lunedì 11 luglio 2016

Recensione: Chiamami col tuo nome, di André Aciman

E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.

Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Editore: Guanda
Prezzo: € 12,00
Numero di pagine: 271
Sinossi: Vent'anni fa, un'estate in Riviera, una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno "l'ospite dell'estate, l'ennesima scocciatura": uno studente in arrivo da New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza all'estasi. "Chiamami col tuo nome" è la storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che "questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta".

                                             La recensione
"Avevamo trovato le stelle, tu ed io".
Elio, diciassette anni, aspetta l'estate tutto l'anno e, quando la bella stagione arriva, finisce poi per desiderare l'inverno. Così, in una spirale continua di irrequietezza, insoddisfazione e tedio. Ma arriverà un'estate che gli farà cambiare idea sul tempo, sulla sessualità e su sé stesso. Quella in cui Oliver, pallido e sbrigativo, bello come attore, scivolerà giù da un taxi con zaino in spalla e camicia che si gonfia al vento e, ostentando indifferenza, gli ruberà la stanza e il sonno. Questa estate qui. Figlio unico di un professore universitario e di una donna accogliente e di mente aperta, Elio ha sempre patito un po' gli ospiti importanti a cui i genitori, per tre mesi, aprono le porte di casa: una splendida villa con piscina in Riviera, che accoglie fogli volanti, bozze dai margini larghi, discussioni colte, giovani scrittori di belle speranze. Il protagonista è abituato agli andirivieni, alla gente che va e alla gente che viene, ma l'ultimo arrivato – ventiquattrenne americano – lo mette a disagio come nessuno prima di allora. Nonostante la differenza d'età, tra i due si generano competizione e dissapori: a volte si cercano sempre, a volte non si rivolgono la parola per giorni interi. Nonostante la generosità delle amiche Marzia e Chiara, disinibite con il sesso e fiorite all'improvviso, c'è qualcosa che Elio e Oliver non sanno ammettere a loro stessi: a volte si sognano, a occhi aperti e chiusi. Sullo sfondo, una Italia vacanziera, gli anni Ottanta e la cultura classica, che colorano le loro foto ricordo, li rendono curiosi davanti alle sperimentazioni e animano i lunghi pasti e le sconfinate notti di poesia e suggestioni. Citano Dante e Leopardi, parlano fluentemente lingue vive e morte e, girandoci abilmente attorno, ingannano il tempo e, sperano, il desiderio che nutrono l'uno dell'altro. Se è vero che amor, c'a nullo amato amar perdona, lo scostante Oliver ricambierà, per un meccanismo di causa-effetto, forse, un abbraccio, un pensiero proibito, un bacio del timoroso Elio? 
