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martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home 

sabato 20 giugno 2020

Tre novità tutte da (sor)ridere: Upload | Never Have I Ever | Run

Su carta sembrava non promettere niente di buono. Una storia sull’aldilà vista e rivista, sin troppo familiare ai fan di The Good Place e Black Mirror. Contro ogni pronostico, però, Upload sorprende. Ed è pronta a diventare una delle serie più irresistibili dell’anno, con il suo mix di fantascienza e buoni sentimenti; con una storia d’amore e morte ironica ma dolcissima, che qualche volta fa sospirare. Siamo nel solito futuro non troppo lontano in cui la tecnologia sta prendendo il sopravvento. Il protagonista è il solito bellimbusto che per il solito guasto alla macchina fa il solito incidente autostradale e finisce nel solito paradiso personalizzato. La sua anima, infatti, viene caricata in un aldilà per ricchi – tutto vedute mozzafiato e comfort –, ma anche la perfezione nasconde immancabili lati oscuri. Anche da morti, infatti, sussistono le iniquità. Nell’Upload vigono infinite disparità sociali. Alcuni hanno una corsia preferenziale, altri no. E soprattutto, per soggiornare lì, sono necessari i finanziamenti di una persona esterna: nello specifico, quelli di una fidanzata ricca e superficiale a cui, nonostante tutto, restare vincolati vita natural durante. Si può sopravvivere alle difficoltà, se già defunti? Robbie Amell, bello che balla, può fare affidamento sui consigli di Nora: addetta al servizio clienti, vivissima e per questo lontana da lui, con la quale è in contatto h24. Si innamoreranno, a dispetto di una barriera insormontabile. Scrive lo sceneggiatore dell’iconica The Office. I toni, sapientemente indovinati, sono deliziosi. I colpi di scena, con tanto di inseguimenti ed esplosioni sanguinose, non si contano. Il cast è un vero piacere per gli occhi. Insomma, ci sono guai anche in paradiso. Perfino le tecnologie avveniristiche hanno delle falle, dei difetti. Ma Upload – semplice, e per questo semplicemente adorabile – non presenta bug imperdonabili. (7+)

Devi, caustica e spigliata, vorrebbe essere un’adolescente come tante. Mimetizzarsi senza sforzi nella fauna della scuola pubblica. Ma è difficile essere invisibili quando si è involontariamente al centro dell’attenzione. Dopo la morte del padre durante il saggio di fine anno, qualcosa ha fatto crack  nella mente della ragazza e le gambe, di conseguenza, si sono rifiutate di camminare. Bollata come malata immaginaria, ora che è finalmente tornata a camminare non può però guarire dal disagio peggiore: la sua “grossa grassa” famiglia indiana. Vi avverto: a dispetto di qualche cliché di troppo nel finale, la conoscenza di Devi sarà una delle rivelazioni dell’anno corrente. Ha una parlantina a raffica, la risposta sempre pronta, e diverte e intenerisce con una storia di formazione che parla sì di amori impossibili, sì di maturazione, ma soprattutto di origini e accettazione. Qui la giovane è chiamata a fronteggiare le proprie usanze indiane, che le sembrano tanto bigotte, e soprattutto gli agguati del lutto: di tanto in tanto, nel corso degli episodi, qualche flashback struggente minaccerà di strappare lacrime impreviste agli spettatori dal cuore tenero. Consigliata a chi ha voglia di leggerezza ma non solo, Never Have I Ever piace per la rappresentazione spassionata delle minoranze etniche – che meraviglia, ho pensato tra me e me, incrociare tutti quei nomi esotici nei titoli di testa – e per la scrittura al fulmicotone della prezzemolina Mindy Kaling, che fra autobiografismo e invenzione riesce a spiccare in mezzo alle teen comedy rivali: il colpo di genio è la voce narrante del tennista McEnroe, che mi ha fatto pensare con nostalgia a Jane The Virgin. Never Have I Ever, insomma, non è un’altra stupida commedia americana. Soprattutto perché, sia da parte di madre che di padre, è fieramente indiana. (7)

