a mente spenta – che ho letto bendato, fidandomi della prosa di Alessia. Anche qui, pimpante e tutto: si diverte con aggettivi inusitati, avverbi di modo, perle di saggezza sparse. Aspettavo l'acquisto del cartaceo, io che all'Allieva ho regalato un ripiano della mia libreria, ma alla fine ho ceduto alla versione digitale, e senza tanti rimpianti. Non è un titolo che riterrò indispensabile tenere con me, né una lettura che – senza il nome della Gazzola in copertina – avrei intrapreso. Lei, che con tanto estro avvicina le signore timorose al poliziesco e gli amanti del noir alle sfumatura di rosa, non mi ha fatto andare a genio un genere su cui nutro riserve. Il suo primo romanzo lontano da Alice Allevi, perciò, di miracoli non sa farne, ma è piacevole, aiuta a combattere la noia degli esami, si legge bene. 
Dolce scusa appena, per stare di nuovo in sua compagnia. Perché questa Gazzola viene, saluta, ma non resta. Vagamente, Emma e la sua sorella di carta si somigliano, sì. Si riconoscerebbero a vicenda, senz'altro. Hanno, d'altronde, la stessa fata madrina e si nota, nell'umorismo e nei buoni sentimenti. Però lavora nel mondo del cinema e, nel romanzo, di cinema, se ne respira pochissimo: penso, nel dirlo, a Una sera a Parigi, che eppure ho mollato dopo cinquanta pagine – quanto miele, gesù – ma sprizzava passione e titoli di film da appuntarsi seduta stante. Falla lavorare, non so, in una casa editrice: anche se è verità universalmente nota che noi, colleghi di Lettere, dopo la laurea dobbiamo arrangiarci con quello che viene. Da' alle sue riflessioni sulla bellezza e sull'arte (la settima, magari) più fondamento. L'intreccio ha pochi nodi, prevedibilissimo: ben venga il fatto che sia una commedia rosa, ma è la commedia rosa di un'autrice che inscena omicidi e architetta indagini che prendo sul serissimo, io. Un sottobosco di comprimari non memorabili, tutt'attorno; un finale semiaperto dinanzi alla possibilità del lieto fine; poche pagine e pochi ricordi su cui spendere poche parole di sorta. 
Lì per lì, però, se fine del mondo non è stata, comunque suona carino. 
Se non molto, abbastanza.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Love me forever

mercoledì 8 giugno 2016

Recensione: La ragazza delle fragole, di Lisa Stromme

Il cielo è in fiamme. Abbiamo paura di tutto ciò che ci circonda, di questo mondo. Perché se ci separano, non c'è nient'altro che dolore. Le nostre anime urlano. Devo andare da lui.

Titolo: La ragazza delle fragole
Autrice: Lisa Stromme
Editore: Giunti
Numero di pagine: 318
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Norvegia, 1893. Nel pittoresco villaggio di Åsgårdstrand, che si affaccia sui fiordi del Mare del Nord, a qualche chilometro da Oslo, molti artisti trascorrono le vacanze estive. A pochi passi dal mare c’è anche la piccola casa di Edvard Munch, il pittore “malato” che la comunità locale guarda con grande sospetto. Nonostante il divieto di rivolgergli la parola e di contemplare le sue tele, la piccola Johanne non resiste, e ogni volta che viene mandata a raccogliere le fragole da vendere ai turisti, si intrattiene con il giovane artista. È proprio la pittura e il mondo dell’arte ad affascinarla e Munch sembra l’unico ad averlo intuito e a incoraggiarla in quella direzione. L’estate di libertà di Johanne finisce però quando sua madre la manda a servizio da una delle famiglie più in vista del luogo, per tenere compagnia a Tullik, una ragazza di qualche anno più grande di lei. Ed è così che Johanne sarà testimone di un evento sconcertante: tra Tullik e Munch scoppia una passione febbrile e pericolosa. Un sentimento tanto impetuoso quanto osteggiato che sconvolgerà la vita delle due ragazze fino a mettere in pericolo le stesse opere di Munch. 

