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venerdì 26 gennaio 2018

Recensione: Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi

| Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi. Mondadori, € 19, pp. 318 |

Da tre romanzi a questa parte, ricorro alla compagnia di Fabio Genovesi contro la tristezza. Forse saprete già come va: acquisto e metto da parte, da brava formica, per i giorni più freddi. L'ho rispolverato e tenuto con me, stretto stretto, in un gennaio buio che non vuol finire mai. Anche se la copertina, il titolo, mi parlavano in anticipo o in ritardo d'estate. Anche se, forse, questa volta la tristezza aveva messo radici profonde e a Genovesi – l'ultimo, non il migliore – sentivo di chiedere l'impossibile. Fabio, pensaci tu. Tu che, come Jeeg Robot, qualcosa puoi. In risposta, in aiuto, le parole fantasiose e pulite di un bambino che non cambia ancora voce, che non cambia ancora sguardo sul mondo. Un altro Fabio, o magari lo stesso. Un Fabio del passato che, a bordo della macchina del tempo, ci porta nella Versilia dei primi anni Ottanta. Dove ha una schiera di nonni con nomi che iniziano rigorosamente per “a”, tutti pazzi monchi e scapoli, e a scuola gli insegnano sin dal primo giorno che c'è vita, c'è normalità, al di fuori della loro cerchia ristretta: il Villaggio Mancini.

Perché mi sa che al Villaggio Mancini, e in tutto questo mondo che gira e traballa nell'universo, la normalità è la stranezza più grande che ci sia.

Mascotte assoluta della famiglia, il piccolo e contesissimo narratore si barcamena fra battute di caccia, porcini e pesca, gare per il miglior presepe in chiesa e chiacchiere da comunisti infervorati a cena. Cresciuto in un mondo popolato da soli adulti, un Fabio che sogna la beatificazione scoprirà a scoppio ritardato che i coetanei poco ne sanno di maledizioni secolari (pare che i Mancini senza amore siano infatti destinati a impazzire al compimento dei quaranta), papà dalle mani miracolose tali e quali a Little Tony (il suo, Giorgio, è partito sfortunatamente per una lunga tournée dal ritorno assai incerto: il coma), impieghi sottopagati come raccattapalle in country club che fanno l'affronto di rubarci certi begli anni (quell'estate in particolare il nostro protagonista perderà più di qualche tappa, e dei misteri della masturbazione sentirà parlare per la prima volta alle scuole medie: il sesso, "copiato" come le risposte del compito di matematica). Insomma, cos'ha da spartire con gli altri? In difetto lui, di un candore straordinario, o loro?

Viaggia così, quel treno assurdo, si ferma e riparte quando gli pare, niene avvisi né orari stabiliti. Magari sta piantato nello stesso posto così a lungo che credi di restare lì per sempre, poi dal nulla fischia e riparte a razzo, e in un attimo ti trovi in una stazione nuova e misteriosa dove ogni cosa è diversa, soprattutto te: sei andato a letto che eri tu, ti svegli che sei qualcun altro.

La pecora nera del romanzo non sa se uniformarsi o uscire dal gregge. Se provare vergogna o gratitudine per i pomeriggi sul pattìno, per il braccio e per la TV rotti: una giovinezza strampalata che fa venire un po' il mal di mare, e privazioni, mancanze d'altri tempi, che formano – chissà – gli scrittori di domani. Il tubo catodico guasto: Fabio racconta  allora storie nell'entusiasmo generale. Un genitore che dorme ma ascolta: Fabio gli legge ad alta voce opuscoli, manuali, per la gioia di una libraia che minaccia sempre di mollare le bancarelle per le Hawaii e delle arzille signore della casa di riposo all'ultimo piano (peccato premano, però, per romanzi rosa che fanno diventare la faccia del mal capitato cinquanta sfumature di bordeaux). Fabio ci dà fra le pagine lezioni di nuoto; lezioni di vita. Ma non sa nuotare fino agli otto anni e della vita, che scorre veloce quanto un treno, lui è un passeggero clandestino senza biglietto.

La mia famiglia è così, dietro ogni scemenza c'è una storia che non finisce mai, milioni di racconti che schizzano fuori da ogni millimetro del nostro cammino tutto storto, con particolari precisissimi a tonnellate. Delle cose veramente importanti, invece, non si sapeva mai nulla. Nessuno ne parlava, e a forza di non parlarne si smetteva di saperle, così da segreti diventavano misteri.

