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sabato 23 maggio 2020

Il romanzo che ha ispirato il prossimo film di Charlie Kaufman: recensione di Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid

| Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 253 |

Sto pensando di finirla qui. La protagonista, per tutto il tempo priva del nome, lo pensa della sua attuale relazione e della sua vita, considerata inappagante. Di lei sappiamo pochissimo. Soltanto che viaggia in macchina – direzione, la fattoria dei suoceri – e che accanto ha Jake, professore amorevole e premuroso che frequenta da qualche settimana. Stanno imparando a conoscersi, ma la protagonista fa fatica. Ad abituarsi al rumore della deglutizione del partner, alle conversazioni che arrancano, alla desolazione di quelle strade secondarie. Qual è la percezione che l’uno ha dell’altra? Cosa pensano, mentre fuori dal finestrino si susseguono immagini rapide di campi e nuvole? Una tempesta è in arrivo. A metà tra Tom at the farm e Il gioco di Gerald, questo romanzo è lo snervante flusso di coscienza di una donna in balia delle proprie ansie sociali. Dei ricordi, della solitudine, del mal di vivere, dei bilanci con cui mette in discussione sé stessa e la propria relazione.

I racconti basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la realtà, quella succede una volta sola.
Sto pensando di finirla qui. È il pensiero del lettore più impaziente, davanti a un thriller psicologico che si concede un preambolo lungo cento pagine per entrare nel vivo della narrazione. Il romanzo di Iain Reid, presto un film Netflix grazie al talento immaginifico dell'acclamato Charlie Kaufman, è costituito da riflessioni sulla vita di coppia e da tappe stranissime. Episodi all’apparenza grotteschi, che scandiscono un trip lisergico e contorto, affascinante nel suo destabilizzarci continuamente. Il ritorno a casa dei personaggi, infatti, sarà ritardato da contrattempi terrificanti. Si parte dalla cena servita in un casolare in stato di semiabbandono – carne sanguinolenta, verdura in gelatina, e per finire il gioco dei mimi –, con un duo di genitori sopra le righe a guardia di una porta ricoperta di graffi: conduce in cantina. Si prosegue con il desiderio impellente di granita al Dairy Queer, anche in pieno inverno. Si finisce con un tour claustrofobico in una scuola vuota – o almeno si spera che lo sia –, a metà tra un labirinto e una prigione.

La mia storia non è come un film dell’orrore, gli dico. Non ti fa fermare il cuore e non ti gela il sangue nelle vene. Non ci sono mostri o violenze. Nessun salto dalla sedia. Per me, queste cose non sono spaventose. Invece, quello che ti disorienta, che capovolge ciò che da per scontato, che disturba e scompagina la realtà, quello sì che fa paura.
Sto pensando di finirla qui. Lo dici alle prese con la seconda metà, quando fai le ore piccole pur di ultimare la lettura. Pur di venirne a capo. All’inizio scettico, ti scopri terrorizzato da piccoli dettagli inquietanti e da elementi stridenti, che nel silenzio della casa addormentata mettono letteralmente i brividi. Lo stile di Reid, stringato, introduce sottopelle un serpeggiare di sensazioni difficili da descrivere. Dice bene la copertina, sì: avrai paura senza sapere perché. Non c’è niente che non vada, ma allo stesso tempo nulla torna. Perché tutto può cambiare all’improvviso. Pagina dopo pagina la storia ci svelerà il suo significato più allegorico e profondo. Ma serve attendere, assecondare la curiosità, perché i dialoghi suoneranno innaturali qui e lì e le situazioni in cui i protagonisti si cacciano appariranno a dir poco surreali. Non tutto viene giustificato alla luce dell’epilogo. Non tutto lascia a bocca aperta, soprattutto se i film di genere ormai non hanno grandi segreti per voi. Ma molto gli si perdona, soprattutto grazie ai ritmi deliranti e ossessivi, da istantaneo mal di testa, che ricordano uno squillo di telefono nel cuore della notte. Non stupisce che l’autore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Anomalisa abbia visto il potenziale dell’autore, magari da mettere meglio meglio a fuoco in una trasposizione che già mi figuro diversissima: ancora più folle. Se dovessi immaginare di trarre una storia da un dipinto di Escher, comunque, sarebbe proprio così.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Joy Division – Love Will Tear Us Apart

12 commenti:

  1. uh mi hai ricordato che ce l'ho e devo leggerlo!!!
    non dev'essere male :-D

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  2. Fin dal titolo, promette di essere una lettura feel good... :)

    Grande curiosità per il film di Charlie Kaufman, a questo punto sarà una botta di allegria assurda.

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    1. Dura anche più di due ore. Me lo immagino molto diverso, perfino più strano...

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  3. Romanzo stranissimo...ricordo che a fine lettura, dove sono arrivato con non poca fatica,mi son detto: ma che c...o ho appena letto?!? 😰😂

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    1. Ahahahah, capisco bene. Io l'ho letto in un paio di giorni, ma frustrazione e shock sono andati di pari passo!

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  4. Devo dire che non lo conoscevo, ma mi hai incuriosita ☺️

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    1. Un thriller fuori dalla norma. Nel bene e nel male. Stranissimo.

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  5. Un romanzo ansiogeno, stranissimo e al contempo che tratta di un argomento piuttosto attuale; grazie per la recensione ^^

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  6. Tutto molto bello, però devi smetterla di farmi venir voglia di leggere libri che stanno a chilometri di distanza dalla mia confort zone e dai miei gusti è_é

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    1. Ahahahah, Sto pensando di finirla qui: così disse Kate, interpellata a proposito della sua frequentazione di Diario di una dipendenza.

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