Un messaggio di testo da parte di un’ex fiamma spinge una moglie insoddisfatta ad abbandonare la famiglia per salire sul primo treno. Dice: corri. E una donna sull’orlo di una crisi di nervi, così, segue il fidanzato dei tempi dell’università – nel frattempo diventato life coach – nell’avventura di una notte. Giunti al capolinea, decideranno se tornare insieme o lasciarsi per sempre. Ma il viaggio, ovviamente, presenterà contrattempi tragicomici. Scritta da Vicky Jones e prodotta da Phoebe Waller-Bridge – anche impegnata in un piccolo ruolo bislacco –, Run è una commedia romantica sui generis con ritmi vertiginosi e risvolti degni di un thriller. Un appuntamento appassionato nel segno della nostalgia e del pericolo su due personaggi perennemente braccati, che fuggono dalle responsabilità e dai rimpianti. Il formato, pratico e scorrevole, è insolito per le serie HBO: sette episodi di trenta minuti ciascuno. Perché non realizzarne un ottavo regalando alla serie una conclusione? Impossibile pensare altrimenti davanti a una storia che non ha le carte in regola per una seconda stagione. Lo suggeriscono a malincuore le svolte rocambolesche e irrealistiche della seconda metà, dove i due fanno il passo più lungo della gamba e rischiano di restare intrappolati in una vicenda che senza un prosieguo apparirebbe purtroppo inconcludente. I primi episodi, a metà tra Prima dell’alba e Intrigo internazionale, lasciavano ben sperare. I restanti, purtroppo, si poggiano su un delitto evitabile e sulla tensione erotica tra Merritt Wever e Domhall Gleeson: un duo lontano dai classici canoni di bellezza che a sorpresa sprizza sesso e scintille, oltretutto con performance di peso. Perché, al giorno d’oggi, fare una serie TV su ogni soggetto? Questa volta, per raccontare il rendez-vous degli eterni Peter Pan, sarebbe bastato un semplice film di un’ora e trenta. Fuggiamo via, a gambe levate, ma dalla moda della serialità a tutti i costi. (6)

mercoledì 17 giugno 2020

Recensione: Ohio, di Stephen Markley

Ohio, di Stephen Markley. Einaudi, € 22, pp. 540 |

Da bambino l’America mi sembrava il cuore del mondo. Tutti noi in fondo abbiamo masticato le prime parole d'inglese storpiando le canzoni straniere alla radio. Tutti noi, al cinema, preferivamo andare a vedere le produzioni delle grandi major anziché i film girati a casa nostra. Da lontano l’America mi sembrava bellissima; il Nuovo Mondo per davvero. 
Quando cresci, però, succede che ti svegli. E che la televisione ti racconta all’improvviso la fine del sogno americano: morto ammazzato nella violenza, nella discriminazione, nel razzismo. Sarà perché tristemente attuale, sarà perché mastodontico, l’esordio di Stephen Markley resterà una delle migliori letture dell’anno. All’inizio immaginavo una storia placida nello stile di Nickolas Butler. Spiazzato, invece, mi sono trovato per le mani un’indagine sui lati più sordidi del Midwest: una vicenda ambientata all’indomani della Grande Recessione che parla di guerra, sesso, vendetta, dipendenze.
Siamo a New Canaan, un sobborgo di quindicimila anime: il tasso di mortalità è alle stelle, soprattutto tra i giovanissimi; le alluvioni sono all’ordine del giorno nei mesi piovosi. In una sera del 2013, mentre ci si comincia già a lamentare dell’operato di Obama lasciando così spazio all’ombra di Trump, degli ex compagni di scuola raggiungono la cittadina dove i loro guai hanno avuto inizio. E nell’arco della stessa notte, insieme o separatamente, sperano di venire a capo delle ragioni del loro ritorno e del loro abbandono.

