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venerdì 28 novembre 2014

Recensione: Shotgun Lovesongs, di Nickolas Butler

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa. Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Titolo: Shotgun Lovesongs
Autore: Nickolas Butler
Editore: Marsilio
Numero di pagine: 317
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme a Little Wing, una cittadina rurale del Wisconsin. Amici fin dall'infanzia, hanno poi preso strade diverse. Henry è rimasto nella fattoria di famiglia e ha sposato il suo primo amore, mentre gli altri se ne sono andati altrove in cerca di fortuna. Ronny è diventato una star del rodeo, Kip ha fatto i soldi in città e il musicista Lee ha trovato la fama ma ha avuto il cuore spezzato. Ora tutti e quattro sono tornati in paese per un matrimonio. Ma vecchie rivalità si insinuano nel clima di festa e nella felicità del ritrovarsi, e il segreto di una moglie minaccia di distruggere un matrimonio e un'amicizia. "Shotgun Lovesongs" è un vibrante inno alle cose che contano davvero nella vita, l'amore e la lealtà, il potere della musica e la bellezza della natura.
                                   La recensione
Questo romanzo. 
Per parlarvene rimanderei all'estate che deve venire.
Vi inviterei da me, ad agosto, e ci accamperemmo in mezzo ai falò che le spiagge popolose ospitano in onore del Santo Patrono. Il mare al buio è uno spettacolo non per tutti. Raro. Troveremmo un posto per noi, allora. Due ceppi di legno e un po' di alcol per vedere divampare un fuoco alto così. La chitarra chi è che la porta? Io non la so suonare, ma mi servirebbe. Farebbe da accompagnamento. Sotto gli arcobaleni di fuochi che esplodono nel cuore della notte, tra il fumo e i bagni in mare quando non riesci a vedere neanche a un palmo dal tuo naso, vi canterei un po' questo libro: come si fa con una canzone. Io non so cantare, a dirla tutta, ma una volta mi sono sentito in una registrazione. Facevamo gli scemi con il microfono, alle giornate ricreative. L'orchestra della scuola suonava The Scientist. Non avevo riconosciuto la mia voce, sentendola. Avevo rubato il cellulare ai paparazzi, lì, e cancellato quel video incriminante. Non l'ho mai detto a nessuno, ma mi era piaciuto. Non riconoscermi. Emozionarmi per quel timbro impreciso e cupo che, più che cantarla, parlava la canzone; capito? Avevo scoperto che sentirmi cantare era meno imbarazzante che sentirmi parlare. Nei video dei compleanni, da allora in poi, al massimo canto. Tanti auguri a te, Perché è un bravo ragazzo, una cosa qualsiasi. Shotgun Lovesongs è il mio romanzo all'improvviso di quest'anno corto. Fa venire voglia, ma una voglia matta, di imparare a suonare uno strumento e cantare a squarciagola, mentre strimpelli alla cieca e storpi a modo tuo un capolavoro. E di diventare famoso e di tenertele per te la fama e gli screzi che comporta. Fa sentire il bisogno di farti un taguaggio a forma di chiave di violino sotto l'orecchio e ballare scalzo alla prossima festa a cui vai. Non ha niente da dire. Ma quel niente... be', quel niente te lo dice come fosse una straordinaria poesia. E non una poesia di quelle piene di parole strane che non capisci e che i grandi ti ordinano o ti hanno ordinato, in passato, di imparare diligentemente a memoria. Una poesia, dico, di quelle se non le dici a voce alta ti fanno male. Bruciano dentro come l'inferno e vogliono essere libere, farsi nuvola insieme al tuo fiato a novembre. Shotgun Lovesongs vuole essere cantato e basta. Richiede un giro di do, falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come singhiozzi sordi. Dove non arriva la voce, abbiate fede, sopraggiunge l'emozione. Quella dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti libera e ti imprigiona. Un bar si fa casa, una fabbrica una chiesa. Ci si scambia le fedi, si divorzia. Ci sono tre matrimoni e una separazione e mezzo. Ci si conta le ferite di guerra; si ride perché si è ammesso a denti stretti di volersi tanto bene, come fanno le femminucce; si filosofeggia sul fatto che “paese che vai, amore che trovi”. 
Si mira a un barattolo pieno di schifose uova sottaceto, nelle risate generali. Galleggiano lì da anni, sembrano occhi. Quanti sono? Possiamo rubarle? Spostato, il barattolo lascia un'impronta nella polvere. Shotgun è quell'impronta a forma di cerchio infinito. Una canzone del sud. Roba campagnola. Roba da contadini per scelta e da rockstar per sbaglio. Ve lo canterei in rima. Storia magica di quattro amici; quattro amici diversi come le quattro stagioni. Uno che mette in musica i colori dell'alba, uno che non capisce com'è che si fa, uno che urlando si elegge re del mondo su un silos in rovina, uno che ha picchiato forte la testa e, adesso, la sua vita è tutta un boh. E c'è una città incredibile che ha una voce che dice loro di tornare a casa, finalmente. E ci sono le mogli che preparano la cena e quelle che rammendano, quelle che si spogliano dei vestiti e quelle che si vestono di vecchia vegogna. I personaggi, tra i più intensi incontrati in un anno di libri, ti dicono ciao come pochi e ti sussurrano addio, complici e commossi, come nessuno. Non toccano il cuore. Il cuore non c'entra. Lasciatelo agli autori di aforismi, alla finzione letteraria. Ai raffinati. Questi ti artigliano lo stomaco, ti catturano la pancia. Shotgun Lovesongs ti ribolle caldo nelle viscere. Come quando, ai cinquant'anni di matrimonio, mio nonno baciò la mano di mia nonna, alla fine della cerimonia. Niente di romantico, nulla di delicato. Quell'uomo vecchio e appesantito prendeva la mano di sua moglie tra le sue e la soppesava, prima di portarsela alla labbra, come fosse un mattone. 
Un pezzo di pane. Una cosa dura, concreta, solida. Il primo mattone della prima casa. Eppure l'amore c'era. Eppure l'amore continua a esserci. Canterei, io, di correrti ad infilarti una camicia di flanella sui pantaloni del pigiama; di creare la giusta atmosfera con una lampada che fa una luce di quelle dolci e di metterti accanto un caffè bollente che esala odore di cose positive e bei buongiorno. Metti su, coraggio, quella ballata che ti ricorda qualcosa di te e sentiti, sprofondando nella lettura di un romanzo che vive di pallottole e cuori stanchi, a casa tua. Hai fatto una lunga strada: goditi la permanenza. Riposati. L'esordio di Nickolas Butler – uno di quei tipi nerboruti, dall'invidiabile barba curata e compatta; fighissima - è davvero bello. Scritto da Dio, o forse da Neil Young, Johnny Cash, Bruce Springsteen. Che poi non è lo stesso? I cori, le voci ora basse e ora sottili, i tamburelli da scuotere e i violini da imbracciare. Butler ti mette in mano un strumento – una diamonica, un flauto dolce, una armonica, un cavolo di triangolo che facevi tintinnare alle recite – e suoni anche tu anche se non vuoi. Il ritmo ti trascina; la musica ha bisogno di te o tu di lei? Così ti fai trasportare, ti lasci andare a dorso di un jukebox vecchissimo che divora muffa e gettoni. Fingi che quella birra d'oro e schiuma ti abbia dato un po' alla testa, ché quando sei brillo non sei più tanto in te e a volte è bello. Essere consapevoli di essere non tanto in te. A metà tra l'estasi e l'invasamento da mistica bettola rumorosa. Ritornare dove sei cresciuto, dove sei stato stupido, giovane e forte, e sentirti il caldo del sole nelle ossa. 
Questa è casa mia. Questo è il primo posto che ha veramente creduto in me. Che crede ancora in me.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Kodaline – High Hopes

mercoledì 26 novembre 2014

Mr Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte I


Buongiorno, amici. Come state? Avrei voluto recensirvi, oggi, il magnifico Shotgun Lovesongs, ma ritornato dal cinema, ho voluto condividere la mia esperienza con Il canto della rivolta con voi. Dopo aver amato La ragazza di fuoco, mi è risultato difficile trovare all'altezza questo seguito che sa farsi ricordare, sopratutto, per quel finale agghiacciante, ma Hunger Games conferma, visione dopo visione, tutti i suoi punti di forza. Katniss Everdeen non ha punti deboli, sotto l'armatura da guerriera. Sono ansioso – ma letteralmente in ansia, già – di vedere il capitolo conclusivo e, mai come questa volta, aspettare un anno mi infastidisce a morte. La trovata di dividerlo in due mi ha urtato per questo e non solo. Sarebbe stato troppo condensare tutto in tre ore? Per molti sì, ma per me in queste due ore – per quanto belle – c'è invece troppo poco. Una trasposizione fedelissima, comunque, di cui vi parlo meglio e senza spoiler nel mio commento. Un abbraccio e a presto. M.
 «Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda. Come la democrazia!» Effie. 

