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lunedì 27 marzo 2017

Recensione: L'Arminuta, di Donatella di Pietrantonio

Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

Titolo: L'Arminuta
Autrice: Donatella Di Pietrantonio
Editore: Einaudi
Prezzo: € 17,50
Numero di pagine: 162
Sinossi: Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
                                            La recensione
Vagando in biblioteca o in libreria ti imbatti in copertine piene di facce. Troppe, mi lamento spesso. Quella sulla copertina del terzo romando di Donatella Di Pietrantonio, candidata al premio Strega per il precedente Bella mia, ricambia però il tuo sguardo con aria di sfida. Ha in primo piano una ragazza scura, spettinata, che sembra dirti: prova a ignorarmi, su, se ne sei capace. Perché quello sprezzo? Perché quella rabbia? Ci si inerpica così, tra uno sguardo pieno di cose e le recensioni giuste al momento giusto, lungo i sentieri che portano alla porta dell'Arminuta. La protagonista non ha nome. Ha le forme di una signorina, in autunno farà la terza media. Le stanno spuntato le prime curve, quei primi pruriti che distinguono una bambina da una donna. Nuota, balla. Intelligente e studiosa, sa i verbi a campanello e parla un italiano senza cadenza. Ma eccola nell'incipit, con una busta piena di scarpe e il vestito della domenica, sull'uscio di una famiglia sconosciuta che eppure ha il suo stesso sangue. A tredici anni, la narratrice sperimenta la superstizione di un paesello che sembra uscito dal tardo Ottocento, non di certo dagli anni Settanta; un'allegra camerata piena di bambini e odori sconosciuti; le mani tese di due adulti estranei, che in realtà sarebbero i suoi genitori biologici. 
La ribattezzano l'Arminuta: vale a dire la ritornata. In quelle stanze ci è nata, ma è stata affidata a dei parenti lontani affinché alleggerissero quella famiglia disgraziata di un'altra bocca da sfamare. La ragazzina ci fa ritorno con l'adolescenza a un passo, quando i genitori adottivi – che lei ha sempre chiamato mamma e papà, all'oscuro dello scambio clandestino – la rimandano al mittente come fosse un giocattolo guasto. Non abbastanza perfetta per loro, comunque, topi di città fatti e finiti. Sua madre, o almeno quella che credeva tale, soffre. L'ha allontanata da lei in attesa di guarire? E se da quella patologia non si riprendesse mai più, e se si fosse semplicemente stancata di averla attorno? Succede tutto in fretta, dal giorno alla notte. Lo stesso succede al lettore. Spiazzato dalla durezza dell'inizio e da pagine rade, che scorrono tra le dita in poche ore. L'Arminuta non ti dà il tempo di prendere appunti, di pensarci su, ti provare a stare nei panni della protagonista. Grazie al trucco che soltano gli autori bravissimi possiedono, a quella prima persona che favorisce l'introspezione e una totale identificazione, tu diventi lei per il tempo che serve. Sballottata, insofferente e profondamente amareggiata nell'età in cui è troppo presto per angustiarsi. 
Poi ti guardi attorno, torni in te. Cosa le hanno negato i genitori putativi? E cosa le hanno donato, nel mentre? La compagnia di cinque, sei fratelli. E di quei fratelli, per rispondere alla seconda domanda, la grettezza e la fame insaziabile. In una massa traboccante di esigenze, strilli e gorgoglii, ne spiccano due: lo scapestrato Vincenzo, che frequenta giostrai assai sospetti e guarda con desiderio sconveniente quella sorella acquisita; la fedelissima Adriana, che pende dalle sue labbra, la invidia e la aspetta come un cagnolino alla fermata dell'autobus. Tra le righe della Di Pietrantonio, quasi una mia vicina di casa, l'Abruzzo ha due volti: così diverso sulla costa e nell'entroterra. Da un lato il mare, che ispira pace; dall'altro la prigione angosciante delle montagne. L'autrice ha una scrittura essenziale, che bada alla sostanza. Pastosa, caldissima, ha un che dell'infanzia secondo Elena Ferrante. Il fascino sospeso dell'Italia centro-meridionale, le adolescenti “geniali” e l'immediatezza del dialetto. A occhio e croce ho indovinato i posti e le scenografie naturali. Ho familiarità con l'accento e con una specie di abbandono. L'Arminuta racconta il lento assestamento, la nuova normalità. I libri di scuola di seconda mano, il pane cotto, il letto bagnato di pipì, la speranza di un liceo altrove. Il reinventarsi nel tempo delle mele, vivendo un'adolescenza ben più turbolenta di altre. Anche se, di per sé, è una fase che significa scoprirsi cambiati: dentro e fuori. Anche se il distacco del cordone, le novità belle e brutte, non sono che una improrogabile tappa del percorso. Lo sappiamo: l'Abruzzo e le scuole medie sono terra sismica. Tremano insieme a questa bambina forte. Orfana, nonostante conosca due madri e nessun posto da chiamare casa. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maldestro – Canzone per Federica

24 commenti:

  1. tra le mie prossime letture. ne sento solo parlare bene. ottimo.

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  2. Come sempre una recensione che tocca le corde giuste per farmi dire immediatamente: lo voglio! Oltretutto che con gli Einaudi nell'ultimo periodo ho un grande feeling. ;)

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    1. Anch'io, Dani, complice la biblioteca. Ne hanno a bizzeffe!

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  3. Un romanzo che non riesco proprio a scordare! bellissima recensione, come sempre.

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    1. Ti ringrazio, Tessa. L'ho scoperto proprio da te. ;)

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  4. L'ho inserito in lista da quando ne ho sentito parlare la prima volta. Credo lo proporrò anche tra i prossimi acquisti per la biblioteca!

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  5. Aspettavo questa tua recensione! Bel libro, bellissime parole.
    Ciao da Lea

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  6. Sembra una lettura potente, ma anche bella tosta.
    In questo momento magari preferisco qualcosa di più leggerino...

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    1. Hai perfettamente ragione, ma le pagine sono poche e i dolori non sono troppi. La Di Pietrantonio ha un equilibrio tutto suo, proprio brava.

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  7. E questa è la terza volta che leggo solo bellissime parole per descrivere questo libro. E niente, devo leggerlo!
    Un abbraccio, Stefi

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  8. sei l'ennesima persona a trattarne e a trattarne con parole positive a dir poco positive

    inizialmente non ero particolarmente ispirata, ora invece sono un bel po' più curiosa

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    1. Anch'io ero passato oltre, lì per lì, ma qualche collega blogger mi ha messo fortunatamente la pulce nell'orecchio. Con lo Strega a un passo, potremmo sentirne riparlare (anche se, sempre nella squadra Einaudi, c'è anche Cognetti, altro nominabile bravissimo). :)

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  9. Ho letto tante recensioni di questo romanzo, tutte positive e tutte caratterizzate da sfumature diverse, quel colpo d'occhio che caratterizza e distingue un lettore dall'altro. Ora mi tocca leggerlo, è già pronto sul kobo, in attesa :)

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  10. Questo mi convince molto, me lo segno :))

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  11. L'ho iniziato oggi, e già ti do ragione sulla scrittura che ha, in effetti, qualcosa di pastoso. E anche qualcosa di ritmico. Sopratutto i primi due capitoli. Contavo le sillabe, con la sensazione che ci fosse uno schema da scoprire. Se c'era, non l'ho trovato, ma la sensazione è rimasta. (I giostrai, comunque, non me la raccontano giusta u_u)

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