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sabato 22 aprile 2017

Mr. Ciak: The Edge of Seventeen, La cura dal benessere, Famiglia all'improvviso, Baby Boss, Piuma

Nadine convive con il trauma della morte del padre, una mamma protettiva, un fratello vanesio ma non vuoto come il luogo comune vorrebbe. La sua migliore amica, la sola, le ha spezzato il cuore. A scuola la fanno distrarre un insegnante esasperato, che la protagonista deve avere scambiato per uno sportello psicologico, e il classico ragazzo bello e dannato. Eppure The Edge of Seventeen non è il classico film teen. Di certo, non un'altra stupida commedia americana. Esordio fortunatissimo nel circuito indipendente - la protagonista è arrivata anche ai Golden Globe -, è una fotografia agrodolce della vita liceale. Ci sono i pro e i contro, il pessimismo cosmico, le beffe di Madre Natura. Un'eroina sconsolata che, in cerca della propria autenticità, si perde e si ritrova. Nadine non è particolarmente bella, non è particolarmente popolare. Costretta alla crudeltà per legittima difesa, si rende una una spina nel fianco pur di non essere ignorata. Sboccata, egocentrica, sprezzante, è fieramente chiusa nella propria misantropia: barricata dietro i musi lunghi e i vestiti brutti; nella lotta contro i mulini al vento, gli adulti e il suo nemico numero uno – se stessa. Solo lei soffre, infatti. Solo lei ama non ricambiata. Solo lei ha ragione, mentre chi le sta accanto ha torto marcio. A essere sbagliati sono l'universo, gli altri, o proprio lei? Hailee Steinfeld, qui brutto anatroccolo, è adorabile con le sue smanie, il suo cinismo e gli scarponi che danno nell'occhio: sui Red Carpet, intanto, fa girare le teste. Il titolo originale parla dell'adolescenza come fosse una vertigine. Un bordo, un limite. Ma tranquilli, dice, se vi sbucciate le ginocchia. Se baciate le persone sbagliate, rispondete male e ve ne pentite. A un tratto rinsavisci. Hai tanto tempo, tanta vita ancora, per rimediare. Per fare pace con il tuo riflesso allo specchio, mattina dopo mattina. (7)

Lockhart, giovane rampante a Wall Street, viene spedito in una spa all'ombra delle alpi per ricondurre all'ovile un importante azionista. Chi, in fondo, non sarebbe lieto di soggiornare in un simile paradiso? Bloccato con una gamba rotta nel castello – teatro, duecento anni prima, di un amore finito nel fuoco –, Lockhart si infatuerà della sfuggente Hannah e, in cerca della verità, tornerà dal suo trattamento cambiato nel profondo. Sano o malato? La cura dal benessere, nuova creatura dell'inaffidabile Verbinski, è un'esperienza curiosa. Ha una durata spropositata, una straordinaria estetica burtoniana, un gusto tipicamente europeo. Lo spettatore, dall'inizio alla fine, ne è in balia. Avevo provato qualcosa di simile, vagamente, seguendo le stranezze  di The OA – e dal gioiello Netflix, neanche a farlo apposta, Verbinski prende in prestito lo scienziato pazzo di Jason Isaacs. Se però nella serie TV il gioco valeva la candela, lo stesso non può dirsi di questo ibrido riuscito a metà. Un horror con lo spunto di Shutter Island, le montagne innevate di Youth e i degenti sui generis di The Lobster, che sembra un gioco punta e clicca. Un'indagine nei territori del romanzo gotico e della mente umana, in cui il senso di attesa – in definitiva, mal riposto – porta all'affermarsi di una progressiva frustrazione. In due ore e venti di incesti, corpi in formaldeide e anguille, La cura dal benessere si rivela squilibrato e a tratti senza capo né coda. Ci sono buchi narrativi imperdonabili, scene visionarie splendide ma assolutamente fini a loro stesse – il sontuoso ballo finale, la sequenza di un Lockhart annaspante mentre il suo infermiere si trastulla –, dettagli che vanno al posto sbagliato o restano sospesi nel loro brodo primordiale. Verbinski risponde con un comparto tecnico impeccabile, il carisma del promettente DeHaan, la seduzione di Mia Goth (che a volte è bella, altre brutta, ma nel dubbio si fa contemplare). La sua: una terapia claustrofobica, irrisolta, piuttosto superficiale. Un pasticcio di idee, echi, volontà incoerenti. Ma un pasticcio di quelli affascinantissimi, e tanto basta. (6)