La storia è già stata scritta. Cos’è la storia, se non una scelta della memoria. E cos’è la memoria, se non una resa infedele di sesso, morte, giustizia, assassinio, preghiera, avidità, speranza e amore. La memoria è duttile come l’anima.
Hanno ventinove anni, ma sembrano invecchiati precocemente. Che fine hanno fatto i ragazzi belli, privilegiati e fiduciosi che posavano nella foto scattata al ballo? Soffrono d’insonnia. Convivono con coscienze sporche e incertezze, con il dolore dell’incompiuto. Fanno viaggi esotici per allontanarsi da un ambiente che ormai sembra una scena del delitto.
Piano sequenza ambientato tutto in un notte, Ohio è sì disincantato ma anche pervaso dalla magia della serendipità: c’è un filo invisibile a unire quelle quattro vite e lungo strade anguste si incappa puntualmente in qualcuno che avremmo voluto evitare. Essendo diviso in sei lunghissimi capitoli complementari, a primo impatto l’ho trovato troppo prolisso: alcuni dettagli sfuggivano, specialmente nei dialoghi politici, e il narratore onnisciente – un incrocio tra Clint Eastwood e i fratelli Coen –  scoraggiava snocciolando nomi su nomi. 
Come colpiti da una maledizione, i giovani del posto sembrano destinati a fare una brutta fine: si parte con la parata trionfale per il funerale di Rick, caduto in Iraq, e con i pettegolezzi sulla morte di Ben, cantautore stroncato di overdose. Ma un alone di inquietudine avvolge anche chi non ha partecipato alle esequie.

Ognuno di loro era assente per ragioni personali, e un giorno tutti quanti sarebbero tornati. Difficile dire dove finisca questa storia o come sia cominciata, perché una delle cose che alla fine imparerete è che il concetto di linearità non esiste. Esiste solo questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.
Bill, con un misterioso pacco da consegnare a una vecchia fiamma, è strafatto quando resta a piedi con il pick-up: il suo trip psichedelico, tra idealismo e cospirazioni, con tanto di visioni orrorifiche, per fortuna lascia presto spazio a un viaggio della memoria ben più toccante. E ci sono Stacey, letterata omosessuale, giunta per affrontare le persone che l’hanno fatta sentire in difetto – il fratello maggiore e l’ex suocera – in nome di un affrancamento tardivo; il timido Dan, reduce da tre missioni in Medio Oriente, che con un occhio di vetro e tanti sensi di colpa si lascia convincere dalla ex, Hailey, a salutare un’insegnante in fin di vita; la decadente cheerleader Tina, innamorata dell’amore, che dopo una discesa infernale nell’autolesionismo e nell’anoressia decide di chiudere il capitolo rimasto aperto con la stella della squadra di football. Manca soltanto Lisa, amica di tutti, forse andata via per abbracciare le sue origini asiatiche: che fine avrà fatto?

Il cielo di dove sei nato non lo riconosci solo dal modo in cui si annuvola o in cui brillano le stelle di notte. Il cielo di casa tua si comporta come quando, da paracadutista, tiri la corda e l’aria ti riafferra. Puoi aver girato il mondo e visto tramonti migliori, albe migliori, temporali migliori, ma appena scorgi all’orizzonte i campi, i boschi, le alture e i fiumi che ricordi, ti prende la commozione. La corda del paracadute ti strattona in alto.
Ohio è uno spettacolare rompicapo emotivo, caustico e lirico insieme, su ciò che univa i protagonisti e su ciò che all’ultimo li ha divisi per sempre. L’alcol a fiumi renderà tutto un po’ surreale, e loro sembreranno cozzare come le palline di un flipper. Mi sveglio ora da questa sbronza triste, a fatica. Scopro addosso lividi che non ricordavo di essermi procurato: ho fatto una rissa al Vicky’s, o semplicemente mi sono sbucciato la pelle a sangue ruzzolando lungo questo viale dei ricordi. Tirato dal suddetto filo di Markley – non semplice scrittore, bensì architetto celeste –, ho vinto la resistenza iniziale scalando questa montagna di cinquecento pagine. È stato impegnativo. Ma a fine lettura, grazie ai pregi della visione di insieme, mi sono accorto della bellezza della vista. Affacciava sul grigio di un sobborgo rurale-industriale. Squallido ma da lacrime; da immortalare.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Ivano Fossati - C'è tempo

giovedì 11 giugno 2020

Pillole di recensioni: Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo

| Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 18 |

Per un anno grazie alla rubrica sono stato uomo, e anche donna. Sposato, e anche divorziato. Traditore, e anche fedele. Vecchio. E bambino. Italiano. E anche americano. E anche sudafricano. Forse è proprio per questo che scrivo. Per essere chi non sono. Vivere la vita che non vivo. Forse è per questo che leggiamo.