                                  La recensione del film 
E così ci sono andato. Con zaino in spalla, biglietto alla mano e ciondolo della ghiandaia imitatrice al collo. Ci sono andato a vedere Il canto della rivolta. L'ultimo Hunger Games. Anzi, il penultimo. Dopo Harry Potter e Twilight, anche il romanzo della Collins – al cinema – è stato diviso in due parti, con la speranza di raddoppiare guadagni già alle stelle. E scommetto che questi guadagni grossi, a sei cifre e oltre, l'anno prossimo non mancheranno. Perché Hunger Games vale tanto. Vale tutti quei soldi, ma anche di più. Al cinema io ascolto le persone intorno a me. Nella sala gremita c'erano spettatori di tutte le età. Le mamme confidavano che erano state trascinate lì dai figli, ma che quella saga, in fondo, piaceva da impazzire anche a loro. L'universalità della trilogia che ha rilanciato la distopia sui mercati letterari era racchiusa nella sala quattro di un grosso, strapieno Multisala che, quella sera, dava tante pellicole, anche se ad assistere alla più attesa eravamo noi. Io ho un brutto rapporto con Suzanne Collins e un bel rapporto con la sua saga; possibile? Penso che Hunger Games sia uno dei pochissimi titoli in cui i film, di gran lunga, sono superiori ai libri. Per coerenza, coesione, impatto. Potenza. Hunger Games è potente, potentissimo. Elettrizza. E' uno di quei film che, di ritorno dal cinema, ti fa compagnia lungo la strada di casa. Ci ripensi e ne parli il giorno dopo. Bene; incondizionatamente bene. Io ho ripensato al Canto della rivolta, credetemi, e male non posso dire. Non vado a dormire senza avere messo in chiaro le mie idee in proposito. Penso che il romanzo conclusivo sia quello che preferisco in assoluto. All'epoca, mi demolì. Ma, a due anni di distanza, se mi chiedessero cosa ricordo di quel romanzo a cui avevo assegnato cinque stelle piene, risponderei una cosa: la fine, e come si arriva alla fine. Della prima parte, invece, poco e niente. Il seguito di La ragazza di fuoco gira attorno a quel poco e niente, per me insignificante. Oggettivamente: si fiuta a un chilometro di distanza l'insensatezza di dividerlo in due, a discapito della forza del tutto. Si sfilaccia la tensione, si sfibra il sentimento, anziché comprimerlo a regola d'arte. La prima parte è quella che risente maggiormente di tutte le ovvie dilungaggini di sorta: più corto degli altri film, questo è però il più parlato. Prolisso invano, anche, perché non so quanto uno spettatore lontano dalla saga letteraria coglierà, vedendoli così, all'improvviso, dei nuovi personaggi in scena. A molti giova il loro rimanere perpetuamente ambigui, altri sembrano semplicemente irrisolti. Ad esempio, la sempre maestosa Julianne Moore è algida, criptica, irreprensibile; Natalie Dormer, invece, tanto incensata altrove, ha un ruolo piccolissimo. Philip Seymour Hoffman – un piacere e un dispiacere, rivederlo, perché fa un effetto strano che non va via dalla pelle – è calcolatore e sornione: non si capisce per chi patteggi. Sempre oggettivamente, però, chissene. Non ha importanza. Viene meno il puro intrattenimento, fa capolino la realtà (e il pensiero va alle nostre guerre e ai nostri dittatori, alle nostre vittime e ai nostri martiri) e il cinema e i mass media giocano a togliersi, per pochi attimi, le loro reciproche maschere. Il canto della rivolta diventa metacinema. Katniss parla davanti a uno schermo verde, le sue battute sono scritte da altri, il suo trucco è pesante e non sembra più, così, la ragazzina ribelle del Distretto 12. I giochi sono finiti, inizia la guerra e anche quella - al giorno d'oggi, anche se il film parla di un futuro non troppo lontano - ha perso la sua violenza spontanea e feroce, gli ideali giusti per alcuni e ingiusti per altri, i vessilli svettanti di un tempo. L'immagine è tutto, e che differenza c'è tra un dittatore ed un altro, ci si chiede, guardando le divise antracite della Coin e le rose bianche di Snow? Ci sono le strategie e gli scacchi matti, qui; le spedizioni, la costruzione nel dettaglio di un'iconica Giovana D'Arco del futuro, le passeggiate sulle case in cenere o in fiamme. Nell'altro ci sarà una strage che non dimentico. Meglio rimandare a domani, essere soddisfatti oggi e avere qualcosa da aspettare, tra un altro anno. Peggio, perché chi ha letto Il canto della rivolta si è comosso, alla fine, e le intenzioni di uno, come me, a cui piace commuoversi, potrebbero sfumare via. In un anno smaltirò la pena, in un anno sarò pronto. Avrei preferito sedermi in poltrona, tuttavia, stasera, e lasciarmi alle spalle un fazzoletto stropicciato e un finale brutale, ma davvero onesto. Il film, invece, si chiude come il precedente, sugli occhi spalancati ed espressivi della sua formidabile protagonista. Nel momento che noi lettori supponiamo da anni. Sì, sceneggiatori e regista tagliano dove tutti pensavamo tagliassero. Dove ti strapazzano le viscere per bene. Nel punto in cui il cuore si accorge che sei turbato per qualcosa di grande. Meno accattivante e appagante degli altri, intelligentissimo nei riferimenti e preciso nelle citazioni, ma trattenuto nelle emozioni, dunque. Anche se a quelle di Katniss non c'è freno. Lei è messa a dura prova, spesso e a lungo. I primi piani premono sul suo sguardo blu tremolante e lei li regge alla perfezione. Jennifer Lawrence è un talento raro, colei che fa la differenza – insieme al resto del cast – tra un film per ragazzini e un film per tutti. Il doppiaggio la penalizza – lei è imponente e bellissima, ma ha la voce di una bambina prima della pubertà - ma quando canta e partono i sottotitoli, be', capisci cos'è veramente. Gli altri attori hanno spazio, ma è lei a concederglielo, e questa volta la cosa si nota. Ha uno scambio di battute con una Elizabeth Banks smunta, ma esilarante; un altro con un Woody Harrelson sobrio, ma appena di passaggio; un altro ancora con un Liam Hemsworth che mi è risultato non solo in gamba, ma anche degno di comprensione; infine, con un Sam Claflin che – per via del montaggio serrato – ci sfiora appena col suo dramma scioccante. Si vede; si nota che è come se – schematicamente – tutti dovessero avere per forza diritto di parola. Due ore dovevano essere riempite. Josh Hutcherson, invece, meno presente, è al di là di uno schermo di Capitol City, ma vicino ugualmente: delicato, indifeso, ma pronto a farti fisicamente male, quando sarà necessario. Insospettabilmente convincente, inguaribilmente Peeta. I momenti importanti: tutti concentrati in quell'epilogo teso e struggente, insomma, e nel canto di una ghiandaia umana che, sulla sponda di un fiume, intona la coinvolgente The Hanging Tree come inno e richiamo per le masse. Il canto della rivolta – Parte I, tra le righe, suggerisce tanto, ma è un'avventura che racconta un po' poco. Tanto attuale quanto scarno, fa satira con connaturata classe e apre il blockbuster statunitense alla riflessione. Cosa non da tutti. Ha tanti temi e pochi fatti, ma quel poco è uno spettacolo godibile e misurato insieme, anche se per me inferiore ai precedenti. (7)

lunedì 24 novembre 2014

I ♥ Telefilm: Vicious, Manhattan Love Story, Happyland, Please Like Me II


Vicious 
Stagione I
Nel momento in cui ho smesso di ridermela come un idiota, ho deciso che avrei dovuto parlarvi nell'immediato di questo gioello strampalato di comedy: Vicious. Scoperto di recente grazie a un post del blog In central perk – che, come lascia intuire il nome, di telefilm e sit-com epiche se ne intende - non mi è chiaro come, avendo debuttato lo scorso anno, sia potuto sfuggire ai miei radar. I protagonisti, a questo punto, come solo loro sanno fare, mi offenderebbero a morte. E a pieno diritto, direi, nonostante sia permaloso in una maniera che non vi dico e nonostante, con alte probabilità, risponderei loro a tono. Io sono uno di quelli che non si tiene niente: naturalmente intollerante verso il prossimo. Partiamo da un difetto, l'unico che c'è: Vicious, con sette episodi di venticinque minuti ciascuno, è troppo breve. Avrei voluto averne in eterno. Detto questo, potrei proporvi una lista infinita di pregi che però vi risparmio. Dovete scoprirli da soli. Perché Vicious è imperdibile, quindi? E' inglese fino al midollo, ha come protagonisti due vecchietti più o meno adorabili, ha un umorismo feroce che si nutre di tè, cattiverie gratuite, lunghi anni d'amore. Tutte cose che mi piacciono moltissimo. E di che che parla? Ma di una coppia di anziani omosessuali che convivono da cinquanta anni – precisamente, quarantanove – e che nel loro salotto elegantissimo, tutto pizzi e cianfrusaglie, ospitano amici e vicini per darsela un po' di santa ragione, dalla mattina presto fino al sacro rituale del tè delle diciassette. Tirchi, sgarbati, iracondi, ma esilaranti se visti dall'esterno, fanno le cose che le vecchie coppie fanno: chiacchierare, raccontare storie e detestarsi, perlopiù. Uno, egocentrico e melodrammatico, è un attore sul viale del tramonto, anche se sulla via principale della fama, diciamolo, non ci è mai arrivato: troppo sperare nel grande boom se si è settantenni? L'altro, ancheggiante e pacato, insospettabile rubacuori, fa di lavoro il mantenuto: non ha mai faticato in vita sua e la sua principale occupazione è telefonare alla mamma. Una specie di mummia immortale che perfino Dio non vuole e che, bellamente, ignora la sessualità del figlio: sotto sotto, preme ancora per avere dei nipotini e per vederlo sposato. Con una donna, ovviamente. Un clamoroso outing per festeggiare le vicine nozze d'argento si può fare? Alla loro porta, in ogni episodio, una migliore amica grande, grossa e eccitata; una vecchietta smemorata e il suo solito accompagnatore; e soprattutto, il nuovo vicino di casa: un vetenne problematico, bello e al cento per cento etero che loro vorrebbero portare dall'altra sponda ed educare al culto dei superalcolici e della scortesia. Derek Jacobi – erede della generazione del grande Olivier – scherza e incanta; Frances de la Tour – ve la ricordate la giunonica fidanzata di Hagrid, in Harry Potter? - si prende in giro e ha voglie inconsuete per un'anziana signora di classe come lei; Iwan Rheon, spigliato e giovane, è il sosia segreto di Hugh Dancy. Ultimo, ma primissimo in lista, Ian McKellen: straordinari tempi comici, un'autoironia invidiabile, vigore ed eleganza connaturate. Teatrale, superbo, unico e cinico, Vicious è fatto di poco: scenari fissi, un cast e un budget ridottissimo, un intreccio semplice e attori in stato di grazia. Basta quest'ultima cosa, perché al resto si passa su, insieme a risate registrate che – per una volta – corrispondono inevitabilmente alle nostre. (8)