                                          La recensione
La verità può apparire spesso volgare, non è così? E a volte le bugie brillano come splendide stelle.”
Ho sempre avuto la passione per il disegno. Ma leggere, per via dell'incostanza e del poco tempo libero, è l'unico verbo che coniugo sempre e solo al presente. Per il resto, disegnavo. Bambino affascinato dal Grandi Speranze post-moderno di un giovane Cuaròn, quel Paradiso Perduto in cui l'altera Estella posava senza veli per un Pip innamorato perso, ho riempito fogli e fogli di scarabocchi, per un periodo; al liceo, avrei frequentato volentieri l'Artistico, se l'Artistico non avesse avuto, al tempo come adesso, la cattiva fama che ha dalle mie parti. Ho studiato Storia dell'arte alle superiori, in compenso, poco ma appassionatamente, e sarà proprio Arte contemporanea uno degli ultimi esami che, entro l'anno, si spera, darò all'università. Avevo apprezzato ma non troppo la trasposizione cinematografica di La ragazza con l'orecchino di perla, di cui ho il romanzo in lista da una vita o forse due, e lo scorso autunno vi avevo già parlato di questo mio vecchio hobby, di un adolescente che andava in crisi coi ritratti, quando doveva ultimare gli occhi, complice la seconda fatica dell'amica Francesca Diotallevi – Amedeo je t'aime, lo sapevate?, arriverà presto anche a teatro. Giorni caldissimi, di promemoria e tuffi nel passato, se al mare non ci si può accostare proprio, questi in cui ho letto La ragazza delle fragole. Un romanzo d'esordio di un'autrice inglesissima, nonostante il cognome, che mi è arrivato a sorpresa, ma nel momento propizio. Storia di Edvard Munch, progenitore dell'espressionismo, e della sua musa dall'identità incerta, è ambientato nel cuore della bella stagione. In Norvegia, per fortuna, i climi sono più miti e i paesaggi più accattivanti, e Lisa Stromme è lì che ci porta: l'esordiente, infatti, ha una prosa bellissima, uno spirito libero e una storia che, vera o presunta che sia, fa viaggiare. Me ne sono stupito, nelle prime cento pagine in particolare. Quando, incerto se intraprendere questa lettura non programmata oppure no, io che non sono un grande estimatore dei romanzi storici, soppesavo il romanzo tra me e me. Quando immaginavo che di Munch, mai stato, infatti, nemmeno un estimatore delle sue opere, non m'importasse poi molto.
Scorrevole, sottilmente seducente, istruttivo, La ragazza delle fragole è la storia di una quindicenne che d'estate, per sottrarla dalle distrazioni e dal corteggiamento spietato del pescatore Thomas, viene mandata come domestica a casa di una ricca famiglia di villeggianti. Le colleghe sono severe, i pradroni gente per bene e le loro figlie - due in età da marito e la terza già accasata, nonostante una relazione scandalosa – sono stranamente amichevoli nei confronti di Johanne, che raccoglie bacche mature tra i cespugli, ha fatto da modella a un pittore stimatissimo e, soprattutto, non teme l'uomo nero che vive in una capanna in mezzo ai boschi. La protagonista, infatti, è amica del famigerato Munch, ma nessuno deve saperlo: le ha regalato un libro di Goethe, le permette di pasticciare nel suo studio e la lascia ammirare i dipinti messi ad asciugare in giardino. Gli stessi che, in paese, si dice siano opera del demonio: le ombre affilate, le creature fantastiche, i colori che paiono sbagliati. Impotente, Johanne assisterà al nascere e al morire della relazione tra l'artista maledetto e la malleabile Tullik, a cui fa da cameriera e accompagnatrice. La gente chiacchiera e complotta, però, e l'estate non dura che qualche mese appena. Cosa succederà dopo? Cosa succederà, quando quell'amore proibito e scandaloso finirà di bocca in bocca, amplificato come un urlo? Mentre Munch lavora al suo capolavoro – su un fiordo, c'è un uomo senza faccia con le mani premute sulle guance, che un po' somiglia al pittore stesso e un po' alla sua addolorata amante -, Johanne ci racconterà di loro e di sé. 
Un lui imperscrutabile, misterioso, perso nel suo mondo delirante. Una lei infantile, viziata: pazza d'amore. In mezzo, una ragazza che guarda, cela, fa da filtro: dare a Johanne il ruolo della narratrice, ho trovato, è stato il compromesso perfetto. Fa da messaggera, lei, e da moderatrice. La ragazza delle fragole, così, diventa una storia d'amore vissuta dall'esterno: senza sospiri di sorta, ma piena di fascinazione. Tanto, ho letto nella postfazione, è però lavoro più di fantastia che di una filologica ricostruzione storica. Cambia qualche data, ai fini della narrazione, e alcuni personaggi sono fittizi: attori. C'è stata una ragazza delle fragole, sì, ma non è mai esistita una Johanne, domestica adolescente con il sogno dell'arte e il dono della sinestesia. Ecco il “ma”, allora: al posto della Stromme, parlandosi di immaginazione, avrei immaginato per i due personaggi femminili qualcosa di... più. La passione per Munch dà febbri altissime. E' cosa di famiglia; un contagio. E lo stile, ricco e spezzettato all'occorrenza, evoca donne che fuggono dalla propria ombra, boschi come nidi d'amore, tane di artisti misantropi. Una doppia natura, un duplice volto. A tratti, fresco e solare: piacevolissimo. A tratti, perfino inquietante. 
La ragazza delle fragole, lettura perfetta in questo periodo dell'anno, dura un'estate e un po' di più. Biografia romanzata su capolavori che urlano in piena notte, sotto le assi del pavimento, e amori strozzati che reclamano attenzione, dimenticati per tutta la vita nel doppio fondo di un armadio. Eppure, indimenticati.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tori Amos – Siren