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martedì 29 aprile 2014

Qui pro cover #5

I troppo fighi per... (parte I)
Tutti ce l'hanno. Ma sì. Uno di quegli amici, su Facebook, che, puntualmente, giorno dopo giorno, ci delizia con le foto dei suoi primi piani. Foto tutte uguali, di cui cambia un dettaglio. Ciuffo, non ciuffo. Occhiale sì, occhiale no. Camicia aperta, camicia chiusa. Sguardo da cerbiatto accecato dai fari di un tir, sguardo più o meno sexy. Che facciamo in questi casi, quando ci troviamo a diffidare da coloro che, come immagine di copertina, hanno il loro egocentrico e onnipresente faccione? Li blocchiamo, eliminamo le loro notifiche dalla home, auguriamo loro di farsi al più presto una vita, consigliamo di andare a cogliere dolci margheritine in un campo alla fine del nostro universo. Da oggi, nuova soluzione. C'è Qui pro cover che ve la propone! Suggerite ai diretti interessati di essere facce da cover, invece che facce da c... ulo. L'appuntamento di oggi con la rubrica dedicata alle cover gemelle - e nata per farsi due risate, senza nessun intento polemico - è dedicata proprio a loro: quelli troppo fighi. Per accontentarsi di una sola copertina, di un solo titolo, di una sola saga. Libri diversi, ma che in copertina hanno gli stessi modelli, ma di spalle, di profilo, con il viso in ombra e il viso illuminato, o robe simili. Conosco le tipologie di cover più odiata al mondo: quelle, cioé, con i tipi che danno le spalle alla macchina fotografica, sullo sfondo di scenari dark: cimiteri, chiese, cieli neri. Le copertine di oggi hanno coraggio, e non voltano le spalle al nemico – il sottoscritto, ossia. Belli, avvinghiati e sorridenti (?), oggi “quelli troppo fighi” sono divisi in tre gruppi. Si baciano sotto la bioccia i modelli di Il confine dell'eternità e Crashing into you: hanno preso sempre più confidenza con il loro fotografo e, in fine, la bronchite, dopo tutta quell'acqua nei vestiti. Si abbracciano e si accarezzano quelli di Easy, Devoured e The Fallen Stars: riconosciamo lui, con il naso un po' a becco, la chierica alla Jared Padalecki, i tatuaggi. Ultimo, ma non ultimo, il ragazzo in primo piano su Albion, che – nei Seguaci di Ipnos – deve però condividere copertina e attenzioni con una bella fanciulla. Gli restano, però, gli occhi verdissimi e l'espressione scocciata – se avete letto Albion (Ciao, B!), sapete che quello è Marco Cinquadraghi sputato. Da prendere a sberle, e da leggere. Che mi dite, questa volta? Un'altra carrellata di “quelli troppo fighi” arriverà a breve. Sono ovunque, incontentabili, fotogenici e vanitosi. Staniamoli tutti!

sabato 26 aprile 2014

L'Amore Bugiardo secondo me: il RACCONTO di una recensione.

Perché chi non ama la Ragazza Morta?
'Giorno! [Ma quant'è brutto il titolo di questo post?] Recensione speciale, questa mattina. Vi ho parlato e straparlato di L'amore bugiardo, un thriller imperfetto e, a tratti, assai fantasiaso, ma che mi ha divertito e intrattenuto come non mi succedeva da secoli. L'ho adorato, e io non sono bugiardo. Per festeggiare – cosa, di preciso, non lo so – vi propongo un mio piccolo racconto ispirato ai personaggi e alle trame della bravissima Gillian. O quello, o vi spoileravo tutto il libro: mi ha così stupito, lì per lì, che non smettevo di raccontarne i dettagli. L'ho spiegato tutto a mia mamma. Per telefono. Lei, sconvolta. Il mio post è una presentazione indiretta dei personaggi che ho odiato e amato per queste cinquecento pagine. A parlare di loro, nel giorno più importante delle loro vite, uno spettatore d'eccezione – disincantato, acido, cinico, bastardo. Con me, ha in comune il mio lato più sprezzante e (quasi) il nome. Accanto alla versione di Nick Dunne e a quella, contrapposta, di sua moglie, anche la mia. Senza spoiler di nessun tipo, spero di divertirvi, anche se in maniera tragicomica. Io mi sono rilassato come mai prima: uno spasso. Che si astengano pure i neosposini e i romantici cronici! Commentate, condividete, aspettate il film di Fincher con me. Tutto quello che volete. Baci, M.

