Pagine

venerdì 31 marzo 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: 20th Century Women, La mia vita da Zucchina, A man called Ove

Miglior sceneggiatura originale. Avere quindici anni a Santa Barbara, California, con gli anni '70 agli sgoccioli. La rivoluzione sessuale in atto, fumo di sigaretta ovunque e, a tavola, conversazioni spudorate a proposito di orgasmi impossibili, prime volte e mestruazioni. Il technicolor, la musica punk, gli amabili resti del conflitto generazionale. Jamie vive quell'anno di transizione in una casa trasformata in una allegra comune. Dalla sua finestra entra ed esce la ribelle e bellissima Elle Fanning; in una camera data in affitto balla una scatenata e fragile Greta Gerwig, consigliera dai capelli rosso fuoco; in un'altra, invece, c'è il sempre affascinante Billy Crudup, factotum che dispensa attenzioni e tenerezze. Padrona di casa, una strepitosa Annette Bening a digiuno di nomination: mamma single allevata durante la Grande Depressione, ex aviatrice, si preoccupa dell'educazione sentimentale del figlio e della ritrovata felicità di quegli ospiti (abusivi). In un anno sospeso, in cui ogni cosa sembrava vicina e possibile, far sì che il protagonista si faccia trovare preparato grazie all'influenza costruttiva di quei parenti improvvisati e di quelle ninfette magnetiche. Plasmarlo, facendone un galantuomo che crede nelle pari opportunità, nel punto G e nell'indiscreta poesia dei sentimenti a senso unico. Nel titolo ci sono le donne, ma Mike Mills - già autore di quel gioiellino che fu Beginners - realizza una commedia ad altezza adolescente in cui gli uomini, pochi ma buoni, pendono dalle labbra delle loro coinquiline e prendono appunti. Inutile descrive cosa succeda e cosa non succeda. Superfluo cercare di suggerire quella leggerezza, quel brio, quella semplicità intelligente che solo il cinema indie sa. L'ho adorato così, senza un preciso perché. Resta lo sgomento, quello sì, per la clamorosa esclusione nelle categorie principali. Nel cast, in equilibrio perfetto, non c'è un viso fuori posto. Sprizzano tutti confidenza, armonia, intesa. Sono i compagni che tu, solitario cronico, avresti voluto con te in un'età sottile. Non ti risparmiano l'imbarazzo, vero. Il terzo grado. Ma che bella musica, che bella compagnia, che bel film. Lo sottolineano i narratori onniscienti nel momento di tirare le redini: anticipandoti le morti, le strade che si dividono, la vaga amarezza che proverai. Non senza una certa fretta, ma con la malinconia che rende gli insegnamenti preziosi e il bicchiere sempre mezzo pieno. (7,5)

Miglior Film d'animazione. Icaro, detto Zucchina, ha appena nove anni ma conosce la sofferenza. L'ha sperimentata con sua madre: una donna abbandonata dal marito, che si è trasformata nell'ombra di se stessa. Presto, però, fa i conti con una sofferenza di altro tipo. Orfano all'improvviso, viene accompagnato in casa famiglia. Lì non riesce a dormire. A tormentarlo, i compagni che prendono di mira i nuovi arrivati e il pensiero di averla uccisa lui, una mamma disattenta eppure presente. Finché non arriva la bella Camille, che preferisce la compagnia del gruppo a quella di una zia opportunista. E le cose, con lei attorno e la neve che cade, cambiano. La mia vita da Zucchina racconta con onestà le difficoltà di un'infanzia spesa in orfanotrofio. Tra bambini abusati, figli di tossicodipendenti, orfani bianchi che non si danno pace e, quando una macchina parcheggia nel vialetto, scappano fuori chiamando i loro genitori con la speranza nella voce. Può esserci un attimo di respiro, il pensiero del domani, dove tutto è un grigio e provvisorio piano alternativo? Prima il romanzo per bambini di Gilles Paris, poi le animazioni dell'esordiente Claude Barras, ci dicono che sì, si può. Per lo straordinario spirito di adattamento dei più piccoli, che vanno avanti ma senza dimenticare. Per via di quella sensibilità tipicamente europea, che non tace i traumi e le ingiustizie pur inseguendo un doverosissimo lieto fine. Applaudito a Cannes, arrivato zitto zitto agli Oscar, La mia vita da Zucchina ha uno stop-motion che non mi piace. Lo popolano pupazzi grotteschi, tozzi e dalle braccia lunghe, che però hanno una luce triste negli occhi. Inespressivi, tutti bizzarri e tutti uguali, oggettivamente brutti, in realtà gli abitanti della casa famiglia di Barras hanno quello che non troverai né in un altro pupazzo di plastilina, né in un altro cartone a tema. Un vissuto che non fa sconti a nessuno, nello stile dello splendido dramma indie Short Term 12. Un epilogo non scontato, felice solo a metà, che vìola la regola non detta dei cartoni animati di ogni dove. Se si parla di bambini ai bambini, al bando la tristezza. (8)