Avranno tre mesi appena per dirsi e darsi; una vita separati, spesa alla ricerca del tempo perso, per ricordarsi oziosi e stupidi. Quando erano giovani dai balconi confinanti e dalla lingua sciolta, alla deriva nell’azzurro mare di agosto. Sembra un film di Bertolucci, Chiamami col tuo nome: un Io ballo da sola al maschile, in cui un narratore raffinatissimo come André Aciman, qui al suo esordio, ci racconta senza censure i migliori anni, le vacanze al mare, le passioni all’improvviso. La parola a Elio, acculturato e precoce, su cui gravano i dubbi esistenziali, gli ormoni e le temperature canicolari. Attorno a lui, una natura dannunziana – gli uomini e la vegetazione sono grovigli inestricabili, l’afa stimola la sonnolenza e gli istinti, i frutti maturi hanno forme di capezzoli e sederi – e un’orgia di sensazioni, che stimolano i cinque sensi e permettono il nudismo. Si aprono in segreto i gelsomini notturni, le imposte, le porte, e nasce così una relazione breve e formativa, che indolenzisce, forma e strugge. Letto in un giorno e recuperato dal fondo di una pila di romanzi che facevano a gara per essere sfogliati, Chiamami col tuo nome è diventato priorità nel momento in cui mi è saltata all’occhio la notizia di un film attualmente in lavorazione, con la sceneggiatura del signor James Ivory, un cast internazionale e la regia dell’esteta Luca Guadagnino, da cui – a modo mio – sono voluto ritornare all’indomani del freschissimo A Bigger Splash. Anche in quel caso, liaison sconvenienti, tanta bellezza – nei protagonisti, così come nei paesaggi - e conversazioni un po’ pretenziose a bordo piscina. 
Aciman si presenta con un romanzo vagamente autobiografico, intriso d’arte e letteratura, che sorprende per uno stile straordinario e la puntualità delle citazioni: malinconico e colto, l’autore dà voce a due personaggi simili a lui, che qui e lì possono suscitare noie e antipatie per i toni sospirosi, i dibattiti filosofici e le ambizioni accademiche. Qualche pagina melensa e troppa ostentazione di superiorità: troppa pesantezza, sotto l’ombrellone. Colpa della dissimulazione iniziale, però; della timidezza cronica. Colpiscono nel segno, in seguito, i passaggi più profondi, la resa perfetta di un’estate che sta loro con il fiato sul collo, gli stornelli romaneschi e i canti napoletani, in attimi cruciali in cui ci si rende conto a denti stretti dell’amore e che oggi, in definitiva, è già domani. Il troppo storpia, in Chiamami col tuo nome, ma sa trovare redenzione, infine, assumendo la forma di una lettera aperta, non pensata per le orecchie indiscrete, e nell’impensata potenza dei sentimenti a cui il titolo, bellissimo, allude. Chiamami col tuo nome significa scambiamoci i costumi e le identità, annulliamoci, indossiamoci come una seconda pelle, rispondiamo soltanto a chi indovina che – in clandestinità – siamo diventati altro ma, allo stesso tempo, più noi stessi. Lo esemplifica la copertina, in cui si svanisce in un tuffo, in un riflesso, e lo approfondisce uno scrittore onesto e talentuoso che a volte è lento, sì, ma altre cattura con scatti rubati le luci, le prurigini e i rimpianti di amanti che inevitabilmente invecchiano e sfortunatamente si separano. Puoi non prenderli a cuore, puoi perfino non comprenderli. Ma come ha detto papà quando alla radio, una volta, è passata una canzone di Adele - complici acuti che sembravano singhiozzi e toni elegiaci: intenzioni inequivocabili -, capirò una parola su cento ma, chi lo sa, a me viene da piangere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – When We Were Young

