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venerdì 14 giugno 2019

Dear Old Mr. Ciak | Tutto su Almodóvar

2006. Un cadavere da occultare, un incendio doloso, una donna scomparsa. Partiamo in quarta. Partiamo con il migliore dei suoi film: quello insuperato. Lo splendido Volver, secondo soltanto a Tutto su mia madre in quanto a premi, ha le fattezze di un gineceo ospitale e coloratissimo. Irrinunciabile, nonostante il macabro delle tematiche affrontate e il carattere spigoloso delle padrone di casa. Per una volta tutt'altro che soffocante, la provincia madrilena è un porto sicuro che invita Penelope Cruz e sua sorella a gettare le ancore. A ripopolare le case infestate, grazie a tutta la vitalità di cui è capace la morte e a tutta la fatalità, al contrario, annidata nella vita. Se la prima fa i conti con l'assassinio del marito, l'altra chiacchiera amabilmente con lo spettro della madre. Sotto forma di un fantasma in incognito, la magica Carmen Maura lascia la tomba e aiuta i propri cari. In un paesello in cui sciogliere i nodi del passato confidando nella vaghezza del domani, si onorano i defunti e si disonorano le famiglie omertose. Ci si prende cura non tanto dei morti, quanto dei vivi. Volver ha in sé il dolce e l'amaro, gli sposalizi perfetti, una scrittura felicissima dal gusto teatrale. E un posto a sedere in un ristorante abusivo, che nella cella frigorifera custodisce l'armonia e i cadaveri. Mi ha insegnato che bisogna pensare alle stanze sfitte, non alle lapidi. Confidare nella furbizia, dire di tanto in tanto qualche bugia a fin di bene, senza rinunciare però al conforto del meraviglioso. (8,5)

2002. Più che a una conversazione somiglia a un sussurro. Negli ospedali sono proibiti gli schiamazzi. In corsia, al capezzale di donne sospese fra la vita e la morte, fanno conoscenza due amanti respinti: il primo, compagno di una torera dalla vita sentimentale messa al vaglio; il secondo, infermiere che ha fatto della guarigione di una danzatrice in coma una questione privata. Signorile e discreto, Parla con lei si concede le esibizioni di Pina Bausch e non il playback delle drag queen. I colori, più tenui, sono quelli delle cliniche private: addio alle carte da parati sfarzose, all'horror vacui degli arredi floreali. Meno scalmanato, pur non tradendosi mai, questo delicato esperimento è un'eccezione alla regola senza prosecutori. Peccato che un sentimento a senso unico, nel silenzio generale, rischi di diventare in fretta ossessione. I protagonisti rifuggono la solitudine e imparano il dialogo. Le loro donne sono davvero gusci vuoti? A riempirle intervengono passioni inquadrate fra passato e presente; le coreografie del balletto e della mattanza; i risvolti inattesi di una moderna tragedia, bella come un'opera lirica. Pedro parla con loro, e con noi. Di un grande cinema che si concentra sulle piccole cose. Di una bella addormentata e del suo goffo salvatore, che sognano amplessi fantastici – in una sequenza cult un lillipuziano passeggia sul corpo nudo della fidanzata fino alla porta aperta delle gambe – e altre condivisioni. Della vita che torna in circolo e, infine, germoglia all'improvviso. Qualcuno ci vedrà il peccato, qualcuno poesia da parafrasare. Qualcun altro, confuso ma felice, il miracolo. (8)

2004. Quando un maestro del travestitismo si maschera per scherzo da Ozon, non possono che nascere i thriller erotici sapientemente orchestrati. Quelli che ammiccano con il cinema, con l'aspect ratio, con la bellezza perturbante dei loro primi attori. Anticipatore della svolta noir portata poi ai massimi livelli con La pelle che abito, La mala educaciòn ha colpi di scena a raffica, ambientazioni un po' sofisticate e un po' pacchiane, una scrittura machiavellica come non mai. Bambola russa di storie dentro storie, è un film nel film. Una vicenda spacciata per vera, come suggeriscono i titoli di coda, in cui si parla dei misteri annidati nella sessualità, nelle infanzie e nelle produzioni cinematografiche turbolente. Tutto ha inizio con la perdita dell'innocenza ai tempi del collegio, con l'attrazione per un piccolo compagno di scuola che suscita immediatamente la gelosia di un sacerdote indegno della tonaca. Abbastanza per farne un racconto autobiografico materia di ricatto? Abbastanza per trarne una versione cinematografica, ma con un finale alternativo? La realtà supera l'immaginazione. E quest'ultima, in caso di traumi o falle, per fortuna vi sopperisce. In un cast maschile con attori en travesti per ospiti fissi, abbonderanno le scene torbide – il sesso è l'arma a doppio taglio per eccellenza, anche se la femme fatale è un lui – e gli ammiccamenti del bellissimo Bernal, insieme ai magheggi di un doppio regista e alla fantasia di un cinema in bilico fra genio e soap. Fra arrendevolezza – lo spettatore, infatti, va trattato coi guanti bianchi – e maleducazione irresistibile. (7,5)