Manhattan Love Story
I (e unica) Stagione
Quattro episodi; una sit-com. Non si tratta della produzione più breve del mondo, ma di una preoce cancellazione dai palinsesti. Meritata? Io guardo un mare di roba, lo sapete, e alla domanda risponderei no. Manhattan Love Story è stato sospeso per tanti motivi, ma non perché fosse brutto. Cosa oggettiva. Commedia romantica ambientata nella città più bella del mondo, aveva venti minuti che volavano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Prime fasi che, ahimè, rimarranno per sempre prime fasi. Non si andrà oltre, non si saprà mai cosa sarà di quella coppia affiatatissima e scombinata che si odiava e si amava. Peccato, secondo me, perché nella sua semplicità questo piccolo prodotto funzionava. Mi divertiva, era la leggerezza concentrata in streaming. I punti forti: una malizia destinata a tutto, ma non alla volgarità; location affollate, metropolitane, spettacolari; e, soprattutto, due protagonisti belli, bravi e simpatici. Tanto. La frizzante Analeigh Tipton scoperta con Crazy Stupid Love, che bionda si scopre adorabile e bellissima, nonostante un viso comune e due gambe assurdamente lunghe. Jake McDorman, visto in Greek e Aquamarine: faccia da schiaffi, fare strafottente, un cuore d'oro tenuto ben nascosto. Equivoci, schermaglie, gelosie varie, prima che Cupido scocchi la sua freccia e l'attrazione fisica si scopra grande amore. Gli episodi girati, in totale, erano tredici: così dici Imdb. Spero che, anche in estate, come spesso accade, qualcuno ce li faccia vedere, anche a tempo perso. Ho visto serial più inutili destinati a vite più lunghe: le ingiustizie del piccolo schermo. (6,5)

Happyland
I stagione
C'erano tante nuove sitcom previste nei nuovi palinsesti. Tra queste - chi giustamente, chi meno - tante hanno avuto vita breve. Happyland fa eccezione. Ha solo otto episodi e ce li hanno fatti vedere tutti, ma proprio tutti, mentre qualcuno parla già di una seconda stagione. Che cosa bizzarra. Perché dando un'occhiata, come faccio sempre, ai pilot, non avrei dato ad Happyland due lire. Era scontato, era stupido, era inutile. Lo è anche adesso, al presente. Mentre, con ascolti discreti, continuava a essere mandato in onda, però, io ho continuato a vederlo, senza accorgermene. Con lo stesso misto di indifferenza e non curanza, sono arrivato pure alla puntata finale. Ma non so il perché. Boh. Happyland è parecchio bruttino. Non idiota e inguardabile come Pretty Little Liars, certo, ma bruttino ugualmente. Io, con il ricordo bello fresco della commedia indie Adventurland, pensavo a qualcosa di simile. MTV, dài, non firma mai pessime serie per ragazzi. Vedi la rivelazione Finding Carter, vedi un Faking It che continua a gonfie vele, vedi Diario di una nerd superstar che a me sta sulle balle, va be', ma si lascia guardare. Questo piccolo serial, invece, pensato per la leggerezza dell'estate e mandato in onda in autunno, nel mezzo di una concorrenza spietata, parla della turbolenta vita dei dipendenti di un parco di divertimenti. Gente che lì ci è nata e cresciuta. La protagonista cambia tre ragazzi in una manciata di episodi, ha una mamma che per vivere si veste da Principessa, un padre facoltoso scoperto all'improvviso e un aitante fratellastro con cui, inconsapevole, ha pomiciato. Poi ci sono la migliore amica acidella, il migliore amico segretamente innamorato di lei, la storiella d'amore, le feste e l'iscrizione all'università. Un concentrato di cose già viste, solo senza un briciolo di autoironia e colore. Non ha nulla che lo faccia spiccare. Che bisogno ce n'era? Sono perplesso, e non lo consiglio. A breve non ricorderò neanche di averlo visto, anche se non è stato mai mai un peso. (4,5)

Please Like Me
II Stagione
Please Like Me mi ha accompagnato inaspettatamente in autunno, in una casa nuova, in cui, con me, avevo però vecchie e care conoscenze. Non c'è stato uno stacco tra la prima e la seconda stagione di questo gioiellino colorato “made in Australia”. Finiti i pochi episodi che mi avevano fatto incontrare il simpatico Josh, la sua famiglia a soqquadro e i suoi folli coinquilini, avevo già a disposizione qualche puntata della nuova stagione. Una stagione più lunga, di dieci episodi complessivi, che eppure già è finita. Volata in fretta. E niente, Please Like Me non penso si smentisca. Manca qualcosina – il totale e travolgente effetto sorpresa degli esordi? - ma resta l'inedito, esilarante eppure sensato divertimento che era un tempo: l'anno prima, vale a dire, anche se io ho dovuto aspettare solo pochi giorni per finire una serie e attaccare direttamente con l'altra. Cosa è cambiato, nel frattempo, nella vita di quello strambo omino biondo che è l'anima della serie? Tutto e niente, al solito. La mamma è a farsi curare da analisti bravi, il padre vuole sposare la sua compagna bambina dagli occhi a mandorla, il suo migliore amico patisce gli scherzi della solitudine, lui torna ad innamorasi. Ancora e ancora. Abbandonate ufficialmente le donne dopo il colpo di fulmine con il bel Geoffrey, questa volta a ronzagli intorno sono quel bellimbusto del nuovo coinquilino, uno che fa conquiste su conquiste, e un fragile ragazzo pieno di manie, ansiolitici e turbe. Sarà troppo per uno che si è dichiarato su due piedi, da qualche mese, e che ha tutte le fortune e le sfortune di questo mondo? Fotografia bellissima, regia cristallina, dialoghi di una assurdità che contagia, un protagonista rivelazione – sì, perché Josh Thomas scrive e recita, risultando ottimo in entrambe le cose – a cui è impossibile non volere un po' di bene. Il finale di stagione, tenero ma con un pizzico di amaro sulla punta della lingua, ti lascia in attesa per una terza serie che, prima o poi, arriverà. Lo dice Wikipedia, e noi ci fidiamo. Quando Josh tornerà a fare torte e disastri culinari, dalla cucina si alzerà l'odore dei cupcake e le mongolfiere diventeranno scenario per fallimentari proposte di matrimonio, tutti saremo più contenti e fischietteremo, spensierati, quella sigla che ti entra in testa... Uh-uh-uh-Uh-uh, Yeah, I'll be fine. (7+)

sabato 22 novembre 2014

Mr Ciak #49: Resta anche domani; Due giorni, una notte; Dracula Untold; What If; Dieci Inverni; Eliza Graves; Jessabelle


I libri sono sempre superiori ai film, e dove sta scritto? Questo è l'anno delle smentite. Colpa delle stelle, The Giver. Due esempi bastano per dire che certe storie funzionano meglio al cinema che sulla carta. Pensavo fosse questo anche il destino di Resta anche domani - una lettura toccante e fresca che, a causa dello stile, era volata via, conquistandosi le consuete tre stelle. Ma c'era il film in arrivo e mi mandava vibrazioni positive. Quel trailer conciliava le lacrime, e ogni tanto le lacrime fanno bene. A me piace emozionarmi. A sorpresa, invece, mi sono accorto che Resta anche domani non è il terzo titolo da aggiungere alla mia lista di eccezioni. Il film non mi ha pienamente convinto, ma si lascia guardare con piacere, pur essendo potenzialmente noioso in un punto o due. Il difetto? E' troppo generoso. Ma anche il libro lo è, solo che il discorso è diverso. Ci sono tanti capitoli, c'è tanto tempo per dire le cose. La trasposizione cinematografica vorrebbe accontentare tutti, ma non può; fallisce nell'impresa e il tempo passa lento. La struttura alla rinfusa funziona poco al cinema, generando ripetizioni in un montaggio che si rivela macchinoso. I personaggi secondari risultano ben caratterizzati, ma si toglie spazio agli adorabili familiari della protagonista per mettere sotto la luce dei riflettori una coppietta di bellissimi adolescenti che si fa volere bene; che ruba il tempo, ma non le giuste attenzioni. La violoncellista Mia, narratrice di rara sensibilità e empatia, risulta un tantino leziosa qui, perfettina; ma ha il volto dell'incantevole Chloe (non so mettere la dieresi sulla "e") Moretz e passare due ore in sua compagnia è cosa tollerabile. Il suo partner, Jamie Blackey, è un Adam meno da sogno e più vero. L'attore, notevolmente talentuoso, sorprende con una vocalità interessantissima. I sei anni di differenza tra lui e la protagonista non si notano neanche. L'inedita accoppiata violoncello-chitarra, inoltre, ci regala una acustica di Today che ha meritato un posto istantaneo sul mio iPod. La trasposizione, invece, scorre via con la lentezza del miele, ma non causa carie preoccupanti, né conquista un posto permanente e duraturo sullo scaffale dei film sentimentali. Gli attori convincono (bravissima la Mireille Enos di The Killing, tra l'altro), la colonna sonora è degna di nota (e anche se i protagonisti sono liceali sono assenti pezzi dei One Direction, occhio!), ma la regia di R.J Cutler rende il film un prodotto che, ad intermittenza, si accende e si spegne. In gioco, c'è la potenza del melò, un genere che vive di un'intensità che esige di essere costante: sempre. Tutto questo, però, non impedirà a me e Chloe di convolare presto a nozze. Mettiamolo in chiaro! (6)