Samuel mette la testa a posto nel momento in cui si scopre padre. Tocca farlo, se la mamma di sua figlia gli lascia la neonata tra le braccia e scompare. Il protagonista parte per Londra in cerca della genitrice in fuga. Rimarrà lì, dopo aver trovato lavoro come stuntman e rinunciato alla speranza di dare una madre alla piccola Gloria. Finché, otto anni dopo, la fuggitiva non torna all'ovile. Famiglia all'improvviso è il remake di una commedia messicana vista qualche anno fa, Instructions Not Included: una chicca imperfetta ma emozionante, con una protagonista dolcissima e una svolta finale da crepacuore. La copia carbone dei francesi – di solito, quelli destinati a essere riadattati, non a riadattare – piacerà, forse, a chi non sa bene cosa aspettarsi. A chi della pellicola originale non ha conosciuto il calore e i difetti grandi e piccoli – una durata eccessiva e la serietà della parentesi giudiziaria, anche qui superflua e furbissima. La storia cambia lingua e colore, e nella traduzione trova quella retorica, quella stucchevolezza, di cui non reputavo capace il cinema d'oltralpe. Il remake parigino ambientato in Inghilterra sembra una produzione statunitense. Con gli sfarzosissimi loft dai mattoni a vista, gli stereotipati amici gay, la bambine ricciolute che scorazzano in giro come in Annie e un Omar Sy, venuto già a noia, che vorrebbe essere Will Smith. Una falsa americanata, insomma. Di quelle patinate, ricattatorie, che del vecchio film fa proprie le pecche ma non l'onestà. Che si lasciano guardare a guance asciutte, e da chi ha lasciato i dotti lacrimali sfitti in attesa che This is us, a proposito di genitori e figli, di famiglie allargate, torni a farci disperare come questo Hugo Gélin qualsiasi non sa. (5,5)

L'usurpatore è arrivato in casa in taxi. Indossava un completo scuro e uno di quei sorrisi che fanno fessi gli adulti. Si è introdotto nella famiglia perfetta. Solo Tim sa che il nuovo arrivato, però, non è innocente come appare. Sembrerebbe l'intreccio di un thriller home invasion. Siamo, invece, all'interno dell'ultimo cartone DreamWorks. Colui che ha stravolto gli equilibri di una famiglia come tante altri non è che un neonato. Un fratello minore tenero e dispotico, che monopolizza le attenzioni, toglie il sonno e, sul suo seggiolone, ordisce congiure insieme ai malefici bimbi del vicinato. Da dove vengono i bambini? Cosa fanno quando nessuno li tiene d'occhio? In Baby Boss non li portano le cicogne né crescono sotto i cavoli. Qualcuno di loro, infatti, si forma in una compagnia esclusiva in cui si resta imberbi per sempre e si combatte la concorrenza spietata dei cuccioli, amatissimi sui social. E se smettessimo di fare figli, un giorno, preferendogli il cane dei sogni? Tra allegre contaminazioni di generi e citazioni – dall'Esorcista al Signore degli anelli, chi ne ha, più ne metta -, pappe e guance cicciottelle, Baby Boss è un intrattenimento spassosissimo, educativo e originale nell'approccio. Racconta le rivalità in famiglia come in una storia di spie (in pannolino). Ricorda l'importanza dei legame di sangue – i parenti purtroppo non li scegli e non puoi neanche rimandarli indietro, tocca farseli piacere scovando il meglio – con una leggerezza gradevole, ma incapace di durare nel tempo. Per chi dai fratelli maggiori ha ereditato i panni smessi e i giocattoli usati. Per chi, come me, dai minori ha preso tutto il resto – complessi di inferiorità inclusi. (6,5)