Titolo: L'amore bugiardo – Gone Girl
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Rizzoli “Vintage”
Numero di pagine: 462
Prezzo: € 13,00
Sinossi: Amy e Nick si incontrano a una festa in una gelida sera di gennaio. Uno scambio di sguardi ed è subito amore. Lui la conquista con il sorriso sornione, l'accento ondulato del Missouri, il fisico statuario. Lei è la ragazza perfetta, bella, spigliata, battuta pronta, il tipo che non si preoccupa se bevi una birra di troppo con gli amici. Sono felici, innamorati, pieni di futuro. Qualche anno dopo però tutto è cambiato. Da Brooklyn a North Carthage, Missouri. Da giovani professionisti in carriera a coppia alla deriva. Amy e Nick hanno perso il lavoro e sono stati costretti a reinventarsi: lui proprietario del bar di quartiere accanto alla sorella Margo, lei casalinga in una città di provincia anonima e sperduta. Fino a che, la mattina del loro quinto anniversario, Amy scompare. È in quel momento, con le tracce di sangue e i segni di colluttazione a sfregiare la simmetria del salotto, che la vera storia del matrimonio di Amy e Nick ha inizio. Che fine ha fatto Amy?
                                                 la Versione del Testimone
Dal film.
Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. L'avevo sentito nell'aria. Il sentore della tragedia, l'aroma acre di quell'amore bugiardo, era una presenza costante, anche nel giorno del loro eterno sì. Polvere da sparo, gasolio. Una scintilla e bang, sarebbero saltati in aria. Coppia scoppiata: adoro il suono che ha. Nessuno lo sospettava. Nessuno lo immaginava. Solo io. Ma io sospetto di tutti e, modestamente, sono un re, quando si tratta d'immaginazione. Immaginavo loro e vedevo il peggio. Quel matrimonio che finiva ancor prima di cominciare. Ne avevo contemplato le crepe sottili dal mio posto da privilegiato. Avevo scarpe lucidissime in cui specchiarmi, un bel papillon scuro, i piedi sui gradini che portavano all'altare. Giusto un passo mi distanziava dai due sposi. Era il luglio di qualcosa come cinque anni fa. Indossavo il mio miglior smoking e la mia miglior faccia da Tanti auguri a voi!. Ero il loro testimone di nozze. Evviva. Non lo vedevo dall'università, il caro Nick Dunne, e con lui – anche nei nostri anni da matricole – avevo scambiato sì e no due parole messe in croce. Facevamo gli stessi sogni, ma eravamo diversi, nell'aspetto e nell'anima. Lui faceva strage di cuori e, in un semestre, non aveva dato neanche un esame; io, smilzo e impresentabile, con uno studiato look alla Jean Paul Sartre che esaltava la mia grande bruttezza e le mie pretenziose velleità, mi sarei laureato prima del tempo. Ma alla porta, non avevo la stessa fila di universitarie facoltose in shorts sfrangiati e con birra alla mano. Purtroppo, la mia manciata di bei voti non mi garantiva lo stesso sollazzo. Il nostro rapporto d'amicizia stava tutto in un'assonanza. Eravamo Nick e Mick - sulla bocca dei nostri compagni di corso, come Red e Toby, Tom e Jerry, Fred e Ginger. Quelli con il nome in rima, da duo. Nick Dunne mi aveva scelto come testimone perché sapeva che non avevo niente di meglio da fare. Della nostra annata accademica, ero quello che aveva avuto la peggio. Già prima della crisi, vivere scrivendo era utopia. Quando avevo annunciato di voler studiare giornalismo, a tavola, i miei parenti mi avevano riso in faccia. Stronzi. Pingui e stronzi borghesucci che non sono altro. Ero al fianco di Nick quel giorno perché così lui potesse guardarmi e sentirsi meglio. Non gli ero d'aiuto; giusto di particolare conforto. Peggio di me, si ripeteva, non poteva finire. Ero un memento vivente. La storia patetica da raccontare agli invitati. Ho trentacinque anni e non ho un lavoro. Ho il mio sito e m'illudo che vivrò di quello. Scrivo cose per gli altri, ma per me le scriverò mai? Sono un altruista nato, o un semplice uomo nato senza ispirazione. Non come Nick. Il Nick dalla capigliatura folta, il Nick principe azzurro, il Nick sempre-con-un-sorrisone-stampato-in-faccia-ma-sempre-troppo-bello-per-sembrare-un-ebete, il Nick scrittore, il Nick newyorkese d'adozione. Non lo invidiavo. Qualche tempo dopo, avrebbe detto addio a ogni cosa: addio casa, addio sorriso tutto denti, addio città, addio moglie. Quella bionda in abito nuziale sì che era un gran bel vedere, però. Amy: algida, eterea, superba. Nicole Kidman prima del botox. Di quella bellezza da contemplare e basta, per paura di sciuparla. Così fragile, così sottile. Ti faceva desiderare di metterla su un piedistallo; di rendere quella bambola di porcellana in tulle bianco la più preziosa della tua collezione. O di perdere una decina di chili buoni, per andare a letto con lei senza romperla. Era della stessa sostante di cui sono fatti i sogni. Un cazzo di personaggio da fumetto! Lei era la Amy della serie di romanzi firmati dai coniugi Elliot. La loro unica figlia e la loro unica ricchezza. E non è una metafora, quella della ricchezza. La “Mitica Amy”... Nick che si accasava con la Mitica Amy. Roba da non crederci. Era come scoparsi Anna dei capelli rossi o quella hippy di Heidi. Una perversione da hentai. Leggevano le loro promesse di matrimonio, i due, e si stringevano, mentre gli Elliot ascoltavano e si stringevano a loro volta. Che i due vecchiacci avessero una vita sessuale più intensa della mia, ormai, lo sapevano anche le mura di quella chiesa. Aberrante. I violinisti – perché loro avevano ingaggiato anche i violinisti – suonavano senza posa, senza fiato, e il Canone in Re Maggiore di Pachelbel accompagnava le loro belle parole di troppo. Si erano scambiati le fedi insieme a promesse perfette. Erano entrambi scrittori, d'altronde. Erano entrambi creatori di balle colossali.
Finché morte non ci separi (✓), amen.
Foto, sorriso. Pioggia di fiori, petali nelle scarpe. I baci umidicci dei vecchi sulle guance, i complimenti per la scelta delle bomboniere. Mi ero sorbito tutto, con un ghigno scambiato per sorriso. Manco fossi stato io lo sposo. I balli di gruppo, gli scherzi zozzi, le chiacchiere: tutto. Davanti ai parenti, io e Nick che giochiamo al gioco del Ti ricordi?. Ti ricordi Tizio, ti ricordi Caio, cos'ha fatto Qui, cos'ha fatto Quo, cos'ha fatto Qua. Siamo il falso d'autore dell'amicizia. A un certo punto, lui fa: “E Will e Lucy, te li ricordi? Che combinano?”. Strizza le labbra di Amy tra pollice e indice e le dà un lungo bacio. Specifica che erano i re e la reginetta del liceo, la coppia più bella del mondo. “Dopo di noi”, altro bacio alla consorte, occhiolino figo ai presenti.
Certo che li ricordo! Stanno una favola!”. Bugia: un'altra, l'ennesima. Chiedetelo a Will, com'era la vita da sposati. Alla crisi del settimo anno non c'era arrivato. Lucy gliel'aveva tagliato via prima. Quando avevano messo al mondo un poppante talmente rumoroso da far dormire l'insofferente Will, notte dopo notte, lontano da casa. E si dà il caso che avesse deciso che il letto della sua segretaria – clichè dei clichè! - fosse lontano il giusto dalla sua famigliola. Si sono lasciati, adesso. A Will non restano che una cinquantina di punti di sutura sul pene e un avvenire buio da scapolo. Amy e Nick necessitavano delle mie menzogne, come se quella sala ricevimenti non fosse già piena fino all'orlo di bugiardi. I presenti con la fede all'anulare avevano evitato di leggere Revolutionary Road, di vedere Closer al cinema. Avevano preferito l'ultimo romanzo di Sparks e la commedia sentimentale con la Sandra Bullock di turno. Peccato. Si sarebbero risparmiati i trecento dollari a seduta della terapia di coppia. Avrebbero imparato che chi ama o ha amato mente per istinto di sopravvivenza. Solitarie pecore nere, i genitori di Nick: divorziati. Scandalo grande era vederli perfino felici: come osavano! Mamma Dunne scoppiava di gioia e di cancro: la salute l'aveva abbandonata, ma non il buonumore. Papà Dunne era troppo fuso, invece, per essere felice: l'Alzheimer galoppante gli faceva dire cose strane. Parlava per colpa della malattia e delle medicine, e aveva la lucidità geniale dei folli. Amy gli sorrideva, come una nuora fa con un suocero infermo. Come una maestrina davanti a un bambino disabile. Il padre di Nick la guardava fin dentro l'anima e, in loop, le ripeteva: “Brutta stronza, brutta stronza.” Un vecchio pappagallo con la sindrome di Tourette. Tenero, lui.
Le foto che i notiziari avrebbero mostrato, cinque anni dopo, giravano tutte intorno a quel momento felice. Amy – la Ragazza Scomparsa – m'avrebbe sorriso dai cartoni del latte e dai manifesti appiccicati sui pali della luce con quello stesso, disarmante sorriso da principessa Diana. Un sorriso dipinto sulla superficie di una maschera rubata. Nel clamore dei fischi di invitati alticci, si era sfilata la giarrettiera bianca e l'aveva lanciata insieme al bouquet di rose rosse, ma al suo travestimento era rimasta stretta. Scribacchiavo pensieri all'ombra del menù, io. Mi ritagliavo uno spazio tutto mio tra i vini dall'aria costosa, le immancabili aragoste, le ostriche e gettavo rare occhiate in pista. Sotto un prezioso lampadario a goccia, Amy e Nick giravano piano su loro stessi, ballavano un lento sulle note di She: lagna delle lagne. Lui le soffiava il ritornello in un orecchio: lagna delle lagne. Allora l'ho beccata a fissarmi, e non aveva la sua maschera, e aveva paura, e avevo paura. Per lei. O di lei? A Nick era sfuggita quella scheggia di verità, presissimo da Elvis Costello e dalla scollatura provocante della sommelier. Lui non sapeva guardare. Avrei saputo i loro destini dai notiziari, cercato invano il nome della Ragazza Scomparsa su tutti i necrologi. Un'americana sulla cresta dell'onda li aveva fatti diventare materiale da romanzo. In un mio pezzo, l'avrei definito uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze). Quegli adorabili stronzi, un giorno, avrebbero avuto anche gli occhi di Hollywood puntati nel salotto messo a soqquadro. Tutti attenti alla bolgia satanica della vita di coppia, tutti presi dalla crociata della vita borghese. Si dice che tra moglie e marito non si debba mettere il dito. Te lo troveresti tranciato: un moncherino sanguinante. Perché il matrimonio è una tagliola con i denti da rottweiler. Quel giorno non ci pensavo. Mangiavo cibo raffinato e criticavo: il top. La sorella di Nick, troppo sbronza, mi strizza l'occhio troppo truccato, ad un certo punto. Margo: pensavo fosse dell'altra sponda. Sorrido a quella disperata avance. Tanto io non mi sposo. Il momento di aprire i regali, poi. Avevo regalato al fratello uno spremiagrumi elettrico e l'augurio sincero di cent'anni di solitudine.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Costello – She


venerdì 25 aprile 2014

Mr Ciak #34: The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro

Ciao a tutti, amici! Rieccomi, rieccomi. Non era mia intenzione proporvi un appuntamento di Mr Ciak a così breve distanza dall'altro, ma sono stato al cinema – ieri sera – e volevo parlarvi del film che ho visto. Una recensione scritta di getto, e forse non del tutto lucida. Mi dicono che ho lasciato la mia severità – ma l'ho mai avuta?! - sulla poltroncina rossa della sala, insieme agli occhialini 3D. Passo a riprenderla dopo. Ho visto, in vita mia, una manciata di film ispirati ai fumetti: ad esempio, la trilogia di Batman – non uccidetemi! - mi ha annoiato un tantino (tanto), Thor - col tocco di Branagh - mi è stranamente piaciuto, L'incredibile Hulk (no, non quello di Ang Lee) mi ha diverito. Ma, quando si parla di Spider-Man, potrei mettere su un fanclub. Avrei voluto parlarvi di L'amore bugiardo, ma sarà per un altro giorno. Ho in mente una recensione tutta particolare, preparatevi. Un abbraccio e buon 25 Aprile, M.