Il giorno in cui perde il lavoro, Sandra inizia a piangere. E per non piangere davanti ai suoi bambini, si barrica dove nessuno può vederla. Lì ritrova, nei cassetti della biancheria, nei mobiletti dei medicinali, dietro i reggiseni e gli spazzolini in più, quelle pillole intrappolate in una scatola arancio che l'hanno fatta stare bene qualche tempo prima, quando il mondo le è crollato addosso e lei si è accucciata sotto una frana rovinosa. Qualcuno l'ha aspettata. Ha aspettato, sì, che si risollevase, e iniziasse a mangiare, e riprendesse a sorridere. Un marito con cui non fa l'amore, anche se l'amore c'è; due figli che crescono a vista d'occhio; una casa – sogno di una vita, frutto di sacrifici – che richiede spese e spese. Altro, invece, non l'ha aspettata. Un lavoro che, alla fine del tunnel, oltre la soglia della disperazione, è evaporato; svanito. La fabbrica che non ha atteso la ripresa lenta di Sandra e per lei, così, c'è altra disperazione in agguato. Che senso ha la sua vita se non può fare nulla per la sua famiglia? Perché svegliarsi, abbandonare il pigiama, trovare la voglia di respirare? Due giorni, una notte è il dramma di una giovane donna allo sbando, la sua missione impossibile dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina. Un weekend appena per tentare di convincere i colleghi a rinunciare a mille euro e lasciare che lei, dopo quel fine settimana di pellegrinaggio porta a porta, ritorni alle sue otto ore giornaliere nel grigiore della periferia industriale. I fratelli Dardenne riportano il neorealismo al cinema: fanno, infatti, un cinema che non è cinema, con una pellicola di un'intensità impressionante ma una trama che, pur appassionando, ha la peculiarità rischiosa di svilupparsi in maniera schematica. La protagonista deve fare la stessa domanda a quindici persone e prestare ascolto: come risponderanno al suo appello? Come risponderesti tu? Eroina per caso, un incanto di nome Marion Cotillard. Che si dimentica, qui, di essere una delle donne più affascinanti del cinema mondiale e, tutta ossa sotto quella sottile canottiera rosa, con i capelli stopposi e il trucco invisibile, scompare per scoprirsi fragile, potentissima, impressionante. Senza urlate scene da Oscar o manierismi, con una strada dritta da percorre e quindici vite da condividere. Due giorni, una notte – film da me attesissimo – è tutto ciò che la copertina annuncia, ma anche di più. Un dramma umano, cristallino, solidale, reale e struggente, che ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i citofoni ignorati, i “no” nudi e crudi e per quegli impensati, commoventi gesti di gentilezza che, sollievo, ti accarezzano l'anima. Che il lieto fine ci sia oppure no, allo spettatore finisce per importare poco o niente. C'è sollievo. C'è fiducia nei nostri simili. Perché c'è chi dice “no” e chi dice “sì”, perché c'è chi sa che una persona non ha prezzo e che mille euro non ti renderanno definitivamente più felice. Il cinema francese è così, un gran bel mistero. Guardando il film ero affranto e rilassato insieme: quando ti abbandona, dopo un'ora e mezza, sei leggerissimo. Un palloncino colorato contro la crisi. Sandra ha imparato a guardare negli occhi gli altri, a chiedere aiuto anche se si vergogna, a palesare le sue fragilità e tu hai imparato ad ascoltare. Alla domanda, adesso, sapresti cosa rispondere. Quanto vale un essere umano? (7,5)

Io sono uno spettatore privo di pregiudizi. Anche se sapevo che Dracula Untold non era il film dell'anno, né il degno epigono del capolavoro di Coppola, l'ho visto, perché nei pomeriggi morti della mia domenica – scorrevole, innocuo e ben fatto com'è – ci stava bene. Qualcuno aveva apprezzato. E io? Non posso dire di averlo odiato. Non gli si vuole male e, con calma e sangue freddo, si ammette una cosa: è un reboot; è logico che il personaggio della leggenda abbia una nuova vita. La pecca dell'esordio di Shore è che cambia le carte in tavola, pur non dandoti nulla di innovativo. Vlad mi diventa un edulcorato personaggio da fumetto, un supereroe ante litteram. A questo punto, non sarebbe stato utile raccontare la vera storia del personaggio? La sete di sangue, la guerra santa, il prologo reale di una storia fantasy? Domande buttate al vento, le mie. L'inedita vicenda del film è molto poco inedita. Una storia d'onore e potere come mille altre, ma con un protagonista che – con il suo nome noto – attira spettatori. Si poteva chiamare anche in un altro modo, per quel che valeva. Appesa al chiodo la sua carriera di assassino, Dracula si rifugia nel suo regno, finchè la minaccia del nemico non lo porterà alla via del vampirismo per proteggere chi ama. Il nuovo Dracula, però, non ha sfumature. E' monocorde, capace solo e soltanto di lodevoli intenzioni, senza cicatrici profonde. Personaggio da fiaba, non diventa mai l'antagonista, proprio come la Jolie in Maleficent. Non c'è tormento, non c'è pathos: allo spettatore, sedotto dagli ottimi effetti visivi, importa poco di quel che succede intorno. Sotto il vestito bellissimo non c'è altro. E i costumi, curati, sono belli davvero: roba chic che H&M non porterà mai, tipo. Sono un bel vedere anche Luke Evans e Sarah Gadon, che però comunicano poco, imbrigliati in personaggi angelicati, eterei, senza carisma o autentica umanità. E' un The Amazing Dracula-Man più che un Dracula Untold. Ci sono Gwen Stacy che cade, il morso del “ragno”, nemici con la faccia da schiaffi. Ma mentre Spiderman sa farti ritornare bambino, lo stesso non si può dire di Dracula Untold. Non ci sono più i bambini di una volta – e i cattivi di una volta – e l'eroe dark della Universal non saprebbe intimorire neppure quelli. (5)

Wallace e Chantry si conosco a una festa di amici di amici. Lui, disperato e alquanto patetico, vive nella soffitta della sorella e fa lavori noiosissimi, dopo una mancata laurea in medicina e un tradimento che gli ha frantumato il cuore in un centinaio di minuscoli pezzi. Lei, fidanzatissima, vede quell'omuncolo dall'accento inglese come un amico. Ma perché ogni tanto vorrebbe solo dargli un bel bacio sulla bocca e farlo tacere così, nel modo più dolce? E perché è gelosa se quella mezza ninfomane della sua sorellina ci prova spudoratamente con lui? Cioè, lo dico. Io ho sentito che avrei adorato What If sin dalla locandina. Guardatela: loro due agli estremi di un tavolo, saliera, ketchup e maionese di mezzo. Immaginavo un Harry ti presento Sally in miniatura: sveglio, intraprendente e parlato fino allo sfenimento. Tutto è filato liscio, come da programma. Michael Dowse dirige una commedia che ha personalità. Metropolitana, romantica e assurdamente adorabile. Una pellicola che vive di animazioni lampo, giochi di parole e poesie scarabocchiete sui frigoriferi delle case altrui, sulla regola dell'amico, l'amore a prima vista, i panini da Guinness, i discorsi sull'ultima cacca di Elvis, le svolte che ci fanno crescere. Frizzante, colorato, divertentissimo, ha il suo dolce e immancabile lieto fine, gag esilaranti e dialoghi sopra le righe, assurdi come piacciono a me, che sono gioellini di destrezza e scrittura. I protagonisti spiccano. Radcliffe è sempre più convincente: lo guardo e, miracolo, non penso più ad Harry Potter. Penso a Daniel Radcliffe e basta, che sta diventando davvero un bravo attore. Accanto a lui, la Zoe Kazan di Ruby Sparks: messa al mondo per film del genere, lei; una versione allampanata e maliziosa della quasi omonima Deschanel. (6,5)

