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mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence 

martedì 30 dicembre 2014

2014 I ♥ Telefilm Awards - Perché ho visto quel (poco) che ho visto

Altro appuntamento giornaliero, altra Top10. Si parla, questa volta, di telefilm. Chi avrebbe detto che guardo pochissime – be', poche – serie tv? Me ne sono reso conto stilando la mia lista. Ho seguito pochissime novità e, perlopiù, ho proseguito con vecchie conoscenze e segreti guilty pleasure. Mai seguiti Games of thrones e The Walking Dead, ma mi rode essermi perso cose come Fargo, Master of Sex, Sons of Anarchy. Ho visto la luce giusto in estate, quando mi sono concesso la prima stagione di Breaking Bad e, tra esami e corsi, sono fermo ancora a quella. In lista, però, Orange is the new black: sono indietro, ma in base a quei tredici episodi che ho visto... una sorpresona. Propositi per il nuovo anno? Terminare Breaking Bad, per forza, e parlarvi di ogni singola stagione; abbandonare serie che mi trascino svogliatamente da un po'; ampliare a dismisura la lista di cosa vedere. Tornando al mio resoconto... Primo in lista a parte, sono più o meno in ordine sparso. E cioè, notate che sciccheria. Non facevo collage da... mai... e mentre la gente normale dormiva, io ritagliavo e inventavo categorie su categorie. Ne avevo pensate di più, ma avrei dovuto fare altri collage. I miei occhi, le mie mani, il mio computer si rifiutavano. Tutto è stato, per me, abbastanza facile e scontato. Le mie preferenze le so da sempre. L'indecisone giusto per la migliore attrice: ho scelto così perché Orphan Black mi ha stancato un po' e perchè Emmy Rossum è sempre stata eccelsa; la Green – indemoniata, seducente, vestitissima – è la mia rivelazione. Ditemi la vostra. Un salutone a voi. 
Ps. Notate i titoli delle categorie? Tutti a tema musicale, eh eh. E se le canzoni sono trash – tipo la canzone più brutta dell'anno per parlare delle donne più belle dell'anno – pure meglio.
 

1. True Detective: Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, già si parlava di serie dell'anno. Non si attendevano smentite. Sulla HBO, la perfezione.
2. Shameless IV: Un Settimo cielo per peccatori. Generoso, viscerale, squallido: uno splendore che fa male alle orecchie e bene al cuore.
3. Please Like me: Un colorato, esilarante, acuto racconto di formazione sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. La mia serie rivelazione dell'anno, davvero. 
4. Orphan Black II: L'apatia all'inizio, ma un season finale con una miracolosa Maslany quintuplicata. Movimentato, surreale: una seria(le) dipendenza.
5. Penny Dreadful: Erotico, gotico, incantatore: la seduzione degli orchi. Eva Green è una dea.
6. Hannibal II: Barocco, eccedente, ricercato. Un bagno di sangue, per una serie che è la yakuzi dei bagni di sangue. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte è poesia.
7. Orange is the new black: Uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature al centro esatto della commedia e del dramma.
8. The AffairL'erotismo elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo, due versioni. Un' ordinaria storia di tradimenti e sofferenze che ha più di un mistero... ma l'amore è il più antico.
9. Faking It: MTV sforna un'altra chicca. Venti minuti di spasso, risate, gioventù e bugie. Una sit-come per chi alle sit-com non va appresso. 
10. You're the worst: I clichè? Li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma monotono. Una commedia che non diventa mai rosa. 

Migliore attore protagonista:
1.True Detective - McConaughey; Harrelson
2.Hannibal - Hugh Dancy; Mads Mikkelsen
3.Vicious - Ian McEllen; Derek Jacobi
Migliore attore non protagonista:
1. Shameless - Noel Fisher
2. Hannibal - Michael Pitt
3. American Horror Story - Evan Peters
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful - Eva Green
2. Shameless – Emmy Rossum
3. Orphan Black - Tatiana Maslany
Migliore attrice non protagonista:
1. American Horror Story – Sarah Paulson
2. Mom - Allison Janney
3. Please Like me - Debra Lawrence



Sono una muchacha troppo sexy:
1. True Detective – Alexandra Daddario
2. Dal tramonto all'alba – Eliza Gonzàlez
3. Faking It – Rita Volk, Katie Stevens
Bello impossibile:
1. The Fall – Jamie Dorman
2. True Blood – Alexander Skarsgard, Ryan Kwanten
3. The Affair – Dominic West, Joshua Jackson
Nice to meet you, where you been?:
1. The Affair – Ruth Wilson
2. Salem - Janet Montgomery
3. The Fall – Jamie Dornan
Sing!:
1. AHS Freak Show – Jessica Lange (Life on Mars)
2. Selfie – Karen Gillian (Chandelier)
4. Bates Motel – Vera Farmiga (Maybe This Time)
Psycho Killer:
1. AHS – Elsa Mars
2. Revenge – Victoria Grayson
3. The Following – Joe Carroll
Oops, I did it again!: 
1. Revenge
2. Devious Maids
3. The Vampire Diaries
Hot Stuff:
1. You're the worst
2. Shameless
3. Penny Dreadful
What the hell! [Spoiler: i momenti boh]:
1. Penny Dreadful – Josh Hartnett si limona Reeve Carney
2. Revenge – Il ritorno del “Conte di Montecristo”
2. AHS Coven – La morte di Taissa Farmiga
We're Never Getting Back Togheter:
1. Sleepy Hollow
2. Once Upon a Time 
Don't Leave Me This Way:
1. Selfie
2. Red Band Society
3.Manhattan Love Story