1999. Successo irripetibile di pubblico e critica, premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, se ne parla come di un fenomeno. Ogni giorno, sui social, almeno una pagina cinefila ne condividerà citazioni o frame. Chi non si è mai imbattuto nella donna in trench che indugia davanti al poster di Un tram che si chiama Desiderio? Chi, conoscitore o profano, non associa immediatamente il titolo in questione al nome del regista? A vent'anni di distanza dall'uscita, colpa di aspettative alle stelle, di Tutto su mia madre mi sono sfuggiti i meriti particolari. Suo film più rappresentativo – di un abbagliante rosso kitsch, sullo sfondo di una Barcellona LGBT –, non è fra i migliori. Ci sono una mamma inconsolabile, una suorina dubbiosa, una migliore amica transessuale e un'attrice affetta da mal d'amore. Non è una barzelletta, bensì l'inizio di un'amicizia vera, anche se c'è un problema: tre donne su quattro hanno avuto una relazione con il medesimo uomo, un fuggitivo che a sorpresa ha cambiato sesso e anche città. Se Cecilia Roth piange il figlio morto, però, Penelope Cruz sta per metterne al mondo un altro. C'è paura per l'Aids, e il rischio che il padre del nascituro si faccia vivo. E in mezzo c'è tanto cinema, il migliore, con maratone sul divano o pièce che ti tentano ad approfondire la Davis, la Leigh, Williams. Ma non mancano le cadute di stile, le sbavature, in una sceneggiatura che offre bellezza (il monologo di Agrado) e trash (la sorte della Cruz, il flashforward dell'epilogo). Tanto di Almodóvar, ed ecco spiegata la canonizzazione ufficiale, non tutto. (7)

1997. Si comincia alla lontana, in una Spagna sotto dittatura, e si arriva nel pulp degli anni Novanta seguendo la giovinezza di un ragazzo sfortunato: partorito su un autobus, finisce in prigione per colpa dell'amore a senso unico verso la nostra Francesca Neri. Lui la desidera, lei lo respinge e, fra i poliziotti intervenuti, c'è Javier Bardem. Lui sconta ingiustamente la pena, l'altra si lega al salvatore per puro senso del dovere. La libertà del protagonista, all'insegna della vendetta più dolce – il sesso –, unirà cinque solitudini e condurrà a un epilogo da film western. Poligono sentimentale lungo svariati anni, Carne tremula è un dramma del desiderio in cui tutti sono stati a letto con tutti ma, titolo a parte, di erotismo ce n'è poco. Grezzo, cupo, senza fronzoli o orpelli, è senz'altro invecchiato peggio di altre produzioni. Ma si domandava poco, lo ammetto, a un titolo minore. Sorprendentemente palpitante, in grado di ispirare simpatie e antipatie grazie all'umanità dei personaggi, può contare su incipit degno di nota fra le luminarie di Madrid e piccolissimi inciampi, lì dove spuntano armi e sparatorie: materia con cui il regista è poco a suo agio, ma apprezziamo lo sforzo. Dieci anni dopo riproporrà la stessa equazione di attrazioni, gelosie e ripicche con Gli abbracci spezzati: elegante e, purtroppo, gelido come nessuno. (7)

2009. Epopea amorosa fra un regista e la sua diva, legata per interesse anche a un crudele industriale, Gli abbracci spezzati si muove fra set, ville e grattacieli. Cambi d'abito, trucchi e parrucche. Di estrema classe, ma estremamente manierato, regala forse le sequenze più curate ma ha la sua debolezza nella prevedibilità di situazioni e personaggi. Si avverte la mancanza di matrone generose e schiette, qui offuscate dalle pose glamour di una Cruz, a onor del vero, bella come la compianta Audrey Hepburn. Ci si strugge, ma soprattutto per la latitanza della tipica autoironia che dà a questo thriller sentimentale l'aria di un algido e magniloquente contenitore hitchcockiano. È il film più americano di un regista, eppure, mai stato tentato dall'idea dell'espatrio. Il più lungo. Quello, in assoluto, dal titolo più bello. Lo avevo visto dieci anni fa, trovandolo un gioiello. Ma a una seconda visione non mi ha colpito altrettanto: il lavoro di fino di un Pedro diverso, un po' in ombra, che omaggia il noir dell'epoca d'oro e, con il pilota automatico, scrive una storia che gli appartiene ma non abbastanza. (6,5)