Camilla e Silvestro sono come tutti i ventenni di questo mondo. Impacciati, insicuri su come muovere i primi passi lontani dal nido, invincibili. Con la stupida convinzione di avere tutto il tempo o quasi davanti a loro. Perché non rimandare, dunque? Perché dirsi di piacersi, perché perdersi e rincorrersi, perché dare un lieto fine alla loro storia d'amore dal primo minuto in cui un'inquadratura li rende vicinissimi? Tanti punti di domanda, una scusa grossa e banale. C'è tempo. Precisamente dieci anni. Precisamente dieci inverni. I protagonisti del film d'esordio di Valerio Mieli si risvegliano dal loro letargo quando fa freddo. Vivono per la neve, i denti che battono, gli abbracci per scaldarsi, i letti condivisi per contendersi il calore di un'unica coperta. Lui perde il vaporetto, lei lo ospita a casa sua: condivideranno lo stesso letto, in uno dei più rigidi dicembre che Venezia ricordi, ma senza toccarsi mai. Si separeranno la mattina successiva, per poi sfiorarsi e scontrarsi nei due lustri successivi. Inquadrati soltano quando il fiato si condensa, le piazze si svuotano e le strade si imbiancano: nel loro habitat naturale. Dieci Inverni ha una struttura che ricorda One Day e un'idea del romanticismo, con dialoghi pungenti e ripensamenti continui, che fa venire in mente Le ho mai raccontato del vento del Nord. Niente di originale sotto il sole, se non fosse per un minuscolo dettaglio: è una pellicola italiana. Atipica, completamene nuova. Di una delicatezza e un candore non contemplati dalle nostre parti. Caratterizzati in modo buffo e trasognato – lui che alleva lumache, lei che sogna la Russia – sono personaggi a metà tra l'adorabile e l'alieno. Gli anni che volano, le strade che ci portano dove non vogliamo, il cuore che non conosce le scorciatoie ma sa qual è l'unica destinazione valida. Un film sentimentale dai colori assai tenui, in cui sale e miele si stemperano così, un po' come capita. E Michele Riondino e Isabella Ragonese, adesso insieme in Il giovane favoloso ma all'epoca sconosciuti, sono quasi più abbaglianti di tutta quella neve. A non piacermi del tutto, l'epilogo. Forte l'impressione che un film così particolare meritasse una chiusa più, come dire?, audace. (6,5)

Un medico di grandi speranze e il suo apprendistato presso un manicomio. L'incontro con la follia, quella vera, che i manuali accademici non mostrano. Le pratiche inumane e la crudeltà, le bugie spacciate per cura, le identità negate a forza. Ma nello Stonehearst Asylum niente è come sembra. Raccontano una verità diversa dalla sua una bellissima paziente chiusa tra quelle mura da un marito normativo e i malati bloccati nelle segrete che, di notte, chiedono aiuto. Nello Stonehearst Asylum i pazienti si sono ribellati e hanno preso possesso dell'ospedale, facendo di infermieri e dottori i loro sottoposti, in un gioco di prospettive al contrario. Per ripagarli con la loro stessa moneta e per dimostrare che il concetto di follia è pura convenzione. Fare il doppio gioco, confondersi con gli altri, non innamorarsi delle promesse carezzevoli di Eliza Graves: sarà un complesso e lungo soggiorno quello di Edward Newgate nel manicomio in cui gli equilibri vengono sconvolti. Eliza Graves, tratto da un racconto del maestro Edgar Allan Poe, è un prodotto più che notevole per chi, come me, camperebbe di quelle fumose atmosfere. Suggestivo, misterioso, vagamente inquietante, è il gioco del gatto con il topo, ma anche un dramma – tra grottesco e denuncia - con elementi con cui vado a nozze. L'ho apprezzato per due motivi, principalmente: Kate Beckinsale, bellissima creatura immortale destinata a non invecchiare, con i suoi quarantuno anni che non si vedono, e le impressioni gotiche di cui è interamente impreziosito. Ricorda i vecchi horror della Hammer e diverte, sul finire, con uno o due colpi di scena inseriti con sapienza. Bravo, al solito, Jim Sturgess e, accanto a lui, grandi attori che compongono un buon cast. Qualche scena di troppo, una bellissima storia d'amore e pazzia destinata a un epilogo romantico, la voglia di omaggiare un genere spesso bistrattato con un American Horror Story: Asylum senza cattiveria, ma con savoir faire. (7-)

Dopo un tragico incidente che le ha stravolto la vita, Jessabelle – una giovane donna che ha perso suo marito e l'utilizzo delle gambe, nella violenza dell'impatto – va a vivere con suo padre, un uomo burbero e iracondo che vive nelle paludi della Louisiana e a cui il nonno di Heidi, in confronto, fa un baffo. Bloccata su una sedia a rotelle, la protagonista viene a conoscenza delle sue reali origini e, grazie a una serie di vecchi nastri, crea un contatto con la madre, morte di cancro quando lei era una bambina. Dalle videocassette, quella donna che vive solo nel passato riesce a predirle un futuro terribile e ad avvertirla. In quella casa c'è una presenza che vuole qualcosa da lei. Finché è in vita, sarà di troppo. Jessabelle, parente alla lontana di Annabelle, con la nuova stella di porcellana dei film dell'orrore ha poco in comune, rima a parte. Kevin Greuter – regista di alcuni dei Saw più dimenticabili – non ha un grammo della personalità di James Wan e si nota, la cosa, in una regia scolastica e priva di guizzi. Nonostante tutto – nonostante l'originalità latiti, nonostante la mente corra a The Ring, al tailandese Alone e, soprattutto, al fascinoso Skeleton Key – sapete che Jessabelle non dispiace? Personalmente, mi sono interrogato su Hollywood e i suoi spudorati plagi – remake lampo non dichiarati: così va meglio? - ma la trama ha fascino e il colpo di scena finale funziona. Peccato che, svelato quello, si sappia già com'è che andrà finire. In un film di qualche anno fa accadeva lo stesso, e per motivi pressoché identici. Ma, da inguaribile amante delle atmosfere e delle leggende di New Orleans, quello sfondo umido e cupo ha permesso che non borbottassi troppo. La rossa Sarah Snook è una protagonista senza carisma, ma che eppure si sforza, e il simpatico lavoro di bricolage degli sceneggiatori sfocia in un epilogo amarognolo, prevedibile e tutto, ma d'impatto. (5,5) 

giovedì 20 novembre 2014

Recensione: Lezioni in paradiso, di Fabio Bartolomei

Ero lo spazio vuoto tra le cose, lo spazio vitale che fa prosperare tutto ciò che, nel bene e nel male, ha un senso. I grandi artisti, i grandi statisti e i grandi pensatori non lo sanno, ma devono tutto alle grandi nullità. Se proprio si deve, vorrei essere ricordato come l'uomo che ha accettato il mondo per quello che era e se n'è andato senza lasciare traccia.

Titolo: Lezioni in paradiso
Autore: Fabio Bartolomei
Editore: Edizioni e/o
Numero di pagine: 140
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Dopo anni di ricerca infruttuosa, quando ormai aveva perso le speranze, Costanza trova finalmente un lavoro. Lo trova in paradiso, dove viene assunta come angelo custode. Anche se si è sempre sentita priva del talento per emergere e ha condotto un’esistenza molto semplice, quasi anonima, scoprirà che lassù hanno un disperato bisogno di lei. Ad attenderla troverà infatti un paradiso ben diverso da quello che aveva sempre immaginato. Per non soccombere nuovamente agli stessi soprusi che l’avevano emarginata quando era in vita e per il bene degli esseri viventi, primo tra tutti suo padre, Costanza accetterà questa sfida ad armi impari. Lezioni in paradiso è un romanzo che esplora in profondità, e con umorismo, il lato divino delle qualità umane.
                                   La recensione
Leggilo. Mi dicevano tutti così: leggilo. E a gran voce, di fretta. In prima fila, al megafono, c'erano le mie amiche blogger Sonia e Federica. Loro non si scompongono mai troppo - le conosco, le conoscete - ma sono le fan numero uno, o poco ci manca, dell'autore che ho scoperto e letto in un giorno: Fabio Bartolomei. Quando, con gli esami in corso, mi lamentavo con loro, perché proprio non sapevo rinunciare ai miei libri, ma quelli che leggevo – pescati a caso dalla pila, con il solo pregio di essere leggeri – erano troppo sterili, loro ecco che tiravano in ballo, una volta per ciascuna, il nome di questo scrittore. Sempre. Per chi se lo stesse chiedendo: no, non ricevano percentuali su ogni titolo venduto, ma, per me, avrebbero invece dovuto. Le manager più in gamba che ci sono. Me ne parlavano perché le cose belle si dicono a tutti, ma soprattutto a coloro di cui ti fidi: trasmesse col passaparola. Un intoppo al gioco del telefono senza fili, purtroppo, e io l'ho letto tardi. Galeotto il suo ultimo romanzo, Lezioni in paradiso. Esattamente lui, piccolino e con la copertina del colore del cielo. Con questa ragazza bellissima in primo piano, una città blu come fosse in apnea, sott'acqua, e quelle ali fucsia aggiunte con una bomboletta da chi sporca i muri, ma a volte, inconsapevolmente, ti fa il dono del volo. Centotrenta pagine che raccontano la storia di Costanza, una giovane donna che, su un terrazzo, mentre il vento di una città del nord fa sventolare le mutande, il tricolore e le lenzuola fresche di bucato, riceve il suo primo, vero incarico. Ha spedido curricula, ha studiato, ma la vita è stupida e imprevedibile. Quando la sua finisce, spezzata dalla tragedia del precariato, lassù qualcuno ha un incarico per lei: 
angelo custode a tempo pieno, senza diritti o stipendio e con la promessa vaga della pace eterna, di un cinquantenne scostante, nervoso e alla disperata ricerca di una domestica che sappia cucinare, stirare, rammendare. E che sia rigorosamente italiana: su questo Goffredo non transige, signornò. Fatta di scioperi contro l'Altissimo, divinità raccomandate dai potenti, ricordi dolci e attimi di tenerezza, la storia di questo angelo custode in cassa integrazione vola in fretta e vola in alto, anche se Costanza non ha ali. Una personalità fortissima che salta fuori da ogni rigo, lemmi ricercati seguite a ruota da spassose battute di spirito, la brevità di una favola della buonanotte con il graffio e l'acutezza della vera satira. Bartolomei si è fatto conoscere dal sottoscritto con un'ordinaria storia di angeli custodi, in cui il paradiso è metafora, illusione, specchio a rovescio del mondo. Le creature celesti parlano di manifestazioni e politica e, pigre e sonnolente, spesso, meriterebbero un posto su cui sonnecchiare – e una poltrona rossa da riscaldare – accanto ai nostri indolenti parlamentari. Per fortuna c'è Costanza, con la voglia di fare dei giovani, la forza inarrestabile dei sogni, le guerre perse in partenza contro i mulini a vento. Protagonista, lei, di un manuale d'istruzioni su come essere persone, e angeli, migliori. Il difetto, lasciato alla fine: la brevità; e non perché il romanzo risulti incompleto o frettoloso. Si vorrebbe sapere di più su Goffredo, ma è poca cosa rispetto al resto. Il problema autentico è che una parabola sulla crisi avrebbe dovuto avere un prezzo più anti-crisi. Qui c'è qualità (si legge bene), ma non quantità (si legge poco, e per una cifra proibitiva). Un racconto intelligente e saggio sui postini che suonano sempre due volte; sui sacchetti vuoti, ma pieni di parole d'amore; su vite che meritano un montaggio coi fiocchi, nei loro istanti finali; su colf introvabili e angeli che rifanno i letti, spruzzando il deodorante per ambienti; su alieni e tunnel di luce che forse sono balle o forse no. Una curiosa storia sul conformismo, scritta da uno che è anticonformisma nel cuore e che saprà mostrare, a chi vorrà, il divino nell'umano e l'umano nel divino.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gianluca Grignani – Destinazione Paradiso