lunedì 29 dicembre 2014

2014 Book Awards - Cosa ho letto e cosa (forse) non avrei dovuto leggere

Ciao a tutti, amici. Come state? Indigestione da panettoni? Ire funeste per il regalo sbagliato? Io mi mantengo in linea e calmo: più o meno. C'è la preparazione in corso del tostissimo esame di Letteratura Latina e potrei morire prima di finire tutto il programma. No, non sono calmo. Scherzavo. Chi mi segue sulla pagina Facebook comunque lo sa: non dite, dunque, che non vi avevo preparati a dovere all'invasione di post prima di Capodanno. Dopo gli ultimi appuntamenti con Mr Ciak e I love telefilm, con in mente tante e stupide idee per parlarvi dei film e dei serial del mio tortuoso 2014, oggi si torna a parlare dei libri. Precisamente, dei libri che mi sono piaciuti di più tra i novantatrè letti dal primo gennaio ad ora. Pensavo sarebbe stato difficile, pensavo mi ci sarebbe voluto più tempo, e invece no. Le letture davvero imperdibili, come sempre accade, si contano sulle dita di una mano, ma non posso dirmi deluso. Ci sono state belle scoperte, sorprese impreviste e gradittissimi ritorni. Occupati da tempo immemore, sinceramente, i primi tre (anzi, quattro: lo so ho imbrogliato!) posti di questa Top10 che, se vogliamo essere proprio pignoli, in realtà è una Top11: i titoli restanti li ho scelti ripescando dalla mia memoria i ricordi più belli, le recensioni più sentite, quelli con il numero di stelline più numerose. Non sono proprio in ordine di preferenza. Sapete che non sono bravo a dare i numeri! Qualcuno l'ho dovuto escludere, qualcuno l'ho dovuto invece inserire, in onore di quanto stupidamente felice o orribilmente triste mi abbia fatto sentire al tempo della lettura – magari mesi e mesi fa, magari solo la settimana scorsa. Alla fine del post, però, menzione speciale per quegli autori che ci sono stati, per le cover splendide e per quelle storie di genere che spiccano anche al buio. E i vostri romanzi preferiti, invece, quali sono stati? Ditemi un po', ché sapete sono curioso. Un abbraccio, M.

10. Arrivano i pagliacci: Parlava Allegra e mi è venuta in mente nonna che, quando beve un sorso di limoncello in più, inizia a straparlare e a costruire per l'aria alberi genealogici. Stasera la chiamo e glielo dico che ho pensato a lei: la prossima volta, porto con me il libro di Chiara.” 
9. Noi siamo grandi come la vita: Noi siamo infinito apprezzerebbe. Per la scrittura semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi.
8. Le ho mai raccontato del vento del Nord: La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Sono parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria telefonica. Un Her in una dimensione possibile. 

7. La misura della felicità: La sensazione che tanti pensieri siano in rima con i tuoi spiega il tuo sentirti meglio al mondo. Non è vero che i libri ci isolano. Guarda quanta gente che c'è. Vivi e lascia vivere. Leggi e lascia leggere.
6. Città di carta: Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega.
5. Noi: Un bellissimo pronome personale che, a lungo andare, si fa aggettivo possessivo. Noi è tutto ciò che è nostro. 
4. La vendetta del diavolo: Un vangelo apocrifo di Giuda ballerini, figli che uccidono le madri, passioni che fanno male più dell'inferno, autori dalle voci sempre più riconoscibili. Satana diverte, emoziona e non fa paura. 
3. Shotgun Lovesongs: vuole essere cantato e basta. Richiede un giro di do, falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come singhiozzi. Dove non arriva la voce, sopraggiunge l'emozione. Quella dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti libera e ti imprigiona.
2. L'amore bugiardo: Uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze). 

Venuto al mondo è un romanzo bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto di Splendore. E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con la forza incredibile delle donne. Gli uomini della Mazzantini, invece, sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono. Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora. Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un campo minato. La prima era una storia spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. In Splendore poteva essere tutto più semplice. L'amore malinconico tra questi due uomini ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne. Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di coraggio (...) Libri da leggere a voce alta, libri che ti sbudellano il cuore.
PREMI DI (S)CONSOLAZIONE.
Il miglior horror: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland
Il miglior new adult: Hopeless – Le coincidenze dell'amore
Il miglior urban fantasy/distopico/sci-fi: La quinta onda
Il romanzo più... boh: Un bravo ragazzo, Breaktime, Agnes
Risate assicurate: Geek Girl, La prima cosa bella
Leggere con gli occhi lucidi: Quella vita che ci manca, Promettimi che ci sarai, Sette minuti dopo la mezzanotte
Autori che ho stalkerato: Bianca Marconero, Donato Carrisi, Chiara Gamberale, Alessia Gazzola
Romanzi che sono piaciuti a tutti, ma a me no: Dio di illusioni, Vita dopo Vita, Io che amo solo te, L'estate dei segreti perduti
Il romanzo più brutto, quello scritto peggio, quello più inutile: Black Ice
Ti ho letto una volta, non ti leggerò mai più: Kerstin Gier, Becca Fitzpatrick
Meglio al cinema che in libreria: The Giver – Il mondo di Jonas; Colpa delle stelle
Guarda un po' chi si rivede – i sequel belli: Alice Allevi in Le ossa della principessa; Lena e Ethan in La diciottesima Luna; Jack e Danny Torrence in Doctor Sleep 
Be', dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Requiem, Multiversum – Utopia, Allegiant
L'abito (non) fa il monaco - le cover più belle: Noi siamo grandi come la vita, Doctor Sleep, Utopia, Shotgun Lovesongs, Lo straordinario mondo di Ava Lavender
Guilty pleasure: molto “guilty” e poco “pleasure”: Black Ice, Un disastro è per sempre, Le sintonie dell'amore 
Stai senza pensier” - un libro soft: Il profumo del pane alla lavanda 
La recensione più idiota: Black Ice, Silver
La recensione più originale: L'amore bugiardo, Noi siamo grandi come la vita

domenica 28 dicembre 2014

Mr Ciak #51: Posh, The Guest, Predestination, Necropolis, Scusate se esisto!