1989. Un po' giallo all'italiana, un po' commedia sexy, cosa non è Légami? Unica concessione fatta al Pedro delle origini, quello leggero e scollacciato dei primi film di culto, il film – il cui titolo è tutto un programma – racconta la convivenza morbosa fra una pornodiva e il suo stalker. Un giovane Banderas, pazzo di Victoria Abril, minaccia di tenerla legata alla testiera del letto fino a farla innamorare. Ogni dettaglio, dalla colonna sonora sopra le righe di Ennio Morricone ai nudi integrali, dai curiosi personaggi borderline a quello di un regista sporcaccione a un passo dal pensionamento, mostrano un Pedro che, senza scadere mai nella volgarità, diverte se stesso e noi con le prurigini e il tabù. Di sesso, probabilmente, non ha mai parlato altrettanto. E di sesso si parla dall'inizio alla fine, rinunciando senza grandi sensi di colpa alla consueta coralità, con una scrittura brillante che fonde sindrome di Stoccolma, sadomasochismo e romanticismo. Peccato per il finale, fin troppo rose e fiori. In una camera da letto di vizzi e viziosi, infatti, la stranezza maggiore resta una: quanto sono misteriose le strade battute di Cupido, spiritello dispettoso e beffardo? Su Netflix ce lo ha confermato Bonding: anche i dominatori sognano una fiaba d'amore. E nodi più forti. (6,5)

1988. Ci sono titoli che entrano nell'immaginario collettivo, talmente famosi da diventare modi di dire. Chi non ha mai definito così, sull'orlo, una conoscente che sta perdendo le staffe? Chi, più o meno consapevolmente, non pensa ogni volta agli eccessi di questa commedia d'interni? Nonostante sia ben lontano dall'opera d'esordio – lo precedono sette film, ma di quelli che ho poco desiderio di recuperare –, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi spetta il primato di averlo lanciato a livello internazionale, mentre per la consacrazione toccherà aspettare Tutto su mia madre. Ironico, penserete, che definisca due titoli tanto rappresentativi al di sotto delle aspettative: ma tant'è. Caos metropolitano di letti bruciati, telefoni rotti e vetri infranti, la commedia al femminile racconta un'altra convivenza provvisoria. Carmen Maura, sedotta e abbandonata, droga del gaspacho per servirlo al traditore. Ma in casa, in un volare di oggetti buttati dal balcone e di ospiti intossicati, irrompono un'amica con manie di persecuzione e un'ex moglie di ritorno dal manicomio. Collaborazione istantanea, grottesca e verbosissima come piace a me, le Donne sull'orlo invecchiano bene grazie a un fascino senza tempo che si rifà al cinema degli anni Settanta e a una scrittura di levatura drammaturgica. Ma strepiti e folleggiamenti sono belli quando durano poco, e se fra un urlo e l'altro si infilano magari le riflessioni di Carnage o Perfetti sconosciuti. Altrimenti il mal di testa è servito, soprattutto ai danni di un taciturno come il sottoscritto, e questo gaspacho della discordia non lo si digerisce senza Alka-Seltzer. (6)

10 commenti:

  1. Sinceramente non ne conoscevo l'esistenza di nessuno di questi, ma sembra molto bello il primo 😊

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  2. Tutto su mia madre è uno dei miei film preferiti. Delicatissimo, commovente, non mi stancherei mai di guardarlo.
    Parla con lei l'ho scoperto da pochissimo, inaspettatamente mi è piaciuto molto nonostante l'argomento un po' "arduo" da digerire.
    La mala educacion lo ricordo poco, visto in quel periodo di abbuffate cinematografiche puntate più all'accumulo che al godersi i film di per sé. Dovrei riguardarlo, sì.

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    1. E vedete Volver. Ti assillo fino a quando non cedi, so che sarà amore infinito con questo giallo al femminile.

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  3. Non sempre amo i suoi film, ma tra i miei preferiti ci sono Carne Tremula e La mala educaciòn.
    Comunque, gli si deve riconoscere uno stile preciso, un mood riscontrabile in ogni opera.

    Moz-

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    1. Assolutamente! Hai visto i poster tutti di fila? Hanno più personalità quelli, per dire, che la metà dei film in sala.

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  4. Su Almodovar sono molto indietro e infatti tra questi ho visto solo il suo più noto. Per me Tutto su mia madre è un quasi capolavoro e il suo bello sta anche nel suo trash. :)

    Considerando che a te non ha colpito particolarmente, il mio giudizio sugli altri potrebbe anche essere opposto al tuo...

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    1. Tanto fa averli visti tutti insieme. Tutto su mia madre, ingenuo ma di cuore, scricchiola.

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  5. Questo sì che è un recuperone! E te lo invidio, visti taaanto tempo fa, spesso al cinema. Almodovar ha dei colori e una lingua che sempre mi incanta, anche quando scade nel trash, nelle nevrosi, nel "troppo". Sarà che le vedo come una sua firma e gliele perdono sempre tutte.
    Visto che non so scegliere quale preferisco, potrei andare a ripassare :)

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    1. Ti consiglio di rivedere almeno Parla con lei e Volver. Sul tuo blog, le recensioni non possono mancare. :)

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