martedì 18 novembre 2014

Recensione: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland, di Joe Hill

Lui vuole bambini che rimangano innocenti per sempre. E l'innocenza non è sempre quello che dicono, sai? I bambini innocenti strappano le ali alle mosche, perché non sanno quello che fanno. E' quella l'innocenza. 

Titolo: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland
Autore: Joe Hill
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 658
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Victoria McQueen ha la stupefacente capacità di trovare le cose: un braccialetto smarrito, una foto persa, risposte a interrogativi che non hanno soluzione. Quando passa con la sua bicicletta sul vecchio e traballante ponte coperto nei boschi dietro casa sua, emerge sempre nel posto in cui deve andare. Vie tiene segreta questa sua insolita abilità, perché sa che nessuno le crederebbe. Anche Charles Talent Manx ha una dote tutta sua. Gli piace portare in giro i bambini sulla sua Rolls-Royce del 1938 con la targa personalizzata NOS4A2. A bordo della macchina, lui e i suoi innocenti passeggeri possono uscire dalla realtà e percorrere strade segrete che portano a uno straordinario parco dei divertimenti che lui chiama Christmasland. Chilometro dopo chilometro, il viaggio sull'autostrada dell'immaginazione distorta di Charlie trasforma i suoi preziosi passeggeri, rendendoli terrificanti e inarrestabili quanto il loro "benefattore". Poi viene il giorno in cui Vic esce per cercare guai... e inevitabilmente la sua strada incrocia quella di Charlie. Questo è stato molto tempo fa. Ora l'unica ragazzina che sia riuscita a sfuggire al male implacabile di Charlie è diventata una donna che cerca, disperata, di dimenticare. Ma Charlie Manx non ha mai smesso di pensare all'eccezionale Victoria McQueen e non si fermerà finché non avrà avuto la sua vendetta. Vuole dare la caccia a qualcosa di molto speciale, qualcosa che Vic non potrà mai sostituire.
                                   La recensione
C'è qualcosa che non va se scrivi una lettera a Babbo Natale e lui ti risponde. C'è qualcosa di sbagliato se, alla radio, passano Jingle Bells e White Christmas, e siamo in piena estate. E c'è qualcosa di sinistro, soprattutto, se il tuo vicino di casa tiene appese decorazioni agli alberi per tutto l'anno. Un bosco privato, il suo, in cui il vento – in primavera, così come d'inverno – fa frusciare i rami e i loro tesori segreti. Ciondoli, nastri, fiori secchi, palline di vetro soffiato. Ognuno dei bambini di Charlie Manx aveva scelto un simbolo - una cosa piccola, un cimelio da nulla – prima di salire sulla macchina buia diretta a Christmasland. Un viaggio senza ritorno: solo andata. La mamma ti diceva di non andarci, o sbaglio? Ci scommetto, ho ragione. Ma un calcio troppo forte al pallone e tu non avevi scelta. Dovevi andare nella proprietà dei vicini, per recuperare il tuo gioco e perché mettere il naso tra quelle cose, sotto sotto, ti dava i brividi. Eccitazione e terrore insieme. C'erano ombre di bambini alle finestre, eppure affermavano che lì non ci vivesse più nessuno. I telefoni squillavano da soli e, da quel rudere in abbandono, partivano chiamate minacciose e venate di mistero. Quello che ti spaventava davvero, però, era quella vecchia auto che giuravi potesse respirare, sotto il cofano di onice. La targa personalizzata diceva fosse appartenuta a un vampiro. Era spenta, le chiavi lontane dal quadrante rettangolare; ma aspettava che tu oltrepassassi la soglia per mettersi magicamente in moto, con un rombo di tuono. Quella era la slitta degli elfi e delle renne, andava a sangue umano e ti avrebbe portato al Polo Nord o a un luogo che ci somigliava. L'officina di Babbo Natale, in cui la neve è zucchero che ti si scioglie sulla punta della lingua; gli adulti, con le loro regole e le loro rogne, sono aboliti del tutto; i bambini fanno da boia e governanti e le caramelle non ti corrodono i denti, tanto i tuoi li perdi strada facendo. Diventati spilli affilati come ami da pesca, e addio per sempre dentisti carissimi. Tua mamma si è raccomandata. Spazzolati bene i molari prima di andare a dormire, ha detto, e tieniti lontano dalle rogne. Lei lo sa bene. Parla da vecchia canaglia, da casinista convinta, da chi ha visto e ha avuto la fortuna di tornare indietro. Hai una mamma stramba: te lo dicono tutti, a scuola. Vic McQueen ha il corpo pieno di tatuaggi, guida moto imbizzarrite col vento tra i capelli, per un periodo ha avuto addirittura una fidanzata e, per qualche Natale, non è stata a casa. Ha messo fuoco al suo appartamento, incenerito tutti gli apparecchi telefonici, vagato mezza nuda per la città in preda a fumi di liquori e droghe: che pessimo esempio che è. 
Nell'ospedale psichiatrico in cui l'hanno curata, però, dicono sia colpa dei suoi antichi traumi. Di quando percorreva un ponte inesistente con la sua bici miracolosa, trovava tutto quel che si era perduto, sopravviveva con il coraggio di una leonessa a un assassino che prima era morto, poi invece no, e che l'aveva trascinata nell'incubo ad occhi aperti di un Natale per sempre. E' scappata e, lungo la via, ha incrociato le fiamme e un principe azzurroso sovrappeso in sella a una Harley che lo reggeva a stento. Lou: tuo padre. Un dolcissimo e morbido orso, che ha il cuore in proporzione al suo sedere (ed è un sedere enorme); maglie dei fumetti attillate, anche se a te risultano larghe quanto una coppia di lenzuola; chili di troppo che gli promettono infarti, una volta sì e l'altra pure. La macchina ha preso vita, adesso, e il suo proprietario ha aperto gli occhi centenari nell'obitorio della contea. Vuole vendicarsi. Per la prigione e la morte, per quei piccoli spettri – figli suoi, ormai – che gli hanno tenuto lontano per una generazione. Sulla sua strada ci sono il cavaliere obeso, la dama con le braccia coperte di inchiostro e le dita che fanno disegni incredibili e tu, che hai il nome di Batman. Ti chiami Bruce Wayne, sei figlio loro, e sei nei guai fino al collo! Guardati dal vampiro e dal suo carro funebre vintage, scappa a gambe levate dalle promesse che sanno di zucchero filato.
Mi sono divertito un mondo – lo ammetto - a parlarvi del romanzo in questione con questi toni particolari, perché sono vicinissimi a quello che N0S4A2 è, nel profondo dei suoi motori fiammanti e dei suoi calderoni ribollenti di disgustose leccornie. Una gran bella fiaba, riccamente illustrata. Non solo: N0S4A2 è uno dei romanzi più lunghi e appassionanti letti quest'anno. Il migliore nella categoria sfortunata dei romanzi dell'orrore. Sfortunata, dico, perché l'orrore è secondario, ormai: orpello barocco per gli urban fantasy, brivido caldo per l'eros, una sonora scusa per il resto. Il romanzo di Joe Hill è un ritorno all'horror tradizionale, senza conservanti artificiali. Una croccante pralina di cioccolato fondente che si scioglie sul nostro palato e ci uccide bruscamente, a tradimento. In bocca, per quel che vale, abbiamo il sapore più gustoso del mondo. Anche se è veleno per topi mascherato da prelibatezza calorica. Da bambino, ne avrei fatto indigestione, senza preoccuparmi delle conseguenze... Colui che spaccia, sotto banco, gelati e pistole, finali lieti e insetticidi letali, ha la barba, i capelli un po' lunghi, un nome che quest'estate ho scritto su un post-it e messo sul muro, tra le cose da ricordare. Dovevo ricordarmi di Joe Hill. Il suo La vendetta del diavolo era straordinario e, seppure con qualche difetto, anche Ritorno a Christmasland lo è. Gareggiano nella stessa categoria. Sono il meglio. Figlio d'arte, Hill e la sua creatura mi sono arrivati a casa in un pacchetto, sotto Halloween. Aperto, messo sulla scrivania, fotografato insieme a Mr. Mercedes
Un dubbio, alla fine: quale dei due leggere prima? Tale padre, tale figlio. Giunti in libreria nello stesso periodo, per lo stesso editore, con trame che parlavano di macchine killer, scomparse e altre amenità. Sono partito dal padre, ma penso mi sia piaciuto di più il figlio. L'allievo non supera il maestro, ma agli appassionati come me lo ricorderà molto, molto da vicino. Quando scriveva It e Cose preziose. Quando era in forma smagliante e, nella chioma, non aveva un solo capello bianco. Hill firma una storia lunga che non annoia un attimo; dà vita a un'avventura d'altri tempi che ringhia minacciosa contro il pascoliano fanciullino sepolto in te; e, come Dio, dal fango e da un semplice soffio, crea mostruose lune che urlano, protagonisti indelebili, uno spietato negozio di giocattoli grande come il mondo, un antagonista che potrebbe essere il nuovo Freddy Krueger e un perverso aiutante con la maschera a gas che si esprime in rima. Gli abeti sono decorati con ghirlande di mani e teste, i bambini nascondono un'ascia dietro la schiena, gli esseri umani sembrano bambole di porcellana, le bibliotecarie hanno i capelli d'arcobaleno, marchi di sigaretta sui seni e il curioso hobby della preveggenza. NOS4A2, insieme a un mucchio di carbone, è il libro da regalare ai bambini cattivi, pensato dal Cappellaio Matto e composto da un Roald Dahl con la camicia di forza. Meritatevelo. Siate cattivi. O sotto l'albero potreste trovare l'ennesimo pigiama a quadretti della nonna, al posto della fantastica avventura di una vita. Peccate e guadagnatevi un biglietto per Christmasland. Mangiate chili e chili di schifezze, anche se i medici e il vostro fegato dicono il contrario, e cercate disperatamente il biglietto d'oro di questo Willy Wonka assassino.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Tchaikovsky - Suite da Lo schiaccianoci (“Danza della fata confetto”)