Posh significa Snob. Titolo adatto per parlare di dieci figli di papà, ma non di certo quanto lo è quello originale:The Riot Club. Un circolo ristretto nella prestigiosa Oxford i cui membri sono alla ricerca di nuovo leve. Tu sei pronto a farne parte? Miles e Alistair, ventenni di ottima famiglia, sono i prescelti. Spettano loro piccoli riti di iniziazione, crimini e atti di dispotismo. E il loro nome entrerà nella storia, ma non nel modo in cui vorrebbero. Quel secolare cenacolo goliardico di filosofia spiccia ed edonismo è destinato a finire in un'ultima cena. Scorreranno fiumi di champagne, sangue, lacrime di coccodrillo. A me piace proprio il modo in cui la danese Lone Scherfig inquadra il Regno Unito. Gli i(nde)finiti toni di blu, la fotografia pesta, l'occhio fisso verso un sistema scolastico che è specchio del mondo. In An Education una precoce sedicenne, con un'insufficienza in latino e il sogno di un'educazione accademica, si innamorava di un adulto. In One Day, le anime gemelle create dalla penna di David Nicholls si incontravano nel giorno delle loro lauree: lui, benestante, aveva una vita travagliata e più o meno felice; lei, brillante ma povera, pensava alla letteratura e serviva ai tavoli. Gli anni sessanta, gli anni ottanta e adesso gli anni duemila. Posh – con i colletti inamidati, i vestiti di alta sartoria, il panciotto e i guanti – è mascherato da studente modello. Esteticamente, sarà per la bellezza fuori moda dei protagonisti, sembra il frutto di un altro tempo, anche se non si discosta da quelle storie di ragazzi allo sbando che tanti ci hanno di recente mostrato. Ma non ne ha la volgarità e neanche l'audacia. Manca la crudeltà; la spocchia. I protagonisti fanno più una vaga antipatia che rabbia. Ingessato e british, si rifà a un'opera teatrale e la cosa si nota, nella scrittura di dialoghi interessanti e arguti; nella predilezione per gli ambienti circostritti. Dalla commedia nera passa al dramma e intrattiene che è un piacere, soprattutto per la notevole cura nella regia e un vento che soffia intrighi, pur essendo incapace di scuoterti. Tutto è già stato grossomodo mostrato, ma la lotta tra aristocrazia e proletariato emerge nel testa a testa finale: il proprietario di un ristorante fuori mano, una figlia idealista che non riesce a perdonargli il bisogno continuo di contanti e, contro, quelle tigri reali mai sazie. Buono il cast, in cui spiccano Douglas Booth, il più bello; Max Irons, il più protagonista ma con il volto che meno buca lo schermo; uno psicotico e sociopatico Sam Claflin che, dal punto di vista recitativo, nonostante un personaggio tutt'altro che insolito, è colui che spicca. Non c'è spazio per le donne, se non per la paffuta Jessica Brown Findlay e la lanciatissima Natalie Dormer che, con un cameo e quell'adorabile aria da stronza che si ritrova, ci fa scordare la collega. Prove calibrate, messaggio risaputo, una cornice ricca che rende perfino il quadro stesso più appetibile. (6)

Toc toc. Bussano alla porta. La mamma va ad aprire e si trova davanti un bel fusto: alto, biondo, muscoloso, lo zaino in spalla. La mamma lo fa entrare, perché l'educazione è la prima cosa e quello sconosciuto dice di essere stato il migliore amico di un figlio morto nell'esercito, in nome della cara America. Presentarlo al resto della famiglia, ospitarlo per qualche giorno, servirlo e riverirlo, ascoltando racconti di burle tra commilitoni e atti d'onore. Lasciare che si intrufoli in casa e che faccia sorridere il patriarca riottoso, innamorare perdutamente la maggiore delle figlie, insegnare al fratello più piccolo come difendersi dai bulli. Ma il telefono inizia a squillare, la morte a seguirlo, il mistero ad infittirsi. Chi è quel soldato in licenza? The Guest non è sbucato dal nulla: l'hanno preceduto i commenti positivi di chi l'ha visto, una media più che dignitosa su Imdb, la fama di quel regista che già con You're next ci aveva intrattenuti a dovere e sporcati tutti di sangue. E' un thriller da non prendere troppo sul serio, questo, pensato da uno che si diverte e ci diverte; brusco, irrazionale, prevedibile ma non così tanto. E quanto cavolo è divertente! Moltissimo, dall'inizio alla fine. Glielo riconosciamo. Adam Wingard – che in lista ha una lunga esperienza con gli horror a basso budget e la tivù – si fa un po' il Robert Rodriguez della situazione e, anche se la sua regia non brilla, brillano (e non) le sue idee raffazzonate, scolastiche, ma appassionate. The Guest è un allegro pasticcio di morte, con le mani sporche di colla e altro, ma non puoi non sorridere davanti all'entusiasmo e alla cura con cui è messo in scena, sullo sfondo di un imminente Halloween e di un ballo in maschera al liceo. La colonna sonora, poi, con compilation superate e con cd con dediche personalizzate, scritte rigorosamente col pennarello nero, è fighissima: un viaggio nell'electro dance degli '80s. E' credibile, come credibili sono due protagonisti di cui sentiremo secondo me parlare: la bellissima Maika Monroe, che ricorda le scream queen dei tempi andati, e l'altrettanto aitante Dan Stevens che, forse, qualcuno conoscerà per l'aristocratico Downtown Abbey. Al suo primo, vero ruolo da protagonista, il biondo attore britannico entra in sintonia con lo spettatore – be', con le spettatrici di sicuro – grazie a un ruolo che lo vuole piacione, distante, spietato. I suoi occhi di ghiaccio sono un'arma infallibile. Parte come un thriller home invasion degli anni '90, dunque, – vi ricordate Inserzione pericolosa, Paura, The Stepfather? - e finisce per essere una versione più cruenta, cattiva e fantasiosa di quei tamarissimi e amatissimi film con Van Damme & Co. Prima il potere della fascinazione, il mistero; poi muri crivellati di proiettili, sbirri, atrocità e cose di un trash voluto e irresistibile. (7)

