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lunedì 11 giugno 2018

Recensione: I favolosi anni di Billy Marvin, di Jason Rekulak

|I favolosi anni di Billy Marvin, di Jason Rekulak. Rizzoli, € 17, pp. 365 |

Letture da ombrellone cercasi. Anche se l'ombrellone, in tempo di sessione estiva e PeF24, è una prerogativa rimandata a verbalizzazioni da destinarsi. Anche se la gioia di avere il mare qui, a venti minuti a piedi da casa, diventa l'opposto se in un giugno da clausura non l'hai visto nemmeno da lontano. Meno male che c'è Jason Rekulak, uno di quegli scrittori dal cognome talmente assurdo da ispirare di per sé simpatia, che fanno del cazzeggio un'arte e una branca di Young Adult mai così vintage. Narratore divertentissimo, nerd incallito, erotomane all'occorrenza, l'autore della provincia americana regala la sua adolescenza, l'insofferenza per il New Jersey e il pallino per la tecnologia al protagonista, Billy. Un quattordicenne sincero e allampanato alle prese con i migliori anni: quelli dell'adolescenza; i gloriosi Ottanta. Gli appuntamenti romantici al cinema, con le mani che si afferrano tra i pop-corn e la scusa delle giunture da stiracchiare che si trasforma presto in un mezzo abbraccio; le email più lente del piccione viaggiatore; il coprifuoco fisso a mezzanotte; le scorribande per centri commerciali e qualche prima preoccupazione per un virus chiamato AIDS, per il sospetto infondato dei comunisti dappertutto. Parliamo però di tempeste ormonali in paeselli degni di Footloose, di prurigini che oggi spingono l'adolescente medio a ripulire con ingegno la scena del crimine della propria cronologia di ricerca: quant'era difficile scoprire il sesso, superare l'impaccio delle prime esperienze con il ricorso a un po' di innocente pornografia, senza l'anonimato della rete? Metti allora questa valletta finita a tradimento fra le pagine di Playboy, che quando gira la ruota del famoso quiz a premi a te fa girare la testa in preda ai bollori. Metti che sbirciarla, venerarla, sia il sogno nel cassetto tuo e dei tuoi amici, desiderosi di creare un commercio clandestino contrabbandando al liceo le fotocopie degli scatti bollenti. Peccato che per vedere Vanna White come mamma l'ha fatta non basti un click distratto, come successo a noi all'epoca degli hacker e di Jennifer Lawrence: l'unico edicolante della zona, l'asprigno e inquisitorio signor Zelinski, non transige. Billy e gli altri (lo sfacciato Alf e il bel Clark, mortificato alla nascita dalla mano a uncino) possono forse accontentarsi di noleggiare per l'ennesima volta Kramer contro Kramer, pur di mandare al rallenty una scena di nudo integrale sfuggita al rigore della censura? I nostri eroi, ovvio, hanno un piano di riserva: irrompere in negozio nel cuore della notte, salvare la bellezza di Vanna dal bigottismo diffuso, mettere i soldi in cassa come nello stile dei ladri gentiluomini. Passino pure la violazione del coprifuoco, un cane d'appartamento che abbaia loro contro, le ronde di un poliziotto che si crede Schwarzenegger, il salto di un metro e mezzo tra un edificio e l'altro: ma come fare con l'allarme? Anche la soluzione, sì, somiglia proprio a un film: sedurre Mary Zelinski, la sola che conosce il codice a memoria, e non rischiare di innamorarsene. Facile, uno dice: lei è una studentessa in sovrappeso; Billy, vittima sacrificale, non ne è attratto ma pensa di conquistarla con la sua aria da secchione, benché sprovvisto del physique du role.

Era il 1987, io avevo quattordici anni e i libri avevano sempre ragione.