sabato 9 luglio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Una giornata particolare, Tutti i santi giorni, La solitudine dei numeri primi, Liberal Arts

[1977] Dei classici del nostro cinema non parlo. Da una parte, perché mi vergogno ad ammettere l'imperdonabile ritardo dei miei recuperi; dall'altra, perché non so come scriverne. Certe scoperte, quindi, sono gioielli che tengo solo e soltanto per me. All'indomani della scomparsa di Ettore Scola, però, e del recupero del suo Una giornata particolare, mi sono accorto che in tanti non l'hanno mai visto: spaventati, forse, come me, da tutto ciò che è datato e degno di fama. Faccio un'eccezione, allora, in nome di un tale capolavoro di delicatezza e semplicità. Il giorno da rimarcare a cui il titolo allude è quello in cui Hitler stringe la mano a Mussolini: l'Italietta tutta festeggia, inconsapevole della guerra a un passo. I condomini si svuotano, e a casa restano le donne: angeli del focolare senza indipendenza, che mettono al mondo bambini su bambini per avere diritto al premio delle famiglie numerose. Le donne, e i dissidenti. Antonietta ha sei figli, un destino segnato e un marito traditore che le promette un settimo bambino: le dice che si chiamerà Adolfo, in onore di Hitler. Gabriele, suo dirimpettaio, è stato bandito dagli studi Eiar, perché – sovversivo e omosessuale – è colpevole per ben due volte. Lei segue il volo del suo pappagallo, che brama la libertà; lui chiama un amico – un amante? - lontano, esiliato in Sardegna, e sa che quella sarà la sua triste sorte. Un Mastroianni discreto, elegantissimo, aspetta il destino facendo le valigie e il caffè. Una Loren dimessa, matura, mai tanto bella e di sicuro mai tanto grande, s'innamora di lui. Con la radio e i cinegiornali a fare da indiscreta colonna sonora, due personaggi solitari e romantici vivono la loro personale guerra: un conflitto che hanno in testa. Di quelli misteriosi, che non fanno rumore: vittime, però, sì. Ballano, si confessano i loro dolori, si baciano tra le lenzuola appese in terrazza: si ingannano, tra nichilismo e sogno. Dal loro impalpabile idillio, a tratti sottilmente erotico, viene fuori un manifesto di dolcezza e disincanto a cui, banalmente, devono tanto i "miei" boy meets girl indie, intimi e parlatissimi. Lui le dice che può riscattarsi dalla propria ignoranza, che merita un amore alla sua altezza ma che, purtroppo, non può essere lui; lei, inconsciamente, starà ad ascoltare, e imparerà dal suo pappagallo, Rosamunda, l'attitudine alla libertà. Eccole, le parole, e vengono da sé, senza timori reverenziali e incertezze, come se la storia di queste due solitudini che s'incontrano, un giorno e basta, fosse una di quelle che io amo tanto. Il progenitore, quasi, di Prima dell'alba o Once. O, ancora, di quelle relazioni alla I ponti di Madison County che sono parentesi dai minuti contanti: brevi, eppure felici. (8)

[2012] Guido, classicista doc, si esprime come un libro stampato e ostenta, fiero, le sue origini toscane. Da umanista, inutile dirlo, possiede infinite nozioni, ha una cultura e un cuore grandi e sbarca il lunario con un lavoro precario che non rispecchia le sue volontà. Ammazza il tempo leggendo e esaudendo i capricci degli ospiti, torna a casa in autobus e sveglia con la colazione a letto e un bacio la sua lei: impiegata di giorno e cantante di notte, la cadenza meridionale e un passato di sregolatezza. Conviventi da sei anni, Guido e Antonia vogliono un figlio che non arriva. Fanno l'amore, al mattino, e si danno il cambio. Si rincontrano per cena; si amano davvero. Ma se questo benedetto bambino non volesse arrivare, con il sesso che è diventato un dovere, i vicini coatti che al contrario loro si moltiplicano, le fragilità che si fanno manifeste e le famiglie che premono con domande indiscrete? Cosa succede a un sentimento in vitro, a un bene programmato, a una passione che deve rispettare la tabella di marcia? Succede che, se si è guidati dal Virzì che mancava all'appello, quello più indie e più vero, forse il mio preferito, si sorride e ci si commuove, in compagnia di due personaggi adorabili, canzoni emozionanti, sentimenti da maneggiare, e dosare, con cura. Tutti i santi giorni, a sorpresa, è una bellissima commedia nostrana, che bellissima lo era ancora prima che il nostro cinema conoscesse una nuova giovinezza: ha un'ora e trenta che vola, una coppia a cui ho voluto molto bene e il solo difetto di averlo rivalutato a quattro anni di distanza. Quando Luca Marinelli, ormai premiato e conteso, è già notoriamente ottimo; quando la sexy Thony, cantante dal piglio londinese e protagonista di un esordio che più spontaneo non si può, era una giovane sconosciuta su cui avrei puntato. Paolo Virzì piace e mi piace: sempre in pole position ai David, fa film che posso soltanto definire “nostri”. Questo, sottovalutato, è senz'altro il più mio. Romcom singolare, alternativamente romantica, che sembra rifarsi al modello delle produzioni americane di un certo tipo – 500 Giorni insieme, Begin Again – e, allo stesso tempo, fragile e piena di colori, con accenti del nord e accenti del sud, passati dimenticati e futuri in forse, somiglia solo a se stessa. Ripeto, accadeva quattro anni fa: quando il cinema indie non lo conoscevo e sarei stato stranito, ma contento nello scoprirlo girato da un livornese, ambientato nella Capitale, interpretato da un romano che si finge alla perfezione settentrionale e da una “cantantessa” che, con la chitarra in braccio, perde magicamente la parlata sicula e appare, come le giura Guido al primo appuntamento, bella come non mai. (7,5)