Io sono un sognatore. Amo i viaggi nel tempo, ma odio la fantascienza e, spesso, mi sembra che una cosa escluda l'altra, a meno che non si parli delle commedie inglesi di Richard Curtis e di Ritorno al futuro. Pescato in una marea di film sottotitolati, Predestination è la fantascienza che voglio io. Pochi effetti speciali, una resa notevole, una trama che – nonostante qualche falla – sa stupire. Si inizia negli anni '70, in un bar in cui ci si riempie a vicenda di chiacchiere inutili: è nato prima l'uovo o la gallina? Un barman con un segreto serve da bere a uno sconosciuto con un segreto: ha in serbo per lui una lunga confessione che parla di loro. Va indietro negli anni: torna, parlando, a quando quello sconosciuto al bar era ancora una lei, una donna innamorata, e sognava di viaggiare nel cielo con gli astronauti. Scandisce a parole il passaggio da un sesso all'altro, da un decennio all'altro e, ora, quella persona che si chiamava Jane e che ora è John ha un destino imprevedibile a cui andare in contro. Mentre un piromane da inseguire a furia di salti temporali semina il panico in città, questi due sconosciuti – che al bar parlavano di curiosi paradossi – scopriranno di non essere chi pensavano. Tanto di cappello a questi australiani che, dopo The Babadook, mi regalano un'altra bella sorpresa. Predestination è un prodotto internazionale che intriga dall'inizio alla fine, con il suo fare da vecchio cantastorie e la sua voglia costante di sconvolgerti. I registi di quel Draybreakers che non era niente male affinano la loro arte e ritrovano Ethan Hawke. Bravo, al solito, non si fa mai cogliere impreparato: passa dal film d'autore al blockbuster con maestria e di rado si concede fragorose cadute di stile. Vista nel trascurabile Jessabelle, ruba però tutte le attenzioni la carinissima Sarah Snook, che coi capelli rossi e quell'indiscreto fascino nerd potrebbe un giorno conquistarmi il cuore insieme alla Deschanel e alla Kazan. Un ruolo ambiguo, che la vuole uomo e donna insieme e la mostra assolutamente padrona di giochi di mimetismo. Non inattaccabile, ma magnetico, disegna con poco scenari sterminati e ha atmosfere retrò atipiche. Mi è mancato un perché, un senso, ma è il come che è quasi magia. Contenuto e incontenibile, preciso e stuzzicante, Predestination è un continuo girotondo. Un impossibile vortice di gente che ha gli stessi occhi azzurri e destini diversi, in cui ogni esistenza è imprevedibilmente intrecciata con l'altra. (7)

Dopo il discreto Catacombs, il cinema torna nel sottosuolo della città più romantica del mondo: Parigi. Quand'è uscito questo Necropolis, però, l'ho ignorato. Quando l'ho visto, avevo le aspettative sottozero. Grosso però: il film, inaspettatamente, non è male. Visto a scatola (e a mente) chiusa, si è rivelato sin dall'inizio – o soprattutto all'inizio – un intrattenimento avvincente; una maniera sapiente di sfruttare una trama da poco, ma bellina coi suoi strani miscugli, e il found footage, che qui non viene a noia. Sarà che i protagonisti non sono i soliti adolescenti festaioli. Sarà che ti aspetti un horror, ti trovi davanti, poi, una specie di film d'avventura, e finisci, invece, con un claustrofobico thriller psicologico a tinte paranormali. I personaggi sono esploratori urbani. Archeologi che non rispettano le regole e credono ai tesori. Scarlett crede alla miracolosa pietra filosofale ed è decisa ad andarla a prendere, con amici reticenti e piccoli mercenari assetati di denaro, nella tomba del più famoso alchimista. A chilometri sotto il suolo, lontano dalle stelle. La portano lì furti di indizi, trucchi, giochi d'astuzia che da piccolo, quando avevo la febbre e guardavo cose come Il tesoro dei templari, mi piacevano da impazzire e, per sete di sapere, si troverà catapultata in un personale inferno che ha un po' dell'antico Egitto, un po' della Divina Commedia. Cosa ci fanno bambini persi nelle catacombe? Cosa ci fa, nelle grotte, una macchina in fiamme? Com'è possibile che, nel silenzio, si senta lo squillo di un telefono fantasma? Le risposte alle domande prendono per la gola, ma ottenerle – o non ottenerle – non soddisfa pienamente. Il difetto di Necropolis è un epilogo sbrigativo e felice, anche per chi ama il lieto fine come me. Con una dose maggiore di cattiveria, questa grotta degli orrori che già fa una figura decorosa avrebbe avuto una marcia in più. Per chi legge Dan Brown e Paragorn Hotel, storie di ordinaria perdizione. (6)