Si chiama Amazing, questo Spider-Man, e non a caso. Amazing lo è davvero, di nome e di fatto. Non penso di essere di parte. A me i film d'azione non piacciono, come non mi piacciono i fumetti e i film da fumetto. L'uomo ragno fa eccezione, però: l'ha sempre fatta. Il perché è facile. Peter Parker è uno di noi. Il secondo capitolo del reboot diretto dall'ottimo Marc Webb lo sottolinea per benino, lo mette in mostra, lo sfoggia con orgoglio. Ancora più del buon Tobey Maguire, l'allampanato Andrew Garfield è uno di noi. Non è una bellezza: capelli rossicci, naso pronunciato, gambe lunghe e magrissime, il fisico asciutto del ciclista. Mi piace per quello. Perché è Peter Parker, perché è te, perché è me. Rappresenta la rivincita del nerd medio. Le mie compagne di classe, magari, potevano prendere a modello la Anne Hathaway di Pretty Princess. Non so. E' un po' il sogno di tutti togliersi gli occhiali, darsi una pettinata e sbocciare. Noi ragazzi abbiamo Spider-Man, invece, ed è esattamente la stessissima cosa. Mette a tacere i bulli, esce con la ragazza più ambita della scuola, ha un'avventurosa doppia vita. Grandi poteri, grandi responsabilità. Un figo. Tornano gli stessi protagonisti del vecchio film e vecchi nodi vengono al pettine. Quello che nella trilogia di Raimi era un po' lasciato al caso, qui ha finalmente un posto tutto suo: il destino e le verità dei coniugi Parker, la rancorosa inimicizia del giovane Harry Osbor, gli antagonisti, Gwen. Emma Stone è una Gwen adorabile, il caso è chiuso. La rossa tutto pepe di Easy Girl ha la frangia bionda, questa volta, ma quegli occhi da cerbiatta che la accompagnano in ogni suo progetto lavorativo. Dà un'impronta personale al suo personaggio e lo plasma, seguendo le linee sterminate della sua ironia, le curve brusche della sua testardaggine, le necessità della donna moderna. Gwen non è Kristen Dunst. Non se ne sta lì a struggersi o farsi salvare. Ha polso fermo, genio, lingua lunga – nella vita di coppia, così come nel cuore dell'azione. 
[Spider-Man & Spider-Pork] 
C'è una grande confidenza con Garfield, un'affinità che gli effetti speciali non possono riproporre: sullo schermo si completano. Che belli che sono. Accanto alla dolce Sally Field, i chiacchierati villains. Chiacchieratissimi. Il trailer ne mostrava una marea e io temevo il “dannoso pericolo minestrone”. Non capite cosa intendo? Riportate alla mente la caoticità del dimenticabile Spider-Man 3: una soap in tutina rossa e blu. Webb, invece, è piuttosto intelligente e lavora con gente piuttosto intelligente. Il regista di 500 giorni insieme – che è il mio film preferito non ve lo ripeto, dai – è bravo con il dosaggio degli effetti speciali, ma ancora di più quando si tratta di maneggiare i cuori con delicatezza. Ci sono scene da sganasciarsi dalle risate, scene romantiche in pieno stile young adult e cattivi che – pur facendo brutti danni – sono mossi da un'inconfondibile umanità. Il Rhino di Paul Giamatti è un fugace cameo – ma lui e il suo accento russo compariranno certamente nel sequel: non vedo l'ora – e, a proposito di accenti farlocchi, c'è anche uno scienziato pazzo rigorosamente tetesco, ja. I villains, questa volta, sono due e entrambi (ri)nascono all'ombra delle misteriose trame della Oscorp. Jamie Foxx diventa blu e minaccioso, ma prima della mutazione genetica che lo renderà l'Electro del (brutto) titolo italiano, è un novello ingegner Fantozzi, con una nuvola di sfortuna che lo segue, capi odiosi, fisse imbarazzanti – i poster degli One Direction stanno a una quattordicenne, come quelli di Spidey a lui. 
Rappresenta l'acqua cheta che rovina i ponti, la vendetta dell'uomo qualunque. Piacevolmente fumettoso, suscita empatia e simpatia e strizza velatamente l'occhio alle colleghe di Gotham Catwoman ed Edera Velenosa e, perché no, anche alla Elsa di Frozen. “Let it go”, e così fu. Via a una pioggia di scintille e a sferzate furiose di energia che spengono tutte le luci di New York. Meglio ancora, la rivelazione Dane DeHaan – già superlativo in Giovani Ribelli. Dopo lo scialbo Osborn Jr. di James Franco, il suo – qui - è un personaggio che non si dimentica. Timido e minuto sui Red Carpet, DeHaan, con una macchina da presa davanti, sprigiona un carisma che è radioattivo, innato. Il look da dandy e la paura di morire giovane, le parole scherzose rivolte a Peter e i suoi viscidi suggerimenti... Green Goblin è un burattinaio astuto e affascinante, con movenze da giaguaro e occhi di ghiaccio. DeHaan, anche in un ruolo da comprimario, è una potenza. Ha un'aria perenne aria di sfida, sprezzo, la sicurezza naturale di chi potrebbe rubare attenzioni e posto di lavoro anche al protagonista. Il talento di Garfield, invece, s'annida in quei minuscoli dettagli che creano legami ad ogni passo: il poster dei film di Besson e Antonioni alle pareti, i panni stinti in lavatrice, le Converse, i selfie sul cellulare (che, tra l'altro, è il mio stesso banalissimo Sony Xperia), gli I LOVE YOU colossali scritti lungo il ponte di Brooklyn. Crea legami con la Stone, che si è innamorata di lui davvero; con quei rivali che lo sfidano e lo divertono; con lo spettatore che vorrebbe essere nei suoi stessi, identici panni. Come accade nei romanzi, anche in The Amazing Spider-Man 2 il nostro eroe è messo a dura prova. E' un secondo film, è una fase di passaggio, ma – più a fuoco del primo – mi è piaciuto un mondo. Buffo, adrenalinico, intimo, emozionantissimo. Nel finale, circondato da bambini ammutoliti, ero lì a torcermi le mani. Dopo averlo visto, mi raccomando, tornate a dirmi quanto è bella l'immagine dello schizzo di ragnatela che si allunga ancora e ancora, fino ad assumere la forma di una mano tesa... Quanto? Ritorno all'ultima frase, comunque. Ero al cinema, ieri, ed ero circondato da bambini. La sala era un asilo. Tutti che ridevano, tutti che tremavano di paura, tutti che si commuovevano. Nel lontano 2002, con i miei genitori e mio fratello per mano, ero anch'io un bimbo come loro. Spider-Man era il mio eroe preferito, e lo è ancora adesso. Ha cambiato faccia, regista, target, ma è sempre uguale a sé stesso, per fortuna. L'esigenza di un remake lampo si spiega semplicemente. Certe avventure sono troppo magiche – e nostalgiche, e lunghe - per avere fine definitiva. Webb – togliete una “b” e avrete la parola “tela” - ci parla di un tempo che ha valore qualitativo, e non quantitativo, e di un personaggio che il tempo non ce l'ha. Non è soggetto a scadenze, Peter, anche se il film si apre e si chiude nel cigolare degli ingranaggi di un orologio. Costoso e superfluo il 3D. The Amazing Spider-Man è da andare a vedere con la famiglia in completo, ma per quattro biglietti, con il 3D, ci vorrebbe una specie di mutuo. Lasciate perdere! Dopo un po', non ci fai nemmeno più caso alla terza dimensione. L'unico scopo degli occhialini, in realtà, è nascondere la lacrimuccia-uccia-uccia (eventuale?) che, a fine visione, vi si raccoglierà agli angoli degli occhi. Davanti alla scena di un bambino con un costume cucito a mano che sfida un gigante di metallo, come nella storia di Davide e Golia. Il vero brivido che arriva a scoppio ritardato. Quella singola immagine che è tutto Spider-Man. (8/10)
a) Un'infermiera sexy, innamorata di una sua collega, uccide a colpi di bisturi tutti coloro che ostacolano il loro amore. Nel tempo libero, è una sexy serial killer di uomini fedifraghi. Nurse 3D è di un trash che diverte. Violentissimo, senza veli e senza pietà, ma con quel pizzico di grottesca ironia che non guasta. Idiota, consapevole di esserlo. Tra San Valentino di sangue e Attrazione Fatale, una commedia nera partorita dalla fantasia del maschio medio: lunghe docce, giarrettiere, baci saffici, infermiere dalle gambe chilometri e dai fianchi morbidi. Un bagno di sangue, per personaggi senza vestiti e senza pensieri. Un thriller erotico, che mostra decisamente troppo per essere di classe, ma con un pregio alto un metro e 73 abbondante: Paz De La Huerta. Volto inedefinibile, fisico statuario, vitino da pin up degli anni '80, voce conturbante, curve sterminate. (3/5)
b) Il biopic sullo stilista, lontano dall'agiografia, si concentra sui lati più umani. Le trasgressioni, l'infedeltà, le droghe, la passione con Bergè. Da non amante del genere, ho trovato alcuni passaggi ripetitivi e noiosi, ma impeccabile la "confezione". Francese fino al midollo. Degno di essere ricordato per l'ottima prova del giovane Pierre Niney, che con passione interpreta un artista pieno di debolezze, manie, tic, e per il feeling con il collega Guillaume Galliene (già ottimo in Tutto suo madre). Entrambi provenienti dal mondo della commedia, si adattano alle esigenze del copione in maniera esemplare. (2/5)
c) Tema semi-serio, messo in scena con personaggi pessimi. Mentre De Luigi e la Casta si divertono, i comprimari sono fuori luogo. Come le poche gag comiche, che funzionano, ma se considerate altro dalla storia raccontata. Significativa e originale la scena finale, meno il resto, che oscilla dal film sentimentale – e con successo – all'irritante melodramma – e con meno successo.Qualcosina, per il resto, si salva. Ma poteva risultare molto meglio la descrizione di questa simpatica barriera linguistica, culturale, sessuale. (1,5/5)

martedì 22 aprile 2014

Mr Ciak #33: Labor Day - Un giorno come tanti, Oculus, Storia di una ladra di libri

Ciao a tutti. Ufficialmente, si ritorna! Come avete passato gli ultimi giorni? Spero vi siate divertiti come si deve. In questo martedì post-Pasquetta, voglio parlarvi dei film che ho visto ultimamente: i recenti Oculus e Storia di una ladra di libri, e Un giorno come tanti, rimandato a data da destinarsi qui in Italia. Ma ho svelato il mistero, io: il bel film con Kate Winslet e Josh Brolin uscirà in DVD il 18 giugno. Esclusivamente in dvd, ma vabbè. Stesso discorso per il controverso The Paperboy, che verrà distribuito dalla 01 tra un mesetto e mezzo. Accanto a queste quattro novità, vi parlo del meraviglioso Closer e del divertente The Amazing Spider-man, che ho rivisto di recento – quest'ultimo, per prepararmi al sequel: domani – se tutto va bene – sto al cinema. Ditemi un po' voi. Un abbraccio e buona giornata, M.