Il titolo originale del romanzo, The Impossible Fortress, rimanda a fortezze da espugnare: precisamente tre. La prima è il negozio sorvegliato e la libertà (economica, sessuale) che rappresenta; la terza è un collegio femminile super esclusivo, circondato da infidi rovi di rose; la seconda, a metà, è un videogioco da programmare in quindici giorni per un concorso scolastico. Tanti baluardi impossibili, insomma, e festa grande al raggiungimento del traguardo. Ma qualche incomprensione dolorosa, un colpo di scena non messo in conto nel finale, qui e lì ti fanno chiedere preoccupato: e se finisse con un Game Over? Più facile imparare il linguaggio macchina in tempi record, infatti, o ammettere che la collaborazione cuore a cuore con l'ingegnosa Mary – non così bruttina, non così redarguibile – stia diventando qualcosa di più? I mangianastri, i primi computer, i titoli delle compilation che in fila formano una poesia sugli amori tramontati e minigame su misura per ammettere di piacersi: reperti giurassici di giorni andati, di cui trovi traccia nel cruscotto della macchina dei tuoi parenti, nel disordine degli scantinati e nei poster delle videoteche sfitte, in foto d'epoca che raramente sono parse così colorate. Cos'è restato di quegli Ottanta, per rispondere al ritornello di Raf? Più di qualche scrittore che vive di rendita. Più di qualche riproposizione stanca, modaiola, senza ispirazione. E qualcos'altro, a sorpresa, come l'avventura di Jason Rekulak: acquisto immancabile per feticisti e nostalgici, che quei favolosi anni me li ha fatti invidiare e respirare. I quattordicenni di oggi – saranno gli OGM nei Plasmon, il libero accesso ai social, lo scioglimento della calotta polare, chissà – sono pertiche in piena pubertà che vantano esperienze superiori alle mie: blogger timido, deperito, nato vecchio. Quelli di ieri avevano meno spunti, meno distrazioni, e ogni contrattempo poteva diventare all'improvviso un gioco.

Stavamo ore davanti alla tivù, ci frullavamo ettolitri di milkshake e ci ingozzavamo fino alla nausea di merendine e sofficini gusto pizza. Facevamo maratone di Monopoli e Risiko e discutevamo di film e di musica. Ogni sera era come un pigiama party, e pensavo che quella vita paradisiaca sarebbe continuata in eterno.

Ci si doveva sudare tutto, perfino un bacio a fior di labbra, e il sesso spiato era un tabù che ispirava audaci imprese e abbassava di un po' le diottrie. C'erano sì le occhiate maliziose delle pin-up svestite, che ammiccavano da un angolo proibito della rastrelliera dei giornali, ma anche un candore profondamente commovente. I favolosi anni di Billy Marvin è una commedia scritta in codici binari, con lo stesso alone malinconico e leggendario degli 8 bit. Un viaggio nel tempo per rigattieri aspiranti, che costruisce un ponte levatoio tra generazioni lontane e, per un attimo lungo trecento pagine, ti lascia intravedere la magia che i tuoi genitori, in fondo, rimpiangono ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Van Halen – Jump

12 commenti:

  1. I pigiama party? credo che per i ragazzini di oggi siano solo una leggenda! Sembra un titolo carino da far leggere anche a chi quell'età la sta vivendo oggi, giusto per non dimenticare che ci può essere anche altro :)
    Mi appunto il titolo che onestamente non avevo neanche notato prima della tua recensione!

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    1. In effetti, Sara, anch'io ne ho letto poco in giro.
      Un peccato, perché merita. Nonostante la retromania dilagante da Stranger Things in poi, lo ammetto, mi sia venuta già a noia...

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  2. Risposte
    1. Ah...le ragazzine i pigiama party li fanno ancora. Ho notizie di prima mano ;-)

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    2. Sorrisi assicurati, gli si vuole proprio bene.

      Sui pigiama party non metto bocca, no: sarai senz'altro più informata tu!

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  3. Eccomi qui! Beh, direi che me lo hai venduto, sai?
    Certo, le email nel 1987 fa un po' strano... fuori dell'Italia erano più evoluti!
    Mi piacerebbe sapere come era in originale "sofficini alla pizza" :)

    Moz-

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    1. Infatti sì. Il primo computer, in casa mia, è entrato nel 2001, figurati: stavo, stavamo, parecchio indietro.
      Sulla traduzione sono curioso anch'io e, a proposito di curiosità, ti segnalo che sul sito di Rekulak è possibile giocare al minigame che Billy e Mary progettano durante il romanzo. :)

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  4. Sei meglio delle sinossi...
    Mi intriga, mannaggia a te!

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  5. Mi ero già innamorata della cover, dopo trama e recensione non posso che segnarmelo!

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