Ha iniziato a scriverli all'inizio del 2019, su richiesta dal direttore di Vanity Fair Italia. Ventisei racconti, dalla A alla Z, sui temi a lui più cari. Che poi, a ben vedere, sono anche i miei preferiti. Amore, amicizia e famiglia. L'israeliano Eshkol Nevo, confessa in ultima battuta, in principio aveva dei dubbi. Ma ha usato questi appuntamenti settimanali, mai lunghi più di due pagine, come fossero ore d'aria tra un romanzo e l'altro e per saldare il suo rapporto, già fortissimo, con il nostro paese – è in uscita prossimamente la trasposizione di Tre piani, diretta da Nanni Moretti. Romantico, contemporaneo, metropolitano, l'autore ricorda, rivanga e qualche volta inventa. Attraverso le sue parole leggerissime fa il giro del mondo, spaziando da Roma a Parigi, da Johannesburg a Berlino. Racconta in pillole le epifanie, le sbandate, i tradimenti; le relazioni telematiche (vedasi alla lettera W), la routine coniugale scandita da una vecchi serie TV che ritorna nel palinsesto (X), l'ansia di accasarsi dopo un estenuante tour all'Ikea (Y). Ma ci sarebbero tante pagine da citare, ora maliziose e ora immaginifiche, ora tragiche e ora, suppongo, un po' autobiografiche. Alcuni racconti sembrano più compiuti, altri semplici bozzetti: per fortuna, in un volume splendido anche da ammirare, compensano alle lacune le opere di Pax Paloscia, che suggeriscono un perfetto senso di appagamento. Piacere fugace, ma pur sempre piacere profondo, l'ultimo esperimento di Nevo appaga i sensi: in particolare la vista. Tassello prezioso ma forse non troppo indispensabile in libreria, è rivolto soprattutto ai cultori della prima ora. Io non sono tra questi, ho letto soltanto due romanzi dei suoi. L'ho scoperto abbastanza di recente. Ma, mi siate testimoni, vado già dicendo in giro che non posso più farne a meno. 

martedì 9 giugno 2020

Recensione: Il nome della madre, di Roberto Camurri

| Il nome della madre, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 174 |

This is a man’s world. But it would be nothing, without a woman or a girl. L’intramontabile James Brown cantava così, e nel secondo romanzo del bravo Roberto Camurri gli fanno eco i due protagonisti. In  un mondo a “misura d’uomo” – la stessa provincia emiliana dell’esordio, pacifica ed evocativa come la Holt di Kent Haruf – quanto pesa l’assenza di una donna fuggita via? Fino all’ultimo, di quella donna non conosceremo né le motivazioni né il nome. Saranno tramandati di padre in figlio, come un segreto da custodire. Ma intanto leggiamo del rapporto d’amore-odio tra i superstiti, che vivono nell’incanto selvaggio di una casa popolata soltanto da soli maschi; dei pasti consumati in silenzi, delle mattine rischiarate a fatica, della lentezza di arrancare giorno per giorno chiedendosi come mai. Il loro amore non era forse abbastanza? Questa è la storia di Ettore, genitore tutto d’un pezzo, che per strada attacca briga con il primo bellimbusto e in giardino improvvisa un falò con la camicia da notte della moglie. Questa è la storia di Pietro, abbandonato appena nato, che cresce impreparato alla vita adulta, incostante, incapace di stabilità: sniffa, s’innamora e tradisce, va e poi viene.  Questa, in parte, è anche la mia storia. Che da cinque anni faccio i conti con il senso d’abbandono e che in rubrica ho salvato il nuovo contatto di mia madre scrivendoci accanto il numero due: come a dire che viviamo lontani, in un’altra fase delle nostre vite. 

Quando la città finisce, quando, tutto attorno, vede quel pianeggiare che scopre essergli ancora consueto, gli viene in mente una canzone, una canzone che Ettore ascoltava quando lui era piccolo, è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità. Scopre che non se n’è mai andato veramente, che quella terra, quella pianura, quei colori, quel cielo pallido e quell’umidità che ricopre i campi saranno sempre casa sua.