Intensità. Quanta intensità può avere questo film. Bisognerebbe farne provviste. Labor Day non è ancora arrivato in Italia. Ci arriverà mai? Un titolo ce l'ha: Un giorno come tanti. Lo prende in prestito dall'omonimo romanzo di Joyce Maynard, a cui il Jason Raitman di Young Adult e Juno si è ispirato. Reitman – mettendo da parte il suo umorismo bastardo – si mette in un angolo, sulla soglia di un pergolato sfiorato dal sole, e, complice l'affascinante e torrida America del Sud, parla d'amore. Un amore di quelli che piacciono a me. Onesto, quotidiano, salvifico. A parlarcene è un ragazzino che non lo vive in prima persona, ma che ne subisce gli effetti: il curioso Henry è un adolescente che non ha mai conosciuto il lato scanzonato degli anni '80. Ha passato gli anni della sua infanzia a preoccuparsi di un padre andato via e di una mamma che ha lui soltanto. La loro casa è grande e vuota, piena di acciacchi: il lavandino cola, lo steccato ha bisogno di una passata di bianco, la macchina perde olio, a tavola c'è una sedia in più. C'è bisogno di un adulto responsabile, c'è bisogno di un uomo. Un padre per Henry, un compagno per sua madre Adele. Adele, che è ancora giovane e bella, ma che ha le mani che tremano e la brutta cicatrice di un cesareo senza frutti. Esce di casa una volta al mese, riempie il bagagliaio di cibi in scatola e acqua come se non ci fosse un domani. I domani li odia. Nei domani, lei non esce. 
E' in quel fatidico giorno che, sulla sua strada, il destino mette Frank. Sta scappando di prigione: ha ucciso una donna. Lui prende in ostaggio Adele e suo figlio, loro prendono in ostaggio lui. In un weekend senza nuvole, la loro casa diventa il nido di uno stranissimo e spontaneo amore. Henry assiste ai loro coreggiamenti, a passi a due improvvisati in cucina, alle premure di uomo sfortunato, ma profondamente buono. L'attrazione non si spiega, il bisogno di essere guardati con quegli occhi lì non si doma. Una fotografia calda e limpida li incornicia alla perfezione. Trascina, poi, la rievocazione di un'America assonnata e musicale che ricorda quella del King di Stagioni Diverse. I dialoghi sono tutto. Mettono in mostra grandi drammi, svelano spiacevoli segreti, costruiscono la personalità di protagonisti potenti. In simbiosi gli interpreti. Kate Winslet – in lizza per il Golden Globe, per questa prova – è magistrale, con la sua bellezza pulita e le sue forme generose. Pazzesca come sempre. Ha i vestiti vintage di Revolutionary Road, nevrosi similissime, ma – con anima e cuore – speri che la sua Adele abbia diritto a un epilogo diverso; per una volta, felice. Insieme a lei, un Josh Brolin che non t'aspetti: poche espressioni, un volto duro, il fisico per i film d'azione, ma un'attitudine innegabile per film gentili come questo. Grande e grosso com'è, fa strano vederlo con le mani affondate nelle uova e nella farina; tagliare le pesche, sfornare dolci. Fa strano, ma è uno strano... bello. Cucina, amore e libertà: le cose più importanti che ci hanno concesso, in un dramma delicato, intimo, semplice, che ha l'esatta nostalgia degli ultimi giorni d'estate. (7/10)

Oculus sembrava un film come gli altri. Uscito in un periodo di uscite sonnolente, per spettatori sonnolenti. Sorpresa: recensioni positive. Nevicate, grandinate, diluvi universali di recensioni positive. Cosa inaudita per un film horror. Io adoro il genere, ma non vedo un horror degno di questo nome da secoli immemori. Sarebbe stato Oculus la rivelazione che aspettavo? Nì. Finalmente sono riuscito a vederlo, sulla scia di lodi sperticate. Nel suo genere, è un film che funziona. Ma non il film che t'aspetteresti. Non è l'inquietante The Conjuring, né il fascinoso Insidious. Non è un horror. E' un labirinto di ricordi brutti che ha due chiavi di lettura e un'unica via d'uscita. Dei film di James Wan & Co prende in prestito solo la messa in scena: famigliola felice con due figli e un cagnolone a carico, casa nuova, possessioni e scricchiolii. Dall'inizio, in realtà, si rivela un thriller psicologico molto carico a livello emotico, in cui l'orrore è un pretesto come un altro per parlare di vecchi traumi che scavano nuove ferite. Anche a distanza di decenni, il sangue scorre ancora: certi tagli non si rimarginano. E' la storia, questa, di due fratelli cresciuti a distanza di sicurezza che, a qualche anno dalla tragedia che disintegrò la loro quiete familiare, fronteggiano ricordi e demoni comuni. I fantasmi, gli occhi che brillano al buio, le rare scene gore sono un pretesto per unirsi contro un nemico che ha la stessa faccia... e ritrovarsi. Il finale è il solito, ma il film – con il solito linguaggio – osa temi e tempi diversi. I salti dalla sedia non ci sono, il ritmo non è mai dei più vertiginosi, i brividi sono legati a un'ordinaria storia di violenza domestica che, magari, anche oggi è passata al notiziario, ma psicologicamente Oculus è un'equazione inattaccabile. Un trauma profondissimo esplorato come se fosse una casa stregata, con gli strumenti poco ortodossi di due cacciatori di fantasmi in balia degli eventi. Si fugge come davanti al Jack Torrance di Shining, si salta con una fluidità che fa impressione e invidia da una dimensione temporale ad un'altra. La differenza tra questo film e i tanti aspiranti Amityville Horror sta in una struttura che pare facile, ma nasconde magnificamente le sue asperità. Il lavoro di montaggio è sublime, ferma e sicura è la mano del bravo Mike Flanaghan. Discreti i dialoghi, covincenti i giovani Brenton Thwaites – presto in The Giver - e Karen Gillan. Poco noti sul grande schermo, reggono il film da soli, con l'aiuto delle loro piccole controparti. Teso, con due sorprese come interpreti, Oculus è un prodotto pensato benino e confezionato meglio. La regia è troppo raffinata per mostrarcelo per quel che è: un B movie in piena regola. Ma si parla di specchi magici, d'illusione, e l'illusione funziona. Anche se si trattasse d'illusione e basta, per tutto il tempo. Sarà per questo che la critica ha apprezzato. Mi avevano parlato di una tipica ghost story, d'altra parte, e mi sono trovato davanti a un film tutto diverso. Deluso solo in parte, come al cospetto di un ospite non voluto. Io vi parlo di Oculus per come l'ho visto io: non come un'epifania che non c'è stata. Non lascerà il segno. E' il titolo di B movie a non calzare a pennello, perché il B movie è fatto per divertire, mentre Oculus ha una rigida maschera di serietà che mantiene dalla prima all'ultima sequenza. Vi piacerà di più, se saprete bene cosa aspettarvi. (6/10)