[2010] Recuperi: a otto anni dal romanzo, a sei dal film. In un caso come nell’altro, dalla Solitudine dei numeri primi mi aspettavo pesantezza e sprazzi onirici, tanta inquietudine esistenziale e nessun sollievo. La prosa essenziale di Giordano, il suo piglio chirurgico, lenivano la sofferenza e davano un taglio al carico di dolori di Alice e Mattia: a quattordici anni, più suscettibile, mi sarei fatto coinvolgere di più – addolorare, perfino, dall’incomunicabilità tra loro due. D’altra parte, al cinema, c’è la lettura tra le righe secondo Saverio Costanzo: e lui, regista sperimentale, di nicchia, già apprezzatissimo con il suo ultimo Hungry Hearts, non mi avrebbe coinvolto, da adolescente. Il bestseller vincitore di un Premio Strega sulla bocca di tutti racconta la storia di due anime malinconiche fatte l’una per l’altra o, forse, per nessuno in particolare: condannate alla solitudine, s’incontrano e si scontrano per vent’anni. Inevitabilmente, si perdono. Da lontano, somigliano quasi ai protagonisti di quelle vicende di gente testarda e sentimenti duraturi alla One Day, ma sono più doloranti e, tra sé e sé, propensi all’abbandono. Cos’è infatti La solitudine dei numeri primi se non una storia d’amore – e, parafrasando Marquez, altri demoni? In libreria, lo scrittore torinese usava il linguaggio della matematica, per raccontartela e non farla suonare uguale a mille altre; la trasposizione cinematografica, invece, approccia il mèlo come fosse un ipnotico e asfissiante horror. Quando il cinema italiano era in coma, Costanzo prendeva un caso editoriale, una manciata di attori promettenti e suggestioni kitsch a piene mani: dall’altra parte, però, trovava più di qualche perplessità. Oggi, invece, nel classico confronto libro-film, il dramma di Costanzo, con le sue punte visionarie e la colonna sonora agghiacciante, mi ha positivamente impressionato e, fino alla fine, coinvolto. Esteticamente impeccabile, stranisce nei suoi momenti bui – gli angusti corridoi di Shining, le aguzzine di Carrie, i clown poco raccomandabili di It: insomma, tutto il King che c’è – e fa sospirare quando Marinelli e la Rohrwacher, perfetti, si guardano in quel modo lì. Il montaggio disordinato conferisce mistero alle loro infanzie – cos’è successo sulla neve, cosa nel parco? – e la forma, incontenibile, a volte vorrebbe prevalere sul contenuto. La trasposizione osa guizzi degni di nota, e inquieta e ipnotizza meglio e di più: le gelosie di Viola, simili a quelle di un’amante dimenticata; la magrezza insana di lei e i tagli di lui; il simbolismo che, all’improvviso, avvolge un parco comunale e una pista da sci. I Goblin si curano del commento musicale, e si è in allerta e a occhi sbarrati, e le sequenze slegate sono Lego da ricomporre. Alice e Mattia, nonostante ci siano mostrati bambini, adolescenti e adulti, si conoscono molto superficialmente, però, perché troppo tra le nuvole, troppo a modo loro, e il loro timido legame non sta al passo con tracce che s’impennano, in cuffia, e registi coraggiosi. Glielo si perdona, tuttavia, per un epilogo che i lettori ricorderanno diverso ma che, più lieto, li lascia in bilico, con tutto il tempo del mondo per rimediare agli sbagli e al silenzio. La speranza è sempre una buona idea, e in matematica, in amore,  ci sono eccezioni. (7)