domenica 16 novembre 2014

Coming This Fall #10


Ciao a tutti, amici, e buona domenica. Vi propongo, oggi, un post preparato in fretta e furia, ma mi sono accorto che stanno per arrivare – o, addirittura, sono già arrivati – titoli interessantissimi. Rimedio rispolverando Coming This Fall – e sì, lo so che “Fall” è l'autunno e che siamo praticamente in inverno, ma il titolo della rubrica è rimasto, sbagliato e tutto. Iniziamo dal ritorno dei Raven Boys di Maggie Stiefvater: arriva l'attesissimo Ladri di sogni, con magnifica copertina al seguito e la traduzione del mio amico Marco Locatelli. Inaspettata, dopo la ristampa di Arrivano i pagliacci, ecco ritornare Chaira Gamberale in compagnia di Massimo Gramellini: leggerò presto il loro duetto, grazie alla Longanesi. Per gli appassionati, in lista anche autori che io però non ho mai letto: Hornby, ad esempio, che so adorerei, e John Boyne, ma anche Jonathan Tropper, con la ristampa economica di Portami a casa, in occasione dell'arrivo del film al cinema. Dopo qualche anno, il Pierpaolo Vettori delle Sorelle Soffici, mia grande scoperta di quest'estate, ci propone il suo tenebroso La vita incerta delle ombre, la Harlequin Mondadori – anche se, per ora, in edizione digitale – metta la firma sul seguito dell'originale e divertente Alice in zombieland e la Chrysalide, dopo petizioni e richieste, finisce la duologia della Forman col sequel di Resta anche domani. Il titolo più brutto della storia del cosmo va al romanzo della Howard, di cui mi parlano molto bene, che grazie al genio della Newton Compton diventa Il mio splendido migliore amico. Vedrete che le mie traduzioni dall'inglese sono senz'altro meno fantasiose... Ed Sheeran – sapete che sono il suo fan numero uno, sì? - si racconta in un romanzo ricco di fotografie e la prima moglie di Stephen Howking, in Verso l'infinito, parla della malattia e del successo mondiale del marito. La biografia della donna, specifico, arriva da noi sulla scia di La teoria del tutto, che non vedo l'ora di vedere. E' tutto. In settimana vi proporrò la recensione del romanzo di Hill – sono alle ultime pagine: be', si fa per dire – e vi aggiornerò sugli ultimi film visti. Intanto vi auguro una splendida giornata e un lunedì dei meno traumati possibili. Il mio non lo sarà, purtroppo: sveglia alle cinque e trenta, yeah!

Titolo: Ladri di sogni - Raven Boys
Autore: Maggie Stiefvater
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 522
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 19 Novembre 2014
Sinossi: La magica linea di prateria è stata risvegliata e la sua energia affiora. I ragazzi corvo, un gruppo di studenti della scintillante Aglionby Academy, sono sulle tracce del mitico re gallese Glendower, che dovrebbe essere nascosto nelle colline intorno alla scuola. Con loro c’è Blue, che vive in una famiglia di veggenti tutta al femminile. A lei è stato predetto più volte che quando bacerà il ragazzo di cui sarà davvero innamorata, questi morirà. Sulle prime sembra che il suo cuore batta per Adam, ma forse è Gansey quello che ama davvero… Intanto Ronan s’inoltra nei suoi sogni, da cui può uscire di tutto. Del resto è uno che ama sfidare il pericolo. Mentre il tormentato Adam, con un passato pesante alle spalle, s’inoltra sempre più in se stesso, cercando una sua strada nella vita. Nel frattempo c’è un individuo sinistro che è anche lui sulle tracce di Glendower. Un uomo pronto a tutto.

Titolo: Avrò cura di te
Autori: Gramellini - Gamberale
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 17 Novembre 2014
Sinossi: "Gioconda detta Giò ha trentasei anni, una storia familiare complicata alle spalle, un’anima inquieta per vocazione o forse per necessità e un unico, grande amore: Leonardo. Che però l’ha abbandonata. Smarrita e disperata, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto, capace di fare vincere la passione sul tempo che passa: proprio quello che non è riu - scito al suo matrimonio. Ma una notte Giò trova un biglietto che sua nonna aveva scritto all’angelo custode, per ringraziarlo. Con lo sconforto, e con il coraggio di chi non ha niente da perdere, Giò ci prova: scrive anche lei al suo angelo. Che, incredibilmente, le risponde. E le fa una promessa: avrò cura di te. Poi rilancia. L’angelo non solo ha una fortissima personalità, ma ha un nome: Filèmone, e una storia. Soprattutto ha la capacità di comprendere Giò come Giò non si è mai compresa. Di ascoltarla come non si è mai ascoltata. Nasce così uno scambio intenso, divertito, commovente, che coinvolge anche le persone che circondano Giò: il puntiglioso ex marito, la madre fricchettona, l’amica intrappolata in una relazione extraconiugale, una deflagrante guida turistica argentina, un ragazzino che vuole rinchiudersi in una comune... Grazie a Filèmone, voce dell’interiorità prima che dell’aldilà, Giò impara a silenziare la testa e gli impulsi, per ascoltare il cuore. Ne avrà davvero bisogno quando Filèmone la metterà alla prova, in un finale sorprendente che sembrerà confondere tutto. Ma a tutto darà un senso."

Titolo: La vita incerta delle ombre
Autore: Pierpaolo Vettori
Editore: Elliot
Numero di pagine: 285
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Fin dall'infanzia Alessandro è stato tormentato da paure e incubi notturni. Dopo una violenta crisi di panico da cui si sta lentamente riprendendo, riceve la visita della "zia" Severina, l'unica in grado di farlo addormentare quando era piccolo, la quale gli chiede di accompagnarla a un concerto sul lago di Malvento. Per il ragazzo e la donna è l'inizio di un viaggio verso un passato misterioso e mai rimosso, dal quale riemergono luoghi come l'esclusivo collegio femminile del Sacré Coeur, frequentato negli anni Sessanta da Severina, e la fortezza di Boccafolle, un'accademia militare maschile dalle regole rigide e fuori dal tempo. A quei luoghi si accompagnano i ricordi di figure speciali come quella di Miranda Montelimar, una compagna di collegio di Severina, attratta dalle strane energie che animavano il tempio di Asclepio, un edificio al centro del lago che affascinava da sempre la fantasia dei ragazzi dell'accademia e delle ragazze del Sacré Coeur. Ma in un'estate torrida e sensuale Miranda viene ritrovata priva di sensi nella radura tra le rovine del tempio e, al risveglio, la sua personalità mostra i segni di un mutamento radicale. È stata davvero posseduta dal dio dei sogni, come lei crede, o è solo frutto della sua immaginazione? E perché oggi Severina, a distanza di tanti anni, decide di condurre lì Alessandro?