I film italiani non li disdegno. Le commedie però le guardo, ma non mi viene niente da dire. Si sa già di che parlano (ossia di poco), e si sa già come sono (poca roba). Due paroline per Scusate se esisto! le spendo. Faccio un'eccezione per la Cortellesi e per un film che parla di argomenti attuali con il sorriso. Uno di quelli naturali, non da fototessera. Avete presente la fuga dei cervelli? Bene. Uno di quei cervelli è rientrato in patria. Serena ne ha fatta di strada e, da un paesino tra i monti abruzzesi, è volata a Londra. Ma aveva nostalgia di casa. A sua spese è ritornata, e la aspettano una Roma periferica, in cui la crisi si vede, come un condomino disordinato e sporco. Il lavoro – uno dei tanti - le fa conoscere Francesco. L'uomo perfetto... in cerca dell'altro uomo perfetto. Gay e padre di un figlio, Francesco accetta Serena come coinquilina. In quell'appartamento si daranno il cambio amanti mezzi nudi e, tra false identità e fraintendimenti, si costruirà lo scenario coloratissimo di una graziosa commedia degli equivoci. Con al comando una Bridget Jones dall'accento meridionale, il nuovo film di Riccardo Milani è un Will & Grace nostrano che parla delle donne e del posto fisso, di uomini che amano altri uomini, del pregiudizio e dell'accettazione del diverso. La regia è standard, la trama è un collage di situazioni riuscite, gli attori sono in parte e formano una piacevole galleria di personaggi bizzarri. Grande mattatrice Paola Cortellesi, con al suo fianco un Bova che si lascia condurre nelle danze. Pessimo nel recente Fratelli Unici, qui ci mette il fisico scolpito, la faccia e tanta ironia. Esilarante la partecipazione di Marco Bocci: il tenebroso Calcaterra della tv che diverte moltissimo in vesti, come dire?, gaie. Epilogo aperto e non scontato, una punta di amarezza nei pranzi in famiglia, la voglia lodevole di fare andare a braccetto satira e rom com. Arrivato prima dei cinepanettoni, un prodotto della tradizione nostrana che, con la sua vaga dolcezza di fondo, a lungo andare non dà nausea. (6,5)

sabato 27 dicembre 2014

I ♥ Telefilm: The Affair, The Fall, Scrotall Recall, Lizzie Borden Took An Ax

The Affair
Stagione I
A Noah, professore di mezz'età con un nome nell'editoria, alcune cose non piacciono. Passare le vacanze sotto gli occhi accusatori dei suoi suoceri ricchi e spietati; essere interrotto, quando fa l'amore con la moglie, dai più piccoli dei suoi quattro figli; dipendere dagli altri. Ma, in lista, ci sono anche cose a cui non resiste: gli sguardi lascivi delle donne che, in piscina, continuano a desiderlo; le spiagge bianche e le passeggiate notturne sul bagnasciuga, di notte, gratis; sentirsi giovane, anche se una vispa figlia adolescente, una moglie che pensa di stare invecchiando velocemente e una vita sedentaria testimoniano il contrario. Allison, invece, vive in un luogo che d'estate è pieno e d'inverno è vuoto. Sul mare. Quel mare che, anni prima, ha inghiottito il suo unico figlio e non l'ha più restituito. Ora è vuota lei. Con la cicatrice di un parto e le borse sotto gli occhi, non ha neanche trent'anni e, anche se quel marito sportivo e bello la desidera oltre il dolore e i mille silenzi, lì si sente morire. Noah e Allison avrebbero tutte le carte in regola per la felicità, ma non è cosa per loro. Malinconici, incompleti, si incontrano in una tavola calda: lei serve ai tavoli, lui paga la colazione alla sua famiglia. Si piacciono e non si colpevolizzano. Si incontrano in stanze d'albergo e lui non pensa alla fede che gli stringe il dito, lei alla perdita che gli avvelena l'esistenza. Fanno l'amore in tutti i luoghi e in tutte le posizioni, piangono, si confidano: a letto, intrecciati. The Affair, nuovo dramma targato Showtime, mi ha colpito sin dal pilot, che era pressochè perfetto. L'erotismo sempre elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo. Questa ordinaria storia di tradimenti e sofferenze ha più di un mistero, ma l'amore è il più antico. Si parte in un commissariato di polizia e i due protagonisti si raccontano, difendendosi da un'accusa che non conosciamo. Cos'è è successo l'estate prima? Ogni episodio è spaccato in due: la versione di lui, la versione di lei. Alcune cose coincidono, altre sono discordanti. Chi mente per quale motivo mente? Dopo dieci episodi belli densi, ma che hanno però conosciuto qualche notevole rallentamento nella parte centrale, la prima stagione di questa interessante novità non ci dà ogni risposta. Restano i buchi nelle trame e cose che il mare, presente perfino nella strana sigla, non ha riportato sulla terra ferma. Mi ha affascinato a lungo – tutto dialogato e intimista com'è – ma non sempre l'ho capito: ma forse proprio questo è il bello. Le lacune volontarie e le omissioni; le problematiche che il medico, premuroso, ci ha nascosto, nell'esaminare al dettaglio questi cuori adulti. Maura Tierney (E.R) e Joshua Jackson (Dawson's Creek) danno spessore e credibilità ai coniugi traditi – lei è più tollerabile che altrove, lui è cresciutissimo. I traditori, invece, sono le sorprese Dominic West e Ruth Wilson. Lui, attore inglese a proprio agio con l'americano e le scene di nudo, ha il volto che è tutto una ruga e un fascino insospettabile. La Wilson, ignorata fino a questo momento, è la punta di diamante: moderna, piccola, disperata, bella. Va di moda, ultimamente, guardare la fragilità dei sentimenti da ogni prospettiva: al cinema c'è Fincher che ci dice che l'amore è bugiardo; Kubrick pensava nel suo ultimo film che tutto, alla fine, si riducesse a “scopare”; in Closer si tradiva con gli occhi e in Little Children la borghesia si toglieva biancheria intima e maschere. The Affair, anche se inevitabilmente messo in ombra da titoli così grandi, ha ancora la sua da dire. E se a dirlo sono attori particolarmente in gamba, meglio. (7,5)