Lì per lì, questo film mi era piaciuto. Alcune cose erano scontate, ruffiane, furbaste, ma mi era piaciuto. Era strappalacrime e a me le cose strappalacrime piacciono: mi fanno fesso. Okay che di lacrime non ne avevo versate, ma se non muiono cani o vecchietti, o cani e vecchietti insieme, è impresa assai ardua. Avrei voluto leggere il libro, ma il corriere non passava, la casa editrice non lo spediva e mi sono accontentato della trasposizione cinematografica. Storia di una ladra di libri è un film lungo e realizzato bene, ma pieno di potenzialità buttate al vento. E io, che il libro non l'ho letto, da lontano, ho scorto ugualmente la genialità del suo autore: l'unicità della voce narrante, l'approccio distaccato, cinico e beffarto, la passionalità di alcuni personaggi. L'originale espediente del narratore, qui, è usato poco e male: è un'istanza all'inizio e alla fine del film. Sembra che a raccontare tutto sia la piccola protagonista: è il suo banale punto di vista quello che prevale. Io non l'ho neanche capita bene: ho trovato vago il suo amore per i libri, vago il suo bisogno di salvarli dalle fiamme. La carta e i roghi mi sono parsi elementi inseriti a fantasia per far sì che una storia già vista, già sentita e già letta come questa si differenziasse dalla massa. Dalla prima scena, già ipotizzi il finale. I minuti passano e sai che la tragedia è dietro l'angolo, sistemata a puntino per gli spettatori dal pianto facile e dalla sensibilità spiccata. Non ha coraggio, non ha linfa, ha una crudeltà che più fasulla non si può. Mi ha ricordato Cuore, I ragazzi della via Pal, Il Giardino Segreto. Capolavori d'altri tempi; datati. Storia di una ladra di libri capolavoro non lo è, ma sembra nato vecchio e stanco. E' una produzione costosa, e l'emozione si disperde dietro una scenografia assai curata, effetti speciali generosi, un film che ha grandi dimensioni e un cuore da pulcino. Piccolissimo. La protagonista è carina, discreta, piccina, ma non stupisce: la Ronan aveva tredici anni, in Espiazione, e aveva già la forza delle grandi attrici. Il suo amico dai capelli biondi, invece, fa una tenerezza assurda e i veterani della situazione – Rush e la Watson – sono superbi come al solito, nonostante la piattezza dei loro personaggi: due coniugi senza figli, fintamente arcigli, segretamente affettuosi. Grande incognita il personaggio di Max: l'ebreo nascosto in cantina, il ragazzo che legge. Avrei potuto vedere me stesso, in lui, ma è un abbozzo trascurato e pieno di sbavature, come tutto il resto. Scolastico, acerbo, ovvio. Farebbe carte false pur di raggiungere il suo scopo, ma... sorry, bersaglio mancato. (5/10)
- Un film di gente che ha smesso di fumare, ma che non rinuncia al vizio. Flirtare è arte. L'arte è lussuria. Closer trasuda sesso, ma senza scene di sesso. Tutti ne parlano, tutti lo vogliono, tutti lo fanno. Dialoghi pungenti, sfacciati, orgogliosi, sprezzanti. Una goduria per chi ama gli script a prova di bomba, i film dal sapore teatrale, i virtuosismi attoriali. Natalie Portman ha la perfezione di un robot con la parrucca rosa, Clive Owen è viscido e intenso, Julia Roberts è glaciale, Jude Law è sdolcinatamente appassionato. Era il 2004. Questi quattro attori erano giovani e belli e, raramente, li ricordo così convincenti. Damien Rice canta la sua stupenda The Blower's Daughter. (4/5)
- Un nuovo Spider Man scorazza per New York, a qualche anno di distanza da quello del fortunato Sam Raimi. E' un ritorno molto amazing. Il Peter Parker di Andrew Garfield è nerd, romantico, moderno, con una zia May che non sembra più la mummia e uno zio Ben meno Yoda del solito. Risate, brio, amori, tragedie si susseguono in un film per ragazzi dal ritmo pazzesco. E poi quanto sono belli Garfield e la Stone? Un feeling creato senza effetti speciali. (3,5/5)
- The Paperboy aveva fatto chiacchierare: Daniels si era dato al trash. Questo suo film è tutto ciò che avevo letto e molto altro. Prendete tutto il pacchetto! Crudezza, parolacce, kitsch spudorato. Pane per i miei denti. Ho scoperto un film pieno di scene (s)cult, ma grezzo con studiata intelligenza. Gli attori si divertono e buttano via la loro parvenza di serietà: la Kidman sembra una battona, McConaughey è un falso macho-man, Cusack è uno sporco psicopatico. E poi c'è Efron, con un ruolo cucito addosso: un ventenne con la faccia da bravo ragazzo e la propensione per le donne – e i film – più grandi di lui. Lercio, triviale, divertente. Tra le scene incriminate: un infuocato dialogo con eiaculazione finale, le conseguenze di una scena bondage, la pipì d'angelo della divina Nicole rimedio per le meduse. (3/5)

sabato 19 aprile 2014

Recensione: Quando il diavolo mi ha preso per mano, di April Genevieve Tucholke

Ciao a tutti, amici. Rieccoci con un nuovo post e, come vi avevo anticipato, con una nuova recensione. Between the devil and the deep blue sea – da noi Quando il diavolo mi ha preso per mano – è un romanzo tipicamente estivo, scorrevole e stranamente divertente. Ipnotico, crudo, nero come cioccolato fondente. Consigliato ai lettori giovanissimi, o – come scrive l'autrice nella prima pagina – a “tutti i lettori bambini”. Ringraziando la gentile Lucia per avermi dato modo di recensirlo, vi mando un abbraccio e vi auguro ufficialmente una felice Pasqua, accanto alle persone che amate. A presto, M.
E' più facile perdonare qualcuno per averti spaventato, che per averti fatto piangere.

Titolo: Quando il diavolo mi ha preso per mano
Autrice: April Genevieve Tucholke
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 273
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Nel paesino di mare dove abita Violet White non succede mai niente... fino a quando River West non affitta la casetta dietro la sua e incominciano ad accadere cose inquietanti: i bambini scompaiono, gli adulti hanno strane visioni e diventano inspiegabilmente violenti. Tutto mentre Violet è sempre più attratta da quel ragazzo misterioso che ormai entra indisturbato in casa sua. Ma River è soltanto un bugiardo dal sorriso irresistibile e un passato misterioso o dietro i suoi occhi ipnotici si nasconde qualcos'altro? La nonna di Violet l'aveva sempre messa in guardia dai giochi che sa fare il diavolo, ma lei non aveva mai pensato che potesse nascondersi dietro un ragazzo dai capelli scuri che si appisola in giardino, adora il caffè e ti fa tremare di passione...
                                                 La recensione
Il vento è un fantasma che si arrampica sulla scogliera e che poi vola giù, lungo il dorso di pietra, tra le onde, in un ululato che si schianta e fa rumore. Disegna il profilo dello strapiombo, affila le rocce, monta a neve la spuma del mare. Fa scricchiolare le ossa, le case, le ossa vecchie delle case vecchie. Le imposte sbattono furiosamente, le lenzuola bianche – appese ad asciugare insieme al resto del bucato – si gonfiano, acquisiscono forma, fanno una paura matta. Il fantasma del vento le possiede, ruba la loro stoffa sottile per farne il suo corpo in terra. Il sole convive col vento, nella prigra Echo. Si vive un'estate di spifferi, oceani agitati, falò alti come roghi della santa inquisizione, castelli con ponti levatoi che s'inceppano e armature che si crepano, fiori selvatici, adolescenti selvaggi come linci. Le case sono scatole di fiammiferi colorate, i sentieri e i boschi sono la breccia e i muschi di un presepe, la piazza è un tondo perfetto, al centro di un gioco da tavola. Chi ne conquista il nucleo è il padrone del mondo, il re di Echo. A colpo d'occhio può cogliere il poco che c'è da cogliere: un caffé gestito da una calorosa famiglia italiana, una bottega di prodotti biologici, la posta, il pratone prediletto per pic-nic e proiezioni all'aperto, il cimitero con i suoi labirinti di mausolei e tombe storte, una casa immensa costruita qualcosa come cent'anni prima sulla pericolosa soglia del precipizio. Il tutto entrerebbe tranquillamente in una cartolina, nel flash di un fotografo professionista. Ma chi spedirebbe mai una cartolina da Echo. Chi manderebbe ai suoi parenti lontani un pezzo di carta con affettuosi saluti dal paese del Diavolo e del profondo mare blu? Nella remotissimo caso in cui ciò accadesse, l'ipotetico fotografo professionista potrebbe immortalare cose da non immortalare. Perché nelle strane estati di Echo succedono cose strane, molto... Nell'anonimato di quel puntino dimenticato da Dio e dal provvidenziale avvento della tivù via cavo, mostri in incognito, in fuga dalla loro natura maligna. E la famosa casa sul precipizio ha spettri, stanze e pericoli a sufficienza per diventare l'agognato castello degli orrori. Si chiama Candalù, come quella dell'intramontabile Quinto Potere. E' lunga, la sua storia, e apparteneva a un'anziana donna che conosceva i segreti di tutto il vicinato. I suoi nipoti l'hanno ricevuta in eredità e in quella roccaforte di paese hanno trovato tracce di una persona che non conoscevano. Una nonna che amava il charleston e i liquori di contrabbando, i pettegolezzi più sporchi, il nudo d'autore, le lettere di spasimato amore. Una vedova che non aveva amato un solo uomo per tutta la vita e che, alla fine, stanca e incurvata, si era rifugiata nel conforto della religione. Forse, per il perdono di Dio. Forse, per la paura del Diavolo. I gemelli White sono stati tirati su da genitori che, oltre a Candalù, hanno ereditato il lato più geniale e ribelle della compianta Freddie: sono artisti girovaghi, e gli artisti girovaghi non hanno tempo per i figli. Si sa.
Violet White è una ragazza bizzarra. Indossa con naturalezza gli abiti di parenti defunti, chiacchiera di omici a cena, vive di Cime tempestose e tazze di tè speziato. Ha la fissa per l'antiquariato e le storie d'amore dai risvolti macabri e vorrebbe viverne una tutta sua, possibilmente senza finire con il cuore infranto e la gola squarciata come accaduto – invece - a una cara amica d'infanzia della sua defunta nonnina. Ha un fratello gemello di nome Luke e una migliore amica, Sunshine, specializzata nell'arte del flirtare, dello sbaciucchiarsi in pubblico e del mettere in imbarazzo il prossimo. In comune con Luke – muscoloso, dispettoso, geniale – ha nove mesi di soggiorno nel pancione della stessa mamma e lo stesso tocco lieve. In comune con Summer, be', ha Luke: non stanno insieme, quei due, ma si baciano sulla bocca per A) infastidire Violet, B) non ammettere di essere fatti l'uno per l'altra. Lì nessuno chiude a chiave la porta di casa e le finestre vengono lasciate aperte per far entrare il profumo del mare in tempesta e la salsedine. Echo è un luogo per reginette di bellezza, limonata ghiacciata, gite al mare, leggende di matti e vergini massacrate. Il porto di mare in cui Violet conoscerà uno straniero senza passato, con gli occhi marroni e il sorriso da Stregatto: River. Un diciassettenne dipendente da caffé italiano, abbracci al cimitero, poteri oscuri. Nel tempo libero, fugge da sé stesso, si nasconde dai temporali, costruisce delicati origami con fruscianti banconote da cento dollari. 
Quando il diavolo mi ha preso per mano parla di loro. Io l'ho atteso con ansia dal primo momento in cui ho dato una sbirciata alla copertina. La volevo, e volevo il libro. Mai giudicare un libro dalla copertina, okay, ma se la copertina parla esattamente di quel determinato libro, il detto lascia il tempo che trova. Giusto? L'esordio di April Genevieve Tucholke è come te lo aspetti, come i grafici ce l'hanno mostrato. Oscuro, sensuale, inguaribilmente young. Fino al midollo. Demodè, retrò, vintage. Fino all'anima. E' un nuovo colore. Tra il seppia e il bianco e nero, tra il rosso e il nero. Una sfumatura di grigio tra il romanticismo e l'orrore. I periodi sono singhiozzanti, frammentari. Gli aggettivi seguono un climax che cresce: sempre tre, sempre legati tra loro da virgole e da brividi che corrono. L'autrice – giovanissima – mette a punto una storia d'amore e morte che ha un'originalità per nulla originale, ma un fascino che non ti sai spiegare. Il suo romanzo è una danza macabra che seduce e coinvolge. Tutti in pista. Tutti giù per terra. Ha una storia semplice, ma un'ambientazione favolosa. D'altri tempi. Ambientato ai giorni nostri, parla di adolescenti senza cellulari, Social Network e televisioni - unici abitanti di un castello di orfani dickensiani in lotta contro il destino e le paure da romanzo d'appendice. L'America della Tucholke è fatta di gente superstiziosa, esclamazioni enfatiche, uso e abuso d'avverbi. E' un pittoresco orfanotrofio per la progenie maledetta di Stephen King, dove gli innocenti fanno una brutta fine, i folli si uccidono in pubblica piazza come samurai, i fratelli vanno a caccia nei cimiteri. Alla ricerca di bambini perduti, sulle orme di un Diavolo che vorrebbero scacciare con piccole croci di legno impugnate tra le loro piccole dita. Ha una violenza e un'ira che gelano il sangue, una storiella d'amore che raramente fa aggrottare la fronte, uno spirito ambiguo. Dialoghi strani, assurdi, cantilenanti, che sembrano presi dalle filastrocche in rima dei bambini cattivi. Malizioso e irreale, ma nel senso buono, mi ha divertito per la sua passionalità. Il suo nero senza fondo, cioccolato fondente. A non avermi entusiasmato, invece, è stato il ritmo del tutto, troppo sostenuto. Quando il diavolo mi ha preso per mano conta un sacco di morti, ma zero tempi morti. Singoli episodi connessi tra loro in maniera un po' raffazzonata, che fanno apparire il poco che succede troppo. In un giorno arrivi alla fine e sai che i protagonisti ti hanno fatto troppa poca compagnia per rimanere impressi a tempo indeterminato. Scorre via senza che nessuno se ne accorga. E senza che nessuno possa sentirne davvero la mancanza. La storia di potenzialità non ne ha tante: lo capisci dalla sinossi. L'autrice, tuttavia, riesce a sfruttare il poco che ha. Con freschezza, inquietudine, un pizzico di furbizia. April Genevieve Tucholke mi piace. Ha una scrittura cinematografica, ma mi piace. Per i troppi caffé, i vecchi film che nessuno conosce, le soffitte con armadi per Narnia, o per l'aldilà. Il suo romanzo è un piacevole passatempo, per chi ha amato Blood Magic e per chi, momentaneamente, è orfano degli strani misteri di Mara Dyer. Cuce e taglia storie di paura. Episodi da brivido, ma uniti da legature spesse, spesse che non sfuggono agli occhi. Fili neri e sgraziati che - come lacci di scarpe - tengono chiuso il taglio ad Y sullo sterno di un cadavere. Una Biancaneve d'obitorio, in una bara di cristallo e acciaio inox.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ella Fitzgerald – Between the Devil and Deep Blue Sea