Titolo:  Resta dove sei e poi vai
Autore: John Boyne
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 254
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Londra, 1914. Alfie ha cinque anni quando in Europa si alzano i venti della Grande Guerra, e il suo papà, come molti altri giovani compatrioti, parte per il fronte. La guerra però la combatte anche chi rimane a casa, nelle difficoltà quotidiane di trovare il cibo e i soldi per l'affitto, con il terrore che un ufficiale bussi alla porta per riferire che un papà, un fratello o un figlio non torneranno più a casa. Alfie non vuole credere che sia questo il destino di suo padre, ma le lettere che l'uomo spedisce dal fronte, prima regolari e cariche di speranze, si fanno saltuarie e cupe, fino a smettere del tutto. Deciso a fare la sua parte, Alfie marina la scuola e inizia a lavorare come lustrascarpe in stazione. Ed è grazie a uno dei suoi clienti che scopre dov'è il suo papà...

Titolo: Funny Girl
Autore: Nick Hornby
Editore: Guanda
Numero di pagine: 384
Prezzo: € 18,50
Data di pubblicazione: 20 Novembre 2014
Sinossi: Nell’Inghilterra degli anni Sessanta spopola l’attrice televisiva Sophie Straw, ex reginetta di bellezza di un paesino del Nord, che ha cambiato nome e tagliato i ponti con la famiglia per trasferirsi nella Swinging London, inseguendo il sogno di far ridere la gente come la sua eroina, la star americana Lucille Ball. Insieme a lei, l’affiatatissima squadra che lavora alla serie della BBC Barbara (e Jim), di cui Sophie è l’indiscussa protagonista: un cast di personaggi straordinari che stanno vivendo, forse senza esserne consapevoli, la grande avventura della loro vita. Gli sceneggiatori, Tony e Bill, nascondono un segreto difficile da confessare. Dennis, il produttore colto e sensibile, ama il suo lavoro ma odia il suo matrimonio – forse perché è sposato con la donna che detiene il record mondiale di snobismo. Il protagonista maschile, Clive, più bello di Simon Templar e molto vanesio, sente di essere destinato a una carriera di più alto profilo. E Sophie, che si è giocata il tutto per tutto pur di sfuggire alla monotonia della provincia e alla minaccia di un matrimonio senza amore, si troverà a recitare un copione di scena troppo simile a quello della sua vita, e dovrà decidere che tipo di donna essere, e che tipo di uomo scegliere, in un mondo in cui anche le donne sperimentano nuovi ruoli e una nuova libertà.

Titolo:  Resta sempre qui
Autore: Gayle Forman
Editore: Mondadori Chrysalide
Numero di pagine: 270
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 2 Dicembre 2014
Sinossi: Mia e Adam si rincontrano tre anni dopo il risveglio di lei. L'incidente ha cambiato tutto: il mondo di Mia, dentro e fuori, non è più lo stesso, neanche per quanto riguarda l'amore. Mia e Adam si erano persi eppure, a fatica, si ritrovano. Sono diventati due musicisti famosi, ora: lui è una rock-star amatissima, lei violoncellista di fama internazionale. E tra ricordi, rimpianti, nuovi corteggiamenti e confessioni, Mia e Adam provano una volta per tutte a superare il dolore e a ricomporre la musica dei loro cuori.

Titolo: Un viaggio per immagini
Autore: Ed Sheeran
Editore: Fabbri
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 19,90
Data di pubblicazione: 19 Novembre 2014
Sinossi: Un libro riccamente illustrato in cui il giovane cantautore inglese racconta la sua vita e la sua musica. Un libro molto originale, nato dalla collaborazione con l’artista Phillip Butah, suo amico d’infanzia. Tra i ritratti eseguiti da Phillip e foto esclusive, Ed racconta il suo viaggio, in un resoconto illustrato e personalissimo di come si diventa un musicista famoso in tutto il mondo.

Titolo: Il mio splendido migliore amico
Autore: A.G Howard
Editore: Newton Compton
Numero di pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Data di pubblicazione: 26 Febbraio 2015
Sinossi: Alyssa Gardner ha il dono di poter sentire i sussurri dei fiori e dei bruchi. Peccato che per lo stesso dono sua madre è finita in un ospedale psichiatrico. Questa maledizione affligge la famiglia di Alyssa fin dai tempi della sua antenata Alice Liddell, colei che ha ispirato a Lewis Carroll il suo Alice nel Paese delle Meraviglie. Chissà, forse anche Alyssa è pazza, ma niente sembra ancora compromesso, almeno per ora. Quando la malattia mentale della madre peggiora improvvisamente, Alyssa scopre che quello che lei pensava fosse solo finzione è un’incredibile verità: il Paese delle Meraviglie esiste davvero, è molto più oscuro di come l’abbia dipinto Carroll e quasi tutti i personaggi sono in realtà perfidi e mostruosi. Per sopravvivere, Alyssa deve superare una serie di prove, tra cui asciugare il lago di lacrime di Alice, rimanere sveglia all’ora del tè soporifero, domare un feroce Serpente. Di chi potrà fidarsi? Di Jeb, il suo migliore amico, di cui è segretamente innamorata? Oppure dell’ambiguo e attraente Morpheus, la sua guida nel Paese delle Meraviglie?

Titolo: Throught the zombie glass
Autore: Gena Showalter
Editore: Harlquin Mondadori, collana digitale eLit
Data di pubblicazione: Dicembre 2014
Sinossi - Tradotta da me: Alice Bell ha perso tanto: famiglia, amici, una casa. Pensava di non avere nient’altro a cui dire addio. Si sbagliava. Dopo un nuovo attacco zombie, strane cose iniziano a succedere. Gli Specchi prendono vita e le bisbigliano ammonimenti alle orecchie. Ma la cosa peggiore è la tremenda oscurità che fiorisce dentro di lei, spingendola a fare cose cattive. Non ha mai avuto così tanto bisogno della sua squadra, ma il bad-boy Cole Holland si allontana improvvisamente da lei, e da tutti. Con la sua migliore amica Kat accanto, Ali deve uccidere gli zombie, scoprire il segreto di Cole e imparare a combattere l’oscurità. Ma il tempo stringe, e lei sa che a un solo passo falso saranno tutti condannati.

Titolo: Verso l'infinito
Autore: Jane Hawking
Editore: Piemme Voci
Data di pubblicazione: 2 Gennaio 2015
Sinossi - Tradotta da me: Stephen Hawking è uno dei più famosi scenziati dei nostri anni. In questo libro, la sua prima moglie, Jane Hawking, rivela i retroscena del loro straordinario matrimonio. Come Stephen scopre il successo, mentre il suo corpo collassa. Jane cerca di trovare l'equilibrio tra quell'uomo che ha bisogno di assistenza costantente e i bisogni di una famiglia che sta crescendo. Il candore di Jane non appare meno evidente quando il matrimonio finirà, con Stephen che la lascia per una delle sue infermiere e Jane che sposa un vecchio, caro amico di famiglia. In questa biografia spontanea, movimentata e spesso divertente, Jane Hawking si confronta non solo acutamente con i complicati e dolorosi dilemmi della sua storia d'amore, ma anche con gli effetti che fama e salute hanno sul rapporto coniugale. Il risultato è un libro sull'ottimismo, l'amore, il cambiamento.

Titolo: Il re degli incasinati
Autore: K.L Going
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: Febbraio 2014
Sinossi - Tradotta da me: Liam Geller è Mr. Popolarità. Tutti lo amano. Lui eccelle nello sport; sa sempre cosa indossare; è puntualmente accompagnato dalle più belle ragazze del liceo. Ma ha l'abilità innata di incasinare tutto, proprio come il padre. Quando viene cacciato di casa, il padre lo prende con sé. Cosa ha in comune quel teenager alla moda con il suo papà gay, rocker, Dj, che vive in una roulotte a New York? Inaspettatamente, molto. E quando Liam tenta di fingersi nerd, per impressionare il genitore, è suo "zio" Pete e i ragazzi della sua band a convincere Liam che c'è molto di più, in lui, che suo padre potrà vedere.

Titolo: Portami a casa
Autore: Jonathan Tropper
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 357
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Alcune famiglie possono diventare tossiche, se ci si sottopone a prolungata esposizione. E la famiglia Foxman, in particolare, può raggiungere un livello di tossicità letale. Ecco cosa sta pensando il trentenne Judd Foxman mentre, di fronte al suo piatto di salmone e patate, cerca di estraniarsi dalle urla dei nipotini. Il telefono del cognato non smette mai di squillare, la sorella non fa che scoccargli frecciatine acide, in combutta con il fratello minore, mentre la madre, stretta in un vestito troppo provocante, gli rivolge solo sguardi di commiserazione. L'unico desiderio di Judd è scappare lontano e non pensare più a tutti i guai della sua vita. Perché Judd è senza casa, senza moglie, che l'ha appena tradito con il suo capo, e ora anche senza più un padre, morto all'improvviso. Per questo è dovuto tornare a casa e non può fuggire. Le ultime volontà del padre richiedono che venga celebrata la Shiva, il periodo di lutto prescritto dalla religione ebraica: per sette giorni consecutivi tutta la famiglia dovrà riunirsi sotto lo stesso tetto. E sette giorni possono essere un tempo infinito, soprattutto se i componenti della famiglia sono tutti fuori di testa e non riescono a stare per più di ventiquattr'ore insieme senza scannarsi. Ne bastano molte meno perché la casa diventi una polveriera pronta per esplodere a causa di vecchi rancori, passioni mai sopite e segreti inconfessabili.