Per ragioni personali, il romanzo mi ha toccato nel profondo. Ma forse proprio per questo non sono riuscito ad apprezzarlo. Avrei voluto identificarmi fino in fondo con i protagonisti, ma non ho trovato traccia né della mia rabbia né dei miei rimpianti. Soltanto una pacata rassegnazione, che rallenta i gesti, semplifica le manifestazioni d’affetto, annulla i dialoghi. Dotato di una struttura esile, che fino a pagina cento non riesce ad allontanarsi dal riassunto in copertina, Il nome della madre si fonda su atmosfere vividissime, tra campi e cantieri, pianure a perdita d’occhio e il gorgogliare del Po. Mi sono beato dei cespugli di magnolia, dei passerotti che beccano le molliche sul tavolo in giardino, della natura sonnacchiosa e dei meravigliosi spaventi che offre qui e lì. La malinconia del paesaggio settentrionale, le ambientazioni nebbiose e senza guizzi, finiscono però per influenzare troppo gli stati d’animo dei personaggi appiattendo una storia che mi è parsa statica.

Il fantasma di sua madre adesso è in piedi davanti a lui, gli occhi scintillano nello scuro di quella notte, sanno di quiete e di futuro, di casa, sono i suoi stessi occhi. Pietro si volta a guardarla e la vede sorridere mentre alza una mano per accarezzarlo, una mano che è fatta di nebbia come di nebbia sembra fatta ogni cosa che lo circonda in quel parco, una mano che sente calda sulla pelle come la voce che gli sussurra nella testa, la voce che riconosce.

Pur non amando il formato del racconto, a sorpresa qui mi sono trovato a rimpiangerlo: se fosse stato parte di una raccolta, infatti, con altre storie a fargli da cornice, avrei trovato questo ritorno in libreria ben più compiuto di così. È stato difficile empatizzare con i nuovi protagonisti di Roberto. Meno lasciarsi emozionare dai cenni al romanzo precedente – i cameo di Bice, Davide, Valerio, Anela – o da una scrittura comunque preziosa, che ricorda il minimalismo americano anche quando, come in questo caso, manca uno sguardo originale su un tema affrontato spesso altrove. Qualcosa cambia nelle ultime pagine, le più toccanti, con un ritorno a casa che commuoverà. Questo è un romanzo interamente basato su una mancanza. E manca di qualcosa, al pari delle ultime foto della mia famiglia.   
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Fabrizio Moro – L’eternità (Il mio quartiere)

giovedì 4 giugno 2020

Recensione: L'invenzione di noi due, di Matteo Bussola

| L’invenzione di noi due, di Matteo Bussola. Einaudi, € 17, pp. 216 |

Non l’ho mai letto ma allo stesso tempo lo leggo da sempre. Matteo Bussola è una delle voci più fresche e piacevoli dei social – sotto ogni suo post Facebook troverete puntualmente un Mi piace del sottoscritto – ma finora non mi aveva tentato in libreria. Aspettavo il primo romanzo ufficiale. Aspettavo una copertina bellissima, unita a una trama altrettanto adorabile. La famosa fase due mi ha fatto questo regalo.
Certo, un conto è apprezzarne i testi scritti per i social e un conto scoprire che lo stesso stile, sul lungo tratto, è oggettivamente lontano da me. Certo, qualche ammiccamento al pubblico della rete c’è, tra citazioni sparse e frasi a effetto. Però, gusti o non gusti, a volte le storie procedono spedite come treni oltre i confini della nostra comfort zone. E questa commedia dolce-amara, sulla scia del Cyrano, mi ha stretto il cuore in una morsa. Con tanto di colpi di scena, nell’ultima parte, e di epilogo non scontato. Perfino parlare d’amore diventa originale se, come in questo caso, ci si concentra sulle coppie che vengono raccontate di rado: non quelle nascenti né quelle in crisi, ma quelle sposate da un sacco, che vivono nel limbo sonnacchioso della routine coniugale. Si parla di un amore maturo, tra quarantaseienni, e con mezzi non sempre leciti si tenta di ravvivare la proverbiale scintilla. O reinventarsi è una prerogativa che spetta soltanto ai giovanissimi?