The Fall - Caccia al serial killer
Stagione I
Avevo snobbato The Fall. Avevo fatto male. Con la seconda stagione appena conclusa in patria, io ho comodamente recuperato la prima. La danno su Sky. Temevo ritmi lenti, sbadigli, quegli episodi di un'ora che trovo insormontabili. Ma, d'altra parte, le puntate erano solo cinque e, battendo il 2014 al suo stesso gioco, volevo concludere una serie nuova prima che si concludesse l'anno vecchio. Inutili sfide personali. Quella scelta affidata al caso si è rivelata azzeccata. Ho scoperto un'interessante produzione irlandese e vi dico che merita. Perché The Fall è il solito poliziesco britannico, la storia ormai risaputa dell'eterna lotta tra buoni e cattivi, ma ha guizzi, singoli passaggi, spunti che riescono a isolarlo. Si sa distinguere dalla massa pulsante di distintivi, cacce all'uomo e pistole, e non è cosa da poco quando è tutto già visto. Le sue cifre stilistiche, annidate in una regia fine e dinamica e in una fotografia cupa, uggiosa, minacciosa che fa cadere continuamente la piogga – e le tenebre – su quella Belfast spaesante, dilaniata. La storyline, piuttosto frastagliata, in realtà si focalizza spesso su aspetti secondari lontani dall'indagine portante, superflui. The Fall si eclissa in quei momenti e si accende, in risposta, quando sullo schermo compaiono loro. Gli sceneggiatori tratteggiano due personaggi e i loro misteri e, con intelligenza, sfatano il mito delle eroine perfette e dei maniaci incapaci di relazionarsi agli altri. Lei dorme nel suo ufficio e va a letto con uomini sposati; lui ha famiglia, gatto e baby sitter. Dopo la gloria con X-Files e il successivo oblio, Gillian Anderson, rivelandosi più affascinante e talentuosa di quanto ce la ricordassimo tutti, dà gradite conferme – già in Hannibal, d'altro canto, è superba. Il vero motivo per cui The Fall è stato doppiato in italiano, il punto di forza di ogni cosa, però si chiama Jamie Dornan e, comparsa in Once Upon a Time e modello Calvin Klein, a febbraio sarà il tanto amato quanto sbeffeggiato Christian Grey. E sapete che vi dico? Che era ingiusto che uno con due occhi così rimanesse nascosto. Meritava un trampolino di lancio: felice che lo abbia avuto, meno che sarà associato a vita, tipo, alle Sfumature. Ricordatelo come Paul Spector: a essere tenebroso è tenebroso; a essere bello è bello, anzi bellissimo; a essere pazzo è pazzo, e scommetto che di rado, altrove, apparirà così bravo. Il ruolo gli calza a pennello e lui, minuto ma col dono del carisma, è un magnete. Ha la faccia, il talento, la credibilità... e pure la mia totale invidia. La polizia e il crimine hanno lo stesso ruolo, dunque, e pari importanza: sono protagonisti. I sintagmi alternati, frequentissimi, li mettono a confronto sin dal pilot: sono distanti, ma ogni episodio è un passo verso l'altro. Cosa succederà quando Stella Gibson incontrerà Paul Spector? Ci si augura che il momento arriverà tardi, anche se è brutto auspicare per quell'assassino di donne un altro giorno di libertà. La cosa curiosa è che conosci più il killer che chi lo bracca. Stella, ligia al dovere e distaccata, resta al di là di un vetro; mentre di Paul sai che lavoro fa, dove abita, a che ora fa il bagno ai suoi figli, cosa sogna. E, cosa terrificante, sei in empatia con lui. (7,5)