venerdì 18 aprile 2014

Qui pro cover #4

Ciao a tutti, amici! Primo post scritto in quelli che saranno brevi, brevissimi giorni di vacanza. Martedì sarò di nuovo all'università, arghhh. Mi sono svegliato, questa mattina, e – mancandomi ancora un centinaio di pagine per finire Quando il diavolo mi ha preso per mano, di cui sono certo che in molti vorranno sentir parlare – ho deciso di intrattenervi con un appuntamento lampo di Qui pro cover. E sarà più generoso del solito. Le cover di oggi, complessivamente, sono ben tredici. Ma la scorta di “doppioni” che ho sul pc è talmente infinita che, ogni tanto, posso permettermi di essere uno scialacquatore in piena regola, già. Perché io sarò uno scialacquatore, ma le case editrici è da un po' che badano al risparmio: lo mostrano le copertine di oggi, italiane o straniere che siano. Affrontiamole insieme, coraggio: diamoci la mano. Fa così... Pasqua. "Scambiamoci un segno di pace". L'hanno capito bene le cover del primo gruppo: le prime quattro mettono a fuoco anche le sagome dei tizi, lì, mentre le altre tre badano al dettaglio. Le mani, le sue: pensiero stupendooo. Ah ah. Per quanto cambi lo sfondo, il tema è lo stesso in entrambe le situazioni. Da notare le mani tutte bendate di Sweet Home: la storia d'amore tra una timida fanciulla di periferia e un accanito mangiatore di pellicine? Delicatissima quella di La memoria del cuore: quella che preferisco. E dopo le mani, cosa vorreste vedere? I piedi, le scarpe. Inquietante, la cosa, ma non quanto la nuova pubblicità della Ventura: non temete. I saldi sono finiti, ma le case editrice hanno messo in sconto le rimanenze di magazzino: mi dicono che anche chi legge ha bisogno di calzature e gli editori, in tempo di crisi, si sono buttati anche su questo business. Queste altre sei cover non sono propriamente gemelle, ma sono – piuttosto – parenti dirette. Le prime pubblicizzano palesemente le mitiche Converse – la ragazza di The Boyfriend Thief ha le ballerine, sì, ma adesso piega maglietta ad H&M: licenziata. Le altre, invece, sono per le piccole di casa: Indesiderata è anche un titolo bello rassicurante... Per oggi è tutto. Quali sono le meno peggio, che ne pensate? Non vi faccio gli auguri, perché conto di postare una recensione entro domani, se vi farà piacere. Un bacione e buona giornata, M.


lunedì 14 aprile 2014

Recensione: Splendore, di Margaret Mazzantini

Ormai è sera, anche se il sole c'è ancora, fuori. Raramente condivido con voi i miei post a quest'ora. Ma volevo liberarmi di questa storia e dedicarmi ad altro il prima possibile. Com'è Splendore? Splendore è bello, intenso, tristissimo. Lontano dalla perfezione di Venuto al mondo, ma di un imperfezione che lo rende estremo e coraggioso. Il voto è lo stesso, il voto è diverso. Una storia non per tutta i palati, raccontata con un'indelicatezza a cui ti abitui e con uno stile barocco di cui diventi dipendente. A coloro che non conoscono l'autrice, consiglio di iniziare da altro: gli altri non penso che avranno scuse che tengano. Questo è. Buona lettura. Che il vostro lunedì sia stato produttivo e felice. Un abbraccio, M.
E davvero accadde, e fu contro natura, e davvero vorrei sapere cos'è la natura, quell'insieme di alberi e stelle, di sussulti terrestri, di limpide acque, quel genio che ti abita, che ti porta a fronteggiare a mani nude le tue stesse mani e tutte le forze del mondo. Allora fu natura, la nostra natura che esplose e trovò l'espressione più dolce e benevola.