Questa è la storia di come tramutai l’amore in cenere e poi la cenere, di nuovo, in amore. La prima cosa fu il mio sbaglio. La seconda, la mia colpa.
Siamo a Verona, la città degli innamorati sfortunati. Milo, architetto diventato cuoco per necessità, ha un discreto passato da dongiovanni a dispetto dei chili di troppo e una cura esemplare dell’orto, nonché della moglie Nadia. Scrittrice umorale e anticonformista, di quelle che si bastano anche senza figli, la donna insegue il romanzo definitivo e a volte è così distratta da saltare i pasti. Lui, perciò, la accudisce con Tupperware pieni di bontà. Mentre Milo è poco sognatore, Nadia lo è troppo. Ormai agli antipodi, in una casa che sembra la torre di Raperonzolo, possono vivere di abbastanza? In un tentativo disperato, l’ultimo dei romantici si concederà un colpo di testa in memoria del colpo di fulmine nato scrivendosi sui banchi di scuola: fingersi uno sconosciuto, Antonio, e inoltrare una serie di email alla moglie. Lei gli risponderà credendolo qualcun altro. Il tranello li farà riavvicinare o, al contrario, li allontanerà per sempre?

Mi definiscono una persona riservata, ed è abbastanza vero. Lo dicono quasi fosse un limite. Io, al contrario, ho sempre pensato alla riservatezza come a una specie di regalo. Riservare qualcosa ha a che fare col tenerlo in serbo per qualcuno, una bottiglia di vino, oppure una parte fondamentale di noi. Quando conobbi Nadia, compresi per chi avevo tenuto in serbo la mia.
La seconda prima volta dei protagonisti, filtrata dal computer, permetterà loro di guardarsi finalmente dell’esterno. Perché è più facile parlare a cuore aperto a un estraneo, e i social ne sono l’esempio. Ode alla scrittura, allora, che regala uno spettro di infinite possibilità; che centra, mette a fuoco, dà una migliore visione; che favorisce le inversioni di ruolo, ancora, gli scandagliamenti psicologici, l’empatia. Vittima della nostalgia, Milo qui si concentra sul presente. E persiste nonostante i difetti, gli inestetismi, gli sbadigli – nonostante scriversi significhi tradirsi –, spinto da un romanticismo commovente perché declinato eccezionalmente al maschile.
Diviso tra fantasia e amara verità, Matteo Bussola riempie il romanzo di riferimenti popolari, ironia e saggezza. Seguendolo virtualmente e sapendolo sposato con l’autrice Paola Barbato, maestra del genere thriller, è impossibile poi non scorgere un vago autobiografismo di fondo quando si parla della passione febbrile del mestiere di Nadia. Anche se è finzione, insomma, L’invenzione di noi due si legge con la curiosità e la tenerezza con cui spieremmo un interno domestico dalla soglia della porta. Gli riconosco, a modo suo, un’insospettabile originalità. L'autore descrive benissimo il logorio di quelle convivenze spiegazzate e stanche, senza più sorprese, di cui la narrativa d’intrattenimento non osa parlare per paura di far vivere ai lettori le stesse noie della coppia ormai datata. Quando, davanti alla bellezza del realismo e delle nostre ordinarie imperfezioni, non serve inventare. Questo romanzo lo prova. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ex-Otago – Solo una canzone