Ferro e Cate hanno fatto una cazzata epocale. Glielo rimproverano tutti. Adolescenti o poco più, si sono imbarcati in un'impresa più grande di loro: diventare genitori. Pensano di tenere la bambina. Vorrebbero chiamarla così, Piuma, come augurio di leggerezza. Presentato al Festival di Venezia, accolto dalla severità dei fischi in sala, la commedia di Roan Johnson aveva disseminato il tappeto rosso di simpatiche paperelle di gomma. Aveva provato invano a portare una ventata di freschezza nel rigore della nostra kermesse. Di chi era la colpa: della critica ufficiale, notoriamente intransigente, o di un film troppo modesto per un cinema italiano che ci ha regalato numerosi fiori all'occhiello? La verità sta nel mezzo. Piuma è un lungomotreggio senza grandi ambizioni e senza grossi meriti. Male non gli si vuole, ma il Juno dalla cadenza romanesca – qui, a tratti, decisamente fastidiosa – ha esordienti spontanei e una sceneggiatura risicata. Le arie da commedia indie, giustificate nelle sequenze oniriche a pelo d'acqua, si incontrano e si scontrano con situazioni concepite calcando la mano; con personaggi chiassosi, nevrotici, che non rimpiangevamo. Le minacce d'aborto portano i protagonisti a passare l'estate a casa, rinunciando al viaggio della maturità. I compagni ritornano vittoriosi, tra tentazioni e conquiste amorose. L'appartamento si restringe, con una piscina gonfiabile in salotto, due genitori litigiosi e un papà scansafatiche, un nonno con procace fisioterapista al trotto. E ci si ripensa ma ci si ravvede. E si esagera, a volte, con la commedia goliardica – quella delle famiglie allargate, dei tradimenti immotivati, dei figli venuti a colpo sicuro: I Cesaroni, per intenderci –, preferita provincialmente a quella indipendente. (5,5)

16 commenti:

  1. Bella rece di The Edge of Seventeen.
    Bello anche il film, il 7 ci sta, però gli manca qualcosina per trasformarsi in un cult teen assoluto...

    Parlando de La cura del benessere mi hai incuriosito con il paragone con The OA, anche se a quanto sembra non è certo allo stesso livello.

    Non sapevo che Famiglia all'improvviso fosse il remake di Instructions Not Included... e a me già quello non è che avesse entusiasmato quanto te.

    Mi aspettavo un giudizio più positivo per Piuma e uno più negativo per Baby Boss (che ancora mi mancano).
    Negli ultimi tempi non è che sei troppo buono con il cinema d'animazione? ;)

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    1. La cura del benessere è un pasticcio, assolutamente, però quel senso di onnipotenza degli sceneggiatori - ti prendo e ti porto dove dico io, come mi pare - mi è piaciuto. Peccato non sappiano dove portarci, appunto, ma sono dettagli.

      Ma no, vedrai che Baby Boss è divertente. Sono buono perché, purtroppo, in giro non c'è di meglio. Guardo qualcosa di... non brutto, e mi sento realizzato.

      Piuma, nonostante avessi aspettative bassine, comunque mi ha deluso. Fuori posto a Venezia, e in un anno di bel cinema italiano. Non è malvagio, ma di commedie adolescenziali di nicchia - tra Maicol Jecson e Short Skin - ne abbiamo fatte di migliori, in tempi recenti. ;)

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  2. Il deserto è sempre più ampio nei cinema, ma no, non mi hai convinta né a vedere Baby Boss che pare troppo costruito per i miei gusti né Omar Sy di cui temevo proprio quel buonismo generale né La cura del benessere, anche se DeHann bello-non bello ha sempre il suo perchè.
    Fortuna che ci sono gli adolescenti, con il per niente scontato The edge of seventeen con cui mi trovi un gran d'accordo e Piuma, leggero leggero, forse troppo, che male non è e che quei fischi ingiustificati forse hanno aiutato a rendere più popolare...