Titolo: Splendore
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 309
Prezzo: € 20,00
Sinossi: Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?" si chiedono i protagonisti di questo romanzo. Due ragazzi, due uomini, due destini. Uno eclettico e inquietto, l'altro sofferto e carnale. Una identità frammentata da ricomporre, come le tessere di un mosaico lanciato nel vuoto. Un legame assoluto che s'impone, violento e creativo, insieme al sollevarsi della propria natura. Un filo d'acciaio teso sul precipizio di una intera esistenza. I due protagonisti si allontanano, crescono geograficamente distanti, stabiliscono nuovi legami, ma il bisogno dell'altro resiste in quel primitivo abbandono che li riporta a se stessi. Nel luogo dove hanno imparato l'amore. Un luogo fragile e virile, tragico come il rifiuto, ambizioso come il desiderio. L'iniziazione sentimentale di Guido e Costantino attraversa le stagioni della vita l'infanzia, l'adolescenza, il ratto dell'età adulta. Mettono a repentaglio tutto, ogni altro affetto, ogni sicurezza conquistata, la stessa incolumità personale. Ogni fase della vita rende più struggente la nostalgia per l'età dello splendore che i due protagonisti, guerrieri con la lancia spezzata, attraversano insieme. Un romanzo che cambia forma come cambia forma l'amore, un viaggio attraverso i molti modi della letteratura, un caleidoscopio di suggestioni che attraversa l'archeologia e la contemporaneità. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.
                                                 La recensione
Amore mio, amore mio infinito. Amore mio oltre le tempeste e i sogni, amore mio oltre gli orchi e la vergogna, amore dolce, amore violento, amore violato. Amore.
Certi libri hanno il potere di scatenare strane reazioni. Singolari tempeste interiori. Per esempio, chiuso Splendore, oggi, sono andato a fare la spesa. Ho infilato il libro sotto il cuscino e, sotto il sole di mezzogiorno, con la maledizione di una miopia che mi vuole cieco e accecato dai raggi, sono andato in cerca delle dispense di Storia del teatro e degli ingredienti di una ricetta lampo che mamma - alla cornetta - mi aveva consigliato la domenica prima. Ho cucinato e ho perso tempo ai fornelli. Mi sono attardato a tagliare le zucchine in piccoli pezzi, ho lasciato che la pasta cuocesse per undici minuti tondi tondi e che la cipolla e la pancetta rosolassero senza bruciarsi. Con la schiuma fino ai gomiti, al lavello, con i polsi spogliati da braccialetti estivi e orologio, mi ha colto - d'un colpo solo - lo splendore di Margaret. Nel momento meno poetico di questo mondo bieco. Lo splendore era un peso, a pranzo, nella tasca dei jeans. Il portamonete svuotato, il cellulare come un mattone. Quel pezzo di plastica antico, gravido d'ispirazione, pesava di parole. Tra le bozze, pensieri sparsi affidati all'unica memoria che non tradisce - raccolti a lezione, alla fermata del bus, prima di coricarmi. C'era una lista della spesa. Il pasto degli studenti soli in una città che, per quanto vicina, non è la loro. Una cosa di ogni cosa: una birra, un pacco di biscotti, deodorante, dentifricio in offerta, un frutto. C'era anche un'idea che giorni prima mi era sembrata affascinante. C'erano i flash di immagini che il libro in lettura - insonne, triste, senza riposo - mi aveva suggerito. Nel cuore della notte, nel palmo di rosa del giorno. Dappertutto. Un'epifania tra le bolle blu del sapone per i piatti, il vociare farneticante di tanti Master Chef per un'ora, Leonard Cohen che - nelle cuffie dell'Ipod - intonava il ritornello del suo capolavoro. Le mani che facevano cic-ciac nel lavello, il rubinetto che liberava una piccola cascata gorgogliante, Hallelujah in testa. Il direttore d'orchestra era il ragazzo in copertina sull'ultimo capolavoro dell'autrice di Venuto al mondo. Una figura dai contorni arancioni con le braccia lunghissime tese verso un cielo confetto. Intorno, il mare. Quel mare che è un dio onnipresente, il protagonista più tenace della storia. C'è sempre. D'inverno e d'estate. Con i lampi e il sole. A sedici anni, così come a sessanta. Spiana tutto, lui. I corpi sospesi nel vuoto, i piedi a un palmo dalla sabbia, gli uomini bassi che - galleggiando - possono essere alti quanto giocatori di basket. Colma un dislivello, lui. Come l'ascensore cigolante, antiquato, rugginoso che unisce sopra e sotto, cantina e attico, figlio del portiere e figlio del dermatologo. Costantino, che ha una mamma che odora di ragù e patate fritte; Guido, che venera la sua eterea e misteriosa Georgette come un pellegrino fa con la sua Santa. 
A renderci partecipi di questo nuovo ciclo dei vinti, di questo carnevale umano dalla bellezza ottusa e orgogliosa, è il secondo. Lo Zeno Cosini degli anni settanta. Lo Jep Gambardella imberbe che si crogiola nella stessa Grande Bellezza di Sorrentino: Roma. La sua, una voce cinica, acidula, glaciale, che parla di generazioni vecchie e nuove, di matrimoni e funerali, del logorio della vita moderna che è lento, esasperante e infallibile come una goccia d'acqua che fa buchi nella pietra. Ha il tempo libero per inutili fantasie suicide, per sbattere i piedi a terra e fare i capricci, per buttare - con tonfi e scenate da melodramma - i giocattoli indesiderati dalla finestra. Giù. Nel cortile di un condominio all'ombra delle palme. Costantino ha il nome di un imperatore, invece; un esercito di buone intenzioni, ma un destino ovvio da servo della gleba. Raccoglie quei giocattoli e li rende suoi: nella sua infanzia sono mancati - con i soldi che non erano mai abbastanza, le bollette che erano sempre troppe. Raccoglie, nel palmo della mano callosa e calda, anche Guido, che nella sua mente di bambino arrogante, saccente e dispettoso ha seguito i suoi giocattoli - in quel volo nel vuoto - un'infinità di volte. Ha architettato il suicidio pubblico di una povera tenda da campeggio, del puzzle di un guerriero acheo con un occhio solo... il suo. 
Ma ha sacrificato i suoi giochi, in nome di una codardia che lo accompagnerà fino alla vecchiaia solitaria: l'espiazione, giusto nell'ultima rigo. Sotto un cielo che è un'incerata arancio, i due bambini diventati ragazzi si amano. Un tenda sulla spiaggia che nasconde quello che hanno scoperto di saper fare con naturalezza, senza che nessuno lo insegnasse loro. Sono cucchiai in acciaio. Piegati su sé stessi, ricurvi, incastrati l'uno tra le scapole dell'altro. Non sono - tuttavia - destinati allo stesso cassetto. In mezzo a loro, cucchiai scavatori e mogli; forbici sprovviste della punta arrotondata di Art Attack e figli; coltelli che incidono e nipoti. Sono gobbi di Notre Dame aggrappati all'Altare della Patria e al Colosseo, in cerca d'asilo presso angeli col kimono e madonne di paese con la parlata meridionale. Ombre cinesi che si parlano e si baciano. Mani che imitano bocche e voci stridule e che si domandano - all'ombra dell'abat jour - il perché della loro sofferenza, il perché del loro amore disperato, il perché della loro clandestinità coatta. Si ritagliano la felicità che non pensano di meritare: stanze d'albergo, grotte e macchine sono il passaporto di quei due clandestini italiani. Dopo una gita al mare, lontani dalle mogli, si fingono padri di due figli. Il mare è loro amico: il balcone al buio di Romeo e Giulietta. Parlano d'invecchiare insieme, e - in quelle pagine - sono di una tristezza che è siderale, senza fondo. Il loro mondo è scuro, cruento e disonesto, e nemmeno volere bene e lasciarsi volere bene sembra facile. 
Un mondo come il nostro. Dio si è vendicato e ci ha reso tristi umani per natura, all born to die. Lana Del Rey lo canta, alla radio, e noi ci grattiamo le palle, tanto per superstizione. Triste... E Splendore, triste, lo è quanto Venuto al mondo, se non di più. Quella era una storia d'amore spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. Sai quando inizia, non sai quando finisce. Qui poteva essere tutto più semplice, e invece la tragedia è puntualmente appostata dietro l'angolo per farci booo!. L'amore malinconico tra questi due uomini ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne. Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di coraggio. Venuto al mondo era ed è un romanzo innegabilmente bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto di questo. E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con una forza incredibile: quella delle donne. E’ un personaggio ben definito, una figura a cui voler bene come una madre. Gli uomini della Mazzantini, invece, sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono nello stanzino delle scope a tempo indeterminato. Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora. Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un campo minato. L'unica loro forza sta nella scelta segreta dei loro nomi. Secchi, ruvidi, bruschi. Insieme ai loro nomi, così i loro pensieri - incensurati e doverosamente incensurabili. Truculenti, pesanti, sconci. Gli ingredienti della loro storia: due cuori, un amore impossibile, corrente elettrica, un frullatore. Macinare tutto. Una julienne di "ex" cuori, per un cuoco pugliese e un professore di storia dell'arte che mastica poco e male l'inglese. Fois gras di fegato umano, una relazione cannibale. Quel penultimo capitolo, però, ti accoglie con un odore di tufo e di campi, di terra bagnata. Gabriel Garcìa Màrquez avrebbe descritto l'odore delle mandorle amare. Sono passati cinquant'anni dalla prima pagina e sono sempre entrambi maschi, ma ricordano Fermina Daza e Florentino Ariza al funerale del marito di lei. Vecchi - contro le mogli, i figli, il colera dell'omofobia. E non ci pensi. A tutte le difficoltà, al fatto che abbiano entrambi il pisello. E lo sai. Sai che quello è amore. Come fai a non vederlo? E poi quel finale arriva, così. Piomba dal nulla. Crudele e inaspettato. Una sposa incinta che macchia il suo vestito bianco del sangue dell'aborto. Una sferzata di pioggia su un prato, a Pasquetta, che annacqua i panini, allunga il vino e lo spumante con l'acqua del cielo, bagna le coperte, strema la terra. Ad alcuni lettori ha ricordato I segreti di Brockeback Mountain, o così ho letto. Ma le storie d'amore sono tutte uguali, si ricordano tutte tra loro. Sono gemelle siamesi aggrappate per le viscere, anche se non c'è nessun Heath Ledger che cerca l'odore di Jake Gyllenhaal in una camicia da cowboy, all’ultimo. Si va in apnea. Non si respira. Si cerca di farsi crescere le branchie e di respirare sott'acqua, fino alla Grecia. Fino a quel chioschetto abbandonato, visto nel viaggio della maturità, in cui vivere felici, giocare a marito e marito, essere un Ulisse che aspetta un altro Ulisse. Quella di Margaret Mazzantini è un'importante operazione a cuore aperto. Una ferita dai labbri dischiusi, che lascia vedere il rosso del sangue e il bianco giallastro di un osso. Certi romanzi meriterebbero le avvertenze prima dell'uso, i foglietti illustrativi delle farmacie. Non le fascette promozionali, non l'ennesimo titolo di ennesimo caso editoriale. Alla Mazzantini non serve, tanto. Lei – come poche - è grandiosa. Lei - come il fumo - è tossica. Nuoce gravemente alla salute. Però c’è un però. In giro friniscono le cicale, gli esami sono lontani, ti canta nelle orecchie Leonard Cohen e tutto - anche quello scampolo di vita che hai - ti appare talmente splendido da domandare, a scrocco, un'altra sigaretta. E' una metafora, questa. Ma tu non vergognarti del viaggio. La vita, credimi, non è un fascio di speranze perdute, un puzzolente ricamo di mimose, la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Leonard Cohen – Hallelujah (Jeff Buckley's version)


domenica 13 aprile 2014

I ♥ Telefilm: Shameless, Pretty Little Liars, Looking

Ciao a tutti! Rieccomi. La noia avanza e vi scrivo. Vi scrivo e voglio parlare con voi di alcuni telefilm - in realtà sono due, il terzo è recentissimo - che seguo da tempo e che, nelle scorse settimane, si sono conclusivi, dandomi – e dandoci – appuntamento al prossimo anno. L'imperdibile Shameless, che quest'anno ha raggiunto livelli altissimissimi; l'orribile e inutile Pretty Little Liars, che mi ostino a seguire armato di non so quale pazienza; il Looking che ha bisogno ancora di tempo per essere messo bene a fuoco. Parlo del primo e sparlo del secondo per tutto il tempo, principalmente. Oggi va così. E voi? Li conoscete, li seguite, li amate – Shameless DOVETE amarlo – o li odiate - PLL dovete odiarlo. Un bacione e buona domenica, M.