lunedì 1 giugno 2020

Recensione: Bunny, di Mona Awad

Bunny, di Mona Awad. Fandango, € 18,50, pp. 350 |

Quando vai alle feste, fai attenzione a quello che ti mettono nel bicchiere: le mamme si raccomandano così, indipendentemente dalla tua età. A mia discolpa, ho abbassato la guardia. Ma questa non era una festa qualsiasi, bensì l’open day della Warren University: potevo forse immaginare che in un ambiente tanto prestigioso – l’università, infatti, ospita un pionieristico corso di scrittura –, qualcuno potesse drogarmi? Le sensazioni sono inequivocabili. La mollezza degli arti, la pesantezza della testa e delle palpebre, in bocca un sapore dolciastro. Le percezioni falsate che, tutt’intorno, trasformano il mondo o in un incubo o in un luna park. Perfetto titolo di punta per inaugurare la collana Weird Young – è decisamente strano, ma niente affatto adolescenziale: le riflessioni metaletterarie piaceranno infatti più agli adulti –, ciò che segue è un delizioso groviglio di merletti, catene, esplosioni splatter e asce affilate. Caratterizzato da dettagli curiosi che lo renderebbero stilosissimo anche in un’eventuale trasposizione – i guizzi artistici dell’autrice si notano anche nelle descrizioni meticolose degli oggetti d’arredo o dei guardaroba delle protagoniste –, risulta esilarante, visionario, profondo. Un rituale con leggi tutte da scoprire, con uno stile talmente suadente da sembrare una stregoneria.

Perché scappavamo sempre, io e la mia immaginazione. Ci tenevamo per mano sul margine della scogliera sul Mare del Nord, salivamo sempre più in alto tra i rami di una sequoia, viaggiavamo su un treno per Parigi, guadavamo il fiume con le labbra blu per cercare di raggiungere l’India a nuoto. Oppure correvamo e basta, cazzo. Giù per il pendio ripido di una collina che non finiva mai, lei e io, mano nella mano. Lei era una grande foresta a forma di ragazza. Era qualcosa che andava a fuoco. La sua mano era foglie e fumo e neve e carne tutto in una volta. […] Ero eccitata. La mia vita poteva cambiare. E non ero più sola.
La trama – un mix tra Suspiria e Schegge di follia – segue l’iniziazione di Samantha durante un seminario di arti narrative. Legata a un’unica buona amica, Ava, la protagonista nutre pretese da outsider in una città popolata da brutti ceffi e aspiranti Virginia Woolf. Profumate di zucchero filato, vestite di rosa, con una perenne aria zen, le Bunny sono il suo esatto opposto: quattro venticinquenni dedite ai pigiama party e alle sedute spiritiche che le aprono le porte della loro cerchia elitaria. Uniformarsi alle Bunny o farle scoppiare dall’interno? 
Gli artisti vivono in un mondo impenetrabile. Quelli di Mona Awad, la Isabella Santacroce statunitense, un po’ di più. Con ironia corrosiva, l’autrice stupisce per lo stile arzigogolato e per la sua satira pungente: vengono messe alla berlina le pratiche new wave; gli intellettuali pretenziosi; le giovani femministe che, magari dopo la lettura dei Monologhi della vagina, si vantano di essere novelle suffragette.

Con quanta ferocia quei corpi bianchi e rosa si stringono in un piccolo, caldo cerchio di amore frantuma-costole, e ogni volta rendendomene conto rimango senza fiato. E quando strofinano quei nasi all’insù che sembrano trampolini da sci, e le guance coperte da pelle di pesca. Tempia contro tempia mi fanno pensare al modo in cui strusciano le labbra degli scimpanzé, o alla telepatia dei bambini bellissimi e sanguinari nei film horror. Tutti e otto i loro occhi chiusi, come se quest’asfissia collettiva fosse una sorta di estasi religiosa. E le loro quattro bocche dalle labbra lucide emettono squittii che parlano di un amore mostruoso che è quasi un pugno in faccia. 
La seconda parte, almeno all’apparenza, gira più a vuoto della prima. I personaggi delle Bunny sono a lungo assenti dalla scena e le riflessioni della protagonista abbondano dopo la comparsa di Max, un tenebroso sconosciuto dagli occhi di fumo. Per fortuna Samantha è un personaggio affascinante. Mossa da pulsioni segrete, fa ragionare i lettori sul lato oscuro dell’immaginazione; sugli angeli e i demoni del processo creativo; sull’ansia da prestazione che ci assale quando tocca condividere la nostra opera – dunque, un pezzo di cuore – col resto del mondo. Adeguarsi, tanto nell’editoria quanto nelle amicizie, significa vendere l’anima? Bunny, ambientato nella città che ispirò il genio di Lovecraft, sembra scritto sotto oppiacei e leggerlo provoca uno stordimento simile. Scriverne, poi, significherebbe essersi finalmente ripresi dai postumi. Io, lo ammetto, ne sono ancora vittima.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Britney Spears – I’m a Slave 4 U