Chi insegna le canzoni agli uccelli, ci si domanda in un capitolo? E questa leggerezza, queste immagini, a un Genovesi che stavolta convince a metà – troppo aneddotico, troppo naïf: proprio non amo i narratori bambini, poco da fare – restando comunque irresistibile? Il mare dove non si tocca, purtroppo, non mi ha toccato. Non ho toccato io, soprattutto, in giorni in cui mi limito ad annaspare: qualche sorriso strappato con le tenaglie, figurarsi salpare. La colpa: più mia che sua, probabilmente, ma pace. Ai maschi della famiglia Mancini manca qualche rotella in zucca e il gene dei colori. Daltonico anche lui, senza eccezioni, Fabio – autore e narratore, vuoi l'omonimia, per me ormai sono tutt'uno – dipinge però ora con sfumature delicate, ora con colori sgargianti, le avventure tragicomiche di un'infanzia sopra le righe eppure profonda come il mare. 
Dove non tocchi capisci di essere vivo. Dove ti scacciano ti accorgi della meraviglia di essere maledetti. E delle famiglie così, più a modo loro di altre. Quelle che crescendo ti danno le gioie. I dolori. Le storie.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – L'estate addosso

16 commenti:

  1. Recensione molto bella anche se il romanzo non ti ha toccato. Come sai a me è piaciuto molto questo primo incontro con Genovesi. Probabilmente, nel tuo caso, non era il momento giusto...

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  2. Noooooooooo. Come punizione ti mando a leggere un romanzo hot in casa di riposo!
    Vedo che stai leggendo la Segal. Attendo la tua recensione.
    Incredibile il tuo tocco delicato anche quando un romanzo non ti ha convinto.
    Lea

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    1. Ti ringrazio, Lea.
      Questa volta, un po' per il mio stato d'animo e un po' per la sensazione costante di già visto (penso alle infanzie dei protagonisti di Captain Fantastic o The Glass Castle), me lo sono goduto pochino.

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  3. Un paio di mesi fa ho assistito alla presentazione del libro a Pescara (non so se magari sei andato anche tu...) e devo dire che l'autore mi ha fatto un'ottima impressione. Di travolgente simpatia e grande umanità... ma anche ricchissimo di aneddoti e storielle improbabili sui personaggi colorati e un po' svalvolati della sua famiglia, per l'appunto! XD Il libro mi faceva un po' di curiosità, ma, dopo averti letto, sono sempre più convinta di aver fatto bene a lasciarlo dov'era....

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    1. Purtroppo me lo sono perso, Sophie, ma che peccato: Genovesi dev'essere proprio una bella persona, sì. E te lo consiglio, sai?, dubbi relativi a quest'ultimo romanzo - troppo frammentario, troppo aneddotico - a parte.

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  4. Non conosco l'autore, e anche se il libro non ti ha entusiasmato mi hai fatto venir voglia di comprare qualcosa di suo :D

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    1. Non c'è cosa che mi renda più contento, Kate.
      Genovesi lo consiglio sempre. Anche questa volta, eh. Se non mi ha convinto troppo, era forse mia la colpa: momento inopportuno. :)

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  5. Peccato che questa volta Genovesi non sia stato il balsamo giusto. Io l'ho apprezzato molto per la freschezza con la quale tocca argomenti a volte anche tosti. Sarà che a me la narrazione dal punto di vista dei bambini piace, e l'episodio della casa di riposo rimarrà stampato nella mia mente nei secoli, ogni volta che ci penso rido da sola.
    Sei riuscito comunque a sottolinearne i punti di forza, complimenti.
    Alla prossima,
    Stefi

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  6. Un rimedio contro la tristezza ogni tanto ci va, però questo forse non era meglio tenerselo per l'estate?
    Sarà il Jovanotti messo a fine post, ma chissà perché mi dà quell'impressione lì... :)

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    1. Era meglio, sì, ma me l'ero messo in testa e non c'è stato niente da fare. :)

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  7. Mi spiace non sia stato quel balsamo che cercavi. A me è piaciuto abbastanza, in certe scene ha toccato ricordi d'infanzia mai dimenticati. Certo, la trama è fragilina, quasi inesistente, si fa perdonare con la delicatezza.

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    1. Concordo con te. L'ho già perdonato, per fortuna. :)

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  8. E ora mi sento un po' meno sola. Fermo restando la grande bellezza di tutto il resto che ho letto, da Versilia rock city a Chi manda le onde, passando ovviamente per Esche vive che rimane, come forse ricordi, il mio preferito, Il mare dove non si tocca non ha funzionato. Mi sono detta che era colpa del carattere eccessivamente farsesco (e mi sono risposta che pure gli altri non scherzavano); allora ho ipotizzato che sentissi la mancanza del punto di vista femminile (ma dove sta scritto che un autore debba usare sempre le stesse soluzioni?). Quindi faccio mio uno dei tuoi motivi e do la colpa - che colpa non è - al narratore bambino. Comunque aspetto con fiducia il prossimo libro. Ho la certezza che io e Genovesi faremo la pace XD

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    1. Oh, diamoci la mano!
      Ero conventissimo che a te fosse piaciuto, sai? :)

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