Shameless
IV Stagione
Io seguo un mare di serie tv. Tante. Troppe. Seguirle, a volte, può diventare anche un peso. La verità è una, ed è bruttissima: io mi annoio subito. Delle stesse storie, delle stesse cose, delle stesse facce. Eppure ci sono telefilm che seguo da tempo: per abitudine, per noia, per pura inerzia. Lascio accumulare gli episodi, per poi guardarli tutti insieme, come fanno gli studenti modello con i compiti in arretrato. Shameless devo guardarlo subito. Io non posso perdere tempo. Io non posso aspettare. Io lo adoro. Sempre, da sempre. Per me, è la serie tv. La mia preferita in assoluto. Mi sto accorgendo che, almeno in Italia, non siamo in molti a seguirla. Che vergogna, per il telefilm che non ha vergogna! Se non lo conoscete, conoscetelo. Punto. Avete quattro, meravigliose stagioni da recuperare. E non sapete quanto cavolo v'invidio. Per i profani, dico in due parole di che parla. Shameless è incentrato sull'unica cosa più difficile e sfuggente dell'amore: la famiglia. La famiglia Gallagher è l'America che non hai mai visto nei film hollywoodiani: sudicia, marcia, esclusa dalla cara riforma sanitaria e dalle grazie del caro Dio. Dimenticate le foto sorridenti accanto all'albero di Natale, i saggi e accorti capifamiglia, gli amori per sempre. Sono ormai quattro anni che il superbo John Wells che ha diretto il recente I segreti di Osage Country mette la firma a questo prodotto che, in silenzio, è venuto dall'Inghilterra uggiosa e sregolata di Skins e Misfits. Parliamo di un remake. Parliamo di una sorta di reboot vietato ai minori di Malcolm in The Middle; di Un settimo cielo per canaglie e peccatori. Il linguaggio fa male alle orecchie, ma il resto è splendore. Incontaminato, generoso, viscerale. Uno squallido splendore. Io voglio bene ai Gallagher, sul serio. Non chiedono aiuto, non cercano redenzione, ma ai miei problemi aggiungerei volentieri i loro. Ad occhi chiusi. Si fanno amare con una facilità incredibile, si amano con una facilità incredibile. Con un papà alcolizzato e con un piede nella fossa, un disastro di sorella maggiore, due fratellini in preda agli ormoni, un genio travestito da mela marcia. Li chiamo per nome, potrei parlare di loro fino allo sfinimento. Sto zitto, e mi limito all'essenziale. Shameless è un capolavoro del piccolo schermo e la quarta serie, forse, è una delle più belle di sempre. Sono belli Ian e Mickey – pieni di sangue e segreti – che si amano e fanno a botte. Personaggi secondari, bulli omosessuali, ragazzi felici in una Chicago di papponi scontrosi, locali notturni, escort russe. Il Mickey del bravissimo Noel Fisher è credibile, folle, di un'umanità senza pari. E poi, accanto al magistrale e fragile William H. Macy e a una spumeggiante Joan Cusack, la sola e unica Emmy Rossum. La ami e la odi. Non ha trucco, non ha un ruolo facile, ma ha un copione che strappa da lei il meglio: sofferenza, pianto, sangue. Fiona è cambiata e, da sorella maggiore, è diventata tutrice legale dei suoi fratelli. Le responsabilità la rendono diversa, la rendono sgradevole e in briciole. Potenzialmente, un'erede di Frank: tale padre, tale figlia... Un ruolo che si scopre crudele la rende, però, intensa come mai prima. Un Emmy ce l'ha nel nome: non candidarla, questa volta, sarebbe una blasfemia. Nel sesto episodio – Iron City – ti spezza, si spezza. Il finale di stagione parla di morti che camminano e di giovani che s'ammalano della depressione dei vecchi: poveri Lazzari di periferia. Shameless è il serial che non puoi perdere. (9/10)

Pretty Little Liars
IV Stagione
Le protagoniste di Pretty Little Liars non recitano, starnazzano. Sono galline professioniste. Vagano in boschi e cimiteri in abito da sposa. Vanno conciate ai funerali come diciassettenni a un festino di Capodanno. In questo serial capitano cose così. Anche l'occhio vuole la sua parte, non c'è dubbio. E, sulla ABC come in casa The CW, tutti sono super: super bellissimi, super popolari, superati. Ma è una serie ABC e sono anche tutti casti e ben vestiti. Niente scene osé: non ci sperate! Due le note positive che riesco a trovare. Spencer e Allison. Spencer: quella che si veste da vecchia, sì. Ah, ma forse vi confondete con Aria? No, lei è solo vintage: si veste come una zingara/cartomante/barbona per scelta di vita. Lei è vecchia dentro. Attiva come la Signora in giallo, lucida come Courtney Love, ma piuttosto brava. Le altre sono dei cani proprio. La peggiore, Ashley Benson, che pare tutti trovino la più bella. In compenso la bambolona bionda non mi convince nemmeno sotto quel punto di vista. Poi Allison: Allison è Allison. Non capisci un cavolo di lei, ma è ipnotica. Bellissima, carismatica, convincente. Com'è il finale di stagione? Inconcludente, come al solito. Prendi a vaglio tutti i tipi loschi. Stani tutti i sospettati. Ci sei. La verità, finalmente. E invece niente. Come quattro serie prima. E questa quarta stagione è la più inutile, insulsa e noiosa: il che è tutto dire, vabbè. Per correttezza, ammetto di essermi addormentato ad ogni puntata, o quasi, e ad ogni puntata, o quasi, di aver saltato interamente le parti di mezzo. Ma Pretty Little Liars è così ordinato, raffinato, organico che riesci a capire tutto lo stesso, anche in quei dieci minuti in cui ti svegli di botto sul divano? No. In realtà ti svegli e le vedi che blaterano, scappano, si lasciano sfuggire il colpevole, come una mosca in un pungo. Mi è piaciuto? Noooo. Guarderò la serie successiva? Sììì. Lo so che pensate: questo è idiota fino al midollo! Comprenderete solo dopo aver visto questo serial.Troppo trash per essere vero. Ognuno ha bisogno della sua dose settimanale di scemenze. I nostri palati chiedono di dissetarsi con il trash puro. E Pretty Little Liars è il Nestea, la Corona, la Coca Cola del trash. Dai creatori di The Walking Dead, Peppa Pig e i Barbapapà. Che collaborazione illustre! (3/10)

Looking
Stagione I
Looking è la versione maschile del celebrato Girls. Così l'hanno presentato, lo scorso gennaio. Spontaneo, vero, senza orpelli. Una serie TV con soli uomini e uomini soli. I personaggi, a volte, mi sono parsi veri chiché ambulanti. Ma a volte mi hanno stupito positivamente, perché anche con i baffoni alla Village People o il fare da primadonna, risultano autentici. Looking è targato HBO: dove non ci sono i belli senza arte né parte della The CW. La stessa HBO nota per i suoi telefilm da bollino rosso, ma che – in questo caso – sa essere diretta, incisiva, coerente ma senza eccessi. Bravissimo il Jonathan Groff della prima stagione di Glee, nei panni del quasi assoluto protagonista, e, tra i comprimari, resta impresso il simpatico Russel Tovey di Him and Her. Per le gigantesche orecchie a sventole, i videogame, l'accento british. Soprattutto per l'accento, forse. Questa serie non vuole essere educativa, non vuole essere importante, non vuole indurre alla tolleranza. Scarni gli scenari, misurata la recitazione, magnetica la fotografia. Pittoresca e malinconica questa San Francisco qui. Da intenditori – e io non lo sono, lo premetto – la variegata colonna sonora. Un gioiellino di regia e scrittura il quinto episodio: il più bello. Non è una serie adatta agli spettatori più omofobi del cosmo, Looking. Prosegue per la sua strada – chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Non si parla della confusione giovanile, dell'outing, dei dubbi, ma del dopo. Otto episodi adulti e di grande intimità. In cerca di un loro destino - come i tre protagonisti allo sbando -, ma interessantissimi. Da mettere ancora bene a fuoco. (7/10)