Scrotall Recall
Stagione I
Ma che volgarità. Lo so: lo state pensando. Non mentite. Anche chi conosce due parole messe in croce d'inglese lo sa, tanto. Che “scrotall” ha inevitabilmente qualcosa a che fare con i testicoli, grossomodo, e che i testicoli sono argomento da evitare in tivù. Gli organi dell'apparato riproduttore maschile non sono esattamente il massimo, è vero - antiestetici e tutto: chi ci farebbe mai una serie? In realtà, titolo equivoco a parte, Scrotall Recall è una commedia romantica brillante, veloce, divertente e molto inglese che no, non sta sulle balle. Anche se quelle, ed il sesso in genere, sono state un guaio per Dylan: non proprio uno sciupafemmine, che eppure ha il suo bel daffare quando si scopre portatore di una temibile malattia venerea. La clamidia. Su Wikipedia spiegano cosa sia nel dettaglio, ma io non approfondirei. Insomma, Dylan ha la clamidia e potrebbe averla passata alle sue recenti partner sessuali. Aiutato da un tontolone di migliore amico, ripesca i nomi delle ex dalla sua rubrica telefonica, li dispone in ordine alfabetico e le chiama. Sapete come vanno queste cose: ciao, come stai?, ti ricordi?, sai che ti ho attaccato la clamidia? Le chiamate, le visite porta a porta, le email animano una spirale colorata di ricordi e ognuna delle sei puntate, per venticinque minuti, ci porta tra gli amori e le botte e via del simpatico protagonista. Ma ogni puntata, lontana dal pericolo “grasse risate”, è una piccola storia d'amore a sé stante. Prima di portarle a letto, Dylan aveva voluto conoscerle. Lui ha lasciato loro qualcosa (involontariamente, okay); loro cosa hanno lasciato a lui? Il difetto della serie è uno solo: è troppo breve per volerle bene a dovere, ma ci si può lavorare. Andando avanti, mi piacerebbe anche di più. Parte a sorpresa, dal nulla, e finisce a sorpresa, nel nulla. Per sapere come andrà, a chi toccherà la prossima chiamata, qual è la ragazza della vita di Dylan, ci toccherà aspettare non la prossima puntata, bensì la prossima stagione. Un annetto. Sempre che la prossima stagione arrivi. Wikipedia non si esprime a tal proposito. Io faccio il tifo per Scrotall – uso un affettuoso diminutivo, ebbene sì – e per la coppia composta dal fresco Johnny Flynn e da quello schianto di Antonia Thomas (carnagione scura, occhi di ghiaccio, Misfits). Riusciranno a ribellarsi alla regola dell'amico e a un matrimonio già annunciato? L'amore fa male – soprattutto quando urini. (6,5)

Lizzie Borden Took An Ax
Film TV
La Lifetime, universalmente associata ai film per famiglie e alle zuccherose produzioni natalizie, ultimamente si sta scoprendo trasgressiva. Più o meno, dico. Dopo le torture psicologiche, gli incesti e le sevizie del controverso Flowers in the attic, propone questa volta la storia vera di un'assassina spietata che, dopo aver presumibilmente massacrato i genitori a colpi di scure, riuscì a farla franca. Ambientato sul finire dell'ottocento e, a metà tra un mistery e un thriller giudiziario, nonostante un budget limitatissimo che mostra nel corso della durata tutte le sue varie pecche, Lizzie Borden took an ax è discreto. Un'ora e venti costa indugiare sulla soglia di un caso di cronaca nera mai dimenticato e la regia piatta, la resa scolastica e una colonna sonora moderna, fastidiosa, smargiassa non permettono di andare oltre, purtroppo. Ma la base scricchiola, anche se sotto sotto è solida; c'è del potenziale inespresso. Troppe cose che si capiscono sì e no, ma non c'è nessuno a dirle espressamente. La mancanza di dettagli rende tutto un po' leggenda, una filastrocca macabra da cantare a mezzanotte, ma si potrebbe parlare a lungo degli impulsi oscuri della protagonista, dei suoi segreti moventi, delle sue voglie, di quanti gradini fece esattamente per raggiungere la camera da letto in cui avrebbe fatto a pezzi la matrigna o il salotto in cui avrebbe colpito ancora, ancora e ancora il padre appisolato. Ha il fascino dei mostri, questa Lizzie Borden, e la valida attrice che la interpreta fa il possibile. Christina Ricci è un piccolo angelo del male. Dolce ed inquietante, incantevole a modo suo, dà il suo viso strano, quasi burtoniano, all'assassina. Minuta, seducente, sociopatica, è l'autentico perché di questo trascurabile film per la tv e, mentre sussurra confessioni all'orecchio della sorella, ci dà uno dei momenti più ansiogeni della pellicola. Qualche brivido. Il mio è un commento, ma anche un'anticipazione. Lizzie Borden took an ax, il prossimo anno, diventerà una miniserie in sei episodi e, con un regista dotato di maggiore buon gusto, sempre con la Ricci a bordo, potrebbe sprigionare tutta la sua furia rossa, tutto il suo palese potenziale. Certe storie vanno... sviscerate. (5,5)

venerdì 26 dicembre 2014

Recensione a basso costo: Breaktime, di Aidan Chambers

L'essere di ciascuno è come un collage. In movimento, per di più. Un moto moltiplicato di pensieri che prendono senso girando tutto intorno. E nessuno potrà mai registrarli tutti, non contemporaneamente, né presi da soli, mai. Tutta la letteratura è una storia incompleta