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    1. Che desolazione questo mese...

      Però Baby Boss, fordianissimo, non è da buttare. E io, se si parla di cartoni animati, ho la noia facilissima.

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  3. il primo devo vederlo, ne parlano tutti benissimo il secondo mi intriga ma ho sempre avuto la sensazione che il trailer fosse migliore del film

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    1. Il primo non è davvero come sembra.
      Sul secondo, invece, potresti avere ragione. La sceneggiatura è un pastrocchio - e qui si parla di libri, di storie, prima che di cinema - però anche l'occhio, in Verbinski, vuole la sua parte. Grandi atmosfere, storia pretestuosa.

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  4. Sto attraversando un periodo di anoressia cinematografica senza precedenti. Unica eccezione in questa quaresima del grande schermo: Indivisibili, a cui ti consiglio di dare un'occhiata se ancora non l'avessi fatto (con sottotitoli, mi raccomando!).
    La cura del benessere sembra interessante, la metto in lista.

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    1. Ciao Grazia! Stessa situazione, ma mi sto rifacendo coi telefilm: ho Fargo da recuperare (in realtà sono alla seconda stagione) e Netflix sta dando una comedy carinissima, Girl Boss, che incastro volentieri a fine giornata. Indivisibili l'ho visto, e senza l'ausilio di sottotitoli (nonni campani): bello, bellissimo. La scena finale è memorabile.

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    2. Ci do dentro con le serie tv anche io, stile metadone. Sono in pieno trip Santa Clarita Diet, mi manca l'episodio finale - di cui ho già letto in giro peste e corna - per termianre definitivamente (sigh, sob) Girls, mi sono bevuta in poche settimane le tre stagioni di Peaky Blinders (consigliatissimo) e seguo in pari con gli Usa la quinta stagione di The Americans (ultraconsigliatissimo). Ma il cinema è il cinema, ragassi.

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    3. Eh, ma se in sala rotolano balle di fieno...
      Davvero, non c'è niente di niente, che tristezza. Tocca scovare film con il lanternino. Delle serie che citi ho visto solo Santa Clarita Diet: nonostante qualche parere contro, mi ha divertito moltissimo. E che bravo Olyphant, tempi comici che non immaginavo!

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  5. Ho visto Baby boss e l'ho trovato tanto carino :D certo, non il migliore degli ultimi anni, ma comunque parecchio godibile e divertente! Dunque direi che siamo sulla stessa lunghezza d'onda :3 a parte la questione famiglia... io a casa ero la più piccola e l'ultima arrivata, ma col fatto che i miei fratelli avevano già 16 e 18 anni quando sono nata io, ero la più coccolata e viziata sorellina del mondo!
    Ho guardato anche Piuma per curiosità un giorno che non avevo niente da fare... e anche qui la penso come te... caruccio, sì, ma il risultato finale fa tanto "vorrei ma non posso" >.<

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    1. Davvero un peccato, Piuma.
      Lo scorso anno il cinema italiano era in forma smagliante, e questo qui un po' sfigura...

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  6. Non pensavo che Baby Boss valesse la pena.
    Dici che devo tentare il recupero?

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  7. I primi due ancora non ho avuto modo di vederli, sono ancora impegnatissimo con il recupero della saga di Alien - e pensare che oggi tocca solo al secondo capitolo....

    Il terzo l'ho visto al cinema settimana scorsa e non mi è affatti dispiaciuto. Purtroppo è un po' banalotto e la parte tragica mi è sembrata messa lì un po' per non sembrare un film eccessivamente felice. L'originale messicano mi manca, però un 6 per me riesce a risicarselo dai.

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  8. Edge of Seventeen l'ho visto andando a Tokyo, mi è piaciuto tantissimo, lei è un'adorabile drama queen e Woody Harrelson è strepitoso. La cura dal benessere... eh, un pasticciaccio. Ma non brutto, anzi, come hai detto tu lo salva il fascino.

    Baby Boss potrei recuperarlo per il cinema a 2 euro invece :)

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