Miglior Film Straniero. La visione del Miglior Film Straniero, solitamente sinonimo di pesantezza, preferisco rimandarla all'indomani della premiazione: guardo per dovere solo il film vincente, così, e glisso sugli altri quattro. L'eccezione: l'anno in cui c'erano Il sospetto e Alabama Monroe, ma la spuntò il nostro Sorrentino. Quest'anno, A man called Ove. La commedia svedese, ispirata al bestseller L'uomo che metteva in ordine il mondo, parla di vecchietti burberi e gatti a pelo lungo. Se mi conoscete, sapete che potrei fermarmi qui. A furia di leggere romanzi troppo simili di anziani in viaggio e seconde opportunità, storie agrodolci che rischiavano di risultare tutte uguali, nei mesi scorsi mi sono però detto annoiato. Toccava disintossicarsi. La compagnia di questo Ove, però, è davvero irrinunciabile. Che proprio vecchietto, con i suoi cinquantanove anni portati con eleganza, non è. Che tiene tutto sotto controllo – la vita del quartiere, i vicini, le spese mensili – finché non gli sfugge di mano il senso stesso della vita. Vedovo licenziato all'improvviso, vorrebbe farla finita. A disturbarlo dall'intento suicida, ora una corda difettosa e ora una dirimpettaia che scoppia di gioia. E le giornate si riempiono a dismisura. E la vita, anche in solitudine, tanto male in fondo non è. Qual è il segreto del film di Hannes Holm, che con la sua semplicità sembrerebbe stare agli Oscar come il cavolo a marenda? Una scrittura delicatissima, uno straordinario Rolf Lassgard e un cuore smisurato – come ci insegna il protagonista, qualità che è un pregio e un difetto insieme. A man called Ove vive di risposte sardoniche, piccoli sorrisi e flashback nei quali si ricercano le ragioni dei bronci, delle cucine in miniatura, delle culle impolverate in soffitta. Quanta fatica ci vuole per farsi venire i capelli bianchi e le rughe d'espressione? Mi direte che la storia del vedovo, classica ma generosa com'è, non doveva arrivare dov'è arrivata. Ancora commosso, rispondo che non è così. Il film è bellissimo nel suo non essere esattamente niente di che. Come un Up in cui Carl e Ellie sono diventati veri e lo struggimento di quei dieci minuti iniziali si protrae per due ore. (7,5)

19 commenti:

  1. 20th Century Women molto carino, dalla sceneggiatura strutturata in maniera strana ma deliziosa, e che meraviglia la Gerwig!
    Dunque la Zucchina si trova ora? Benissimo! Lo aspettavo da secoli!!

    RispondiElimina
  2. Interessanti i primi due, sul terzo non lo so..ovviamente son da recuperare entrambi, per la Zucchina dici che la piccola cinefila mi si intristisce troppo o si può fare??

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma no, non penso! Ai miei tempi, tra Piccole fiammiferaie e simili, ci angustiavano molto di più. ;)

      Elimina
  3. La Zucchina tanto attesa, aspetto di vederla al cinema nel cineforum che ho contribuito ad organizzare, sì, piccole fortune di un piccolo cinema.
    Ove, riesce a fare breccia nonostante una trama all'apparenza piena di già visto e cliché, tanto cuore, e quei 59 anni comunque sembravano di più.
    Mills, come sai, splendido: splendide loro, splendidi i maschietti, le parole, la musica, i momenti... ah, ne vorrei di più di film così!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh, allora goditi il cartone, ti piacerà molto.
      In un'ora quanti temi, quanta profondità, può starci?

      Elimina
  4. Risposte
    1. Spero arrivi presto anche qui in Italia.
      L'hanno ignorato platealmente, questi americani!

      Elimina
  5. 20th Century Women era già in lista (dietro tuo consiglio), La mia Vita da Zucchina mi tentava già da un po'... ma la "sorpresa" per me è A man called Ov: non lo conoscevo (malgrado gli Oscar, che comunque quest'anno ho seguito poco e niente), ma sono una fan spassionata dei film a tema "vecchietti alla riscossa", quindi... mi sa che questo è proprio imperdibile! *_____*

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Assolutamente, Sophie. Viva i vecchietti (anche se questo qui è sulla cinquantina, e se mi legge mio padre va a finire che si offende). :)

      Elimina
    2. Ahahaha anche il mio, allora, che ne ha 52! Parliamo piano piano, così non ci sentono! ;D

      Elimina
    3. Il mio pure, ne fa 52 a fine agosto! Sono dei giovincelli, dai.

      Elimina
  6. Adorabile il buon Ove :D
    20th Century Women mi manca e mi incuriosisce parecchio. La mia vita da zucchina, invece, non mi ispira molto.. Non escludo, però, un recupero prima o poi!

    RispondiElimina
  7. Non ho ancora visto nessuno dei tre perché non è che mi ispirassero troppo.
    Dopo i tuoi pareri più che positivi però cercherò di rimediare.
    20th Century Women in particolare se è punk e teen al punto giusto potrebbe fare al caso mio. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. 20th Century Women lo vedo già sul tuo header, sai? Tra i tre, è sicuramente quello che ti piacerà di più. Ma non scortarti il vecchietto, perché ha qualità (e gatti) in abbondanza. :)

      Elimina