Titolo: Breaktime
Autore: Aidan Chambers
Editore: Bur
Numero di pagine: 190
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Ditto e Morgan, grandi amici. Morgan pensa che la letteratura sia una scemenza. Ditto non è d'accordo, e per smentire questa affermazione scrive un resoconto di quello che gli sta succedendo: l'attacco di cuore del papà, l'amicizia stravagante con una coppia di ladri, una rissa tra ubriachi, l'incontro con la ragazza dei suoi sogni. Tutto vero? O pura fiction? Un gioco? Chissà.
                           La recensione
Tra i corridoi scolastici affollati, durante la sacrosanta pausa caffè, Morgan sfida Ditto. Sapete come sono i ragazzi a quell'età. E' tutto un continuo provocarsi al suon di chi ce l'ha più lungo, e la mia macchina è più veloce della tua, e la mia ragazza è più sexy della tua ragazza. Ditto e Morgan - i loro nomi curiosi già ve lo lasciano intuire - sono due tipetti un po' sui generis. Particolari, e particolare è un puro eufemismo. A ricreazione, infatti, parlano di letteratura - narrativa, in particolare - con Morgan che pensa sia tutta una grossa, grassa balla e Ditto che vorrebbe fargli cambiare idea. Le accuse mosse all'arte suprema della finzione è che, per l'appunto, è tutta falsa. Ma è proprio così? Cosa c'è di realistico in un romanzo in prosa? Di sicuro non quel susseguirsi ordinatissimo degli avvenimenti che imitano, sbagliando, la vita: la vita è un macello. Nei libri non ci sta. Io sto pensando a una cosa ed eccomi che già penso a tutt'altro. Figuriamoci se si hanno diciott'anni. Figuriamoci se si scrive un libro così come viviamo: a singhiozzi; a sorpresa. Gli adolescenti creati da Aidan Chambers - e mi dicevano leggilo, e mi dicevano recupera vita morte e miracoli di lui - fanno discorsi sopra le righe e ragionamenti astratti. Avranno ancora i brufoli e l'ansia da prestazione, ma si esprimono come adulti fatti e finiti. Peggio dell'Augustus Waters di Colpa delle stelle, guardate, che, tra metafore e perle di saggezza, la sapeva pure lunga la canzone: di Augustus Waters, con tutto il bene che gli voglio, non mi era piaciuto quello. 
Anche se capivo. Che la paura di morire accelera il processo conoscitivo, che ci sono adolescenti brillanti. Qui è tutto più sopra le righe, più esagerato, più chiacchierato. Piaciuto? Non piaciuto? Breaktime, in realtà, è un altro volume che va ad aggiungersi alla categoria interessante e in allestimento dei romanzi boh. E' stranissimo, una cosa mai letta, e se consigliarlo o no dipende un po' dai vostri gusti: amate sperimentare? Io sono un lettore dai gusti assai semplici, e non me ne vergogno affatto. Soprattutto quando, con le feste di mezzo, mangio pesante e vado a stendermi sul divano. Leggevo Breaktime e non volevo un altro peso sullo stomaco. Questo romanzo audace, tutto forma, parla di tutto e di niente a modo suo: lì il lampo di genio autentico. Ma io non amo il cinema anti narrativo, figuriamoci la narrativa anti narrativa. E Breaktime per essere un romanzo dannatamente breve che parla di tutto e di niente può risultare, a lungo andare, pesante. Mi esaltava all'inizio, mi annoiava al centro, mi dava da pensare alla fine. Razionalmente: geniale. Emotivamente: cuore e testa non vanno d'accordo, perciò nulla di pervenuto alla voce "emotivamente-due-punti". Ho conosciuto Aidan Chambers con il suo romanzo meno semplice, con quello più personale. Ditto e Morgan, anacronistici nel modo di esprimersi ma comuni nei desideri, sono bambole nelle mani del ventriloquo Chambers. Parla lui, che è un autore navigato. Un adolescente non ci arriverebbe. A quei discorsi e a una costruzione che fa rima con distruzione. Lui non scrive una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. Lui fa mash up con passi di Oliver Twist; inserisce vignette illustrate e fumetti; lascia pagine in bianco; copia-incolla lettere e, libero, scivola dalla terza persona alla prima. Incolonna frasi, lascia puntini da riempire; perfino buchi narrativi, nell'attimo in cui il protagonista era tutto impegnato ad ansimare in compagnia di Federica la Mano Amica - non trovavo modo più chic per dire che Ditto si masturba e ogni tanto ci abbandona; ecco, l'ho detto lo stesso. Cioè, una cosa artistica e tanto, tanto acuta. 
Ma il gioco è bello quando dura poco e questo, nonostante le sue centonovanta pagine a spizzichi e bocconi, è durato un po' troppo. Diverte, ma meno quando noti che l'autore, anzianotto, si diverte più di te. La lampadina si riaccende davanti a una scena di sesso carinissima, con tanto di spiegazione scientifica dell'atto (leggetela, e se non volete leggerlo leggete solo quella!), e a un finale in cui entriamo in gioco noi, a dire se è verità o bugia. Attivo è il ruolo del lettore. Ci sono passi originali, tutti intrecciati, con frasi alternate, che ti fanno tornare indietro per essere lette tutte quante. Mai sfogliato un romanzo al contrario, in quattordici, quindici anni che leggo. Tu dici che è illogico, e l'ho detto anch'io; ma in realtà Chambers ti stimola per tutto il tempo, anche quando la sua sembra una barzelletta senza senso. Ecco, adesso che ne parlo, mi rendo conto mi è piaciuto più di quanto pensassi. Lì per lì, proprio come Morgan che ascoltava, mi chiedevo cosa cavolo significasse quella storia. Anche se noi siamo sia Ditto, che nel potere della letteratura ci crede, ma siamo un po' anche Morgan, che non capisce a sua volta Ditto. Capito? Non fa una piega! Ribadisco lo strano, ma è uno strano che può piacere oppure no. Se avesse avuto la dimensione del racconto, pollice del tutto in su. Aidan Chambers, la prima volta che ci incontriamo, lancia un guanto di sfida. E' una provocazione intellettuale, Breaktime. E mi sa che io, per questa volta, non l'ho colta di petto. All'appuntamento all'alba, nella brughiera nebbiosa, con il vestito buono e le pistole sguainate, non mi ci sono presentato proprio. Ero nascosto nel mio pigiama chiazzato di dentifricio, in cameretta, a dire che John Green è vero che è più retorico, ma mi piace di più.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Stromae – Papaoutai