[2012] Jesse, trentacinque anni e l'instancabile utopia che vivere di cultura si può, torna nel campus che l'ha visto matricola in occasione del pensionamento del suo mentore. In una festa un po' tristanzuola e in passeggiate rinvigorenti, tra studenti e studentesse di altre generazioni, conosce l'adorabile e colta Zibby: tanta fretta di perdere la verginità, crescere, varcare la soglia del mondo dei grandi. Come spiegarle che, sul finire della gioventù, il bicchiere del proverbio sembra sempre mezzo vuoto? Come raggirare quei quindici anni di differenza, che li aprono ai confronti e li irrigidiscono davanti alla prospettiva del rapporto fisico? Cercano le risposte a passeggio e diventano protagonisti di una fitta corrispondenza, se lontani. Sproloquiano di Infinite Jest e dei romanzi sui vampiri; si domandano se leggere libri brutti, e uscire con le persone sbagliate, sia tempo sprecato, o puro disimpegno. Crescono, nel mentre, anche se lui dovrebbe essere più adulto e saggio di lei, ed è finito il tempo di dormire sulle corone d'alloro. Tutt'intorno, il rinnovo generazionale sembra ignorare loro: un docente che non si rassegna all'inattività; una prof che commenta gli autori romantici e, al contrario, è il trionfo del disamore; un giovane autodistruttivo che insegue miti sbagliati; un hippy con la faccia di un simpaticissimo Zac Efron che compare sulle panchine, a distribuire perle di saggezza e sorsi da una fiaschetta assai sospetta. Liberal Arts, visto a conclusione di una giornata no, è una di quelle commedie indie, logorroiche e alternativamente romantiche che, da queste parti, troveranno sempre la più calorosa delle accoglienze. Perché retti su bei dialoghi e belle coppie – la splendida Elizabeth Olsen e un Josh Radnor, qui attore e regista, che mi somiglia un po' – e, questa volta, ambientati in campus universitari che non sono meno stimolanti delle città d'arte a cui, con un Linklater, siamo abituati. Questione d'orgoglio personale, anche, parlandosi all'infinito di libri (librerie, libraie e dintorni), soprattutto se stimolati da un'accesa passione per humanae litterae che un giorno ci renderanno malinconici, barbuti e disoccupati, sì, ma inclini alla poesia. Quant'è bella la scena in cui, con l'opera lirica in cuffia, si cancellano i rumori della modernità e New York appare diversa? Quanto frena, però, non sollevare il naso dai libri, studiare il “carpe diem” ma non applicarlo alla lettera? A tratti, ci sono i sorrisi, la riflessione, l'aforisma da appuntarsi. E, ovunque, all'incirca, ci sono anch'io. (7)

giovedì 7 luglio 2016

Recensione: Il baco da seta, di Robert Galbraith (ossia, J.K. Rowling)

Se uno cerca amicizie durevoli e cameratismo senza riserve, deve entrare nell’esercito e imparare ad uccidere. Se invece vuole una vita di alleanze temporanee con gente uguale a lui, che gioisce di ogni suo fallimento, deve scrivere romanzi.

Titolo: Il baco da seta
Autore: Robert Galbraith
Editore: Salani
Prezzo: 12,90
Numero di pagine: 555
Sinossi: Londra. L'eccentrico scrittore Owen Quine non si fa vedere da giorni. Non è la prima volta che scompare improvvisamente, ma non è mai stato via così tanto tempo e la moglie ha bisogno di ritrovarlo. Decide così di assumere l'investigatore privato Cormoran Strike per riportare a casa il marito. Ma appena Strike comincia a indagare, appare chiaro che dietro la scomparsa di Quine c'è molto di più di quanto sua moglie sospetti. Lo scrittore se n'è andato portando con sé il manoscritto del suo ultimo romanzo, pieno di ritratti al vetriolo di quasi tutte le persone che conosce, soprattutto di quelle che ruotano attorno al suo mestiere. Se venisse pubblicato, il libro di Quine rovinerebbe molte vite: perciò sono in tanti a voler mettere a tacere lo scrittore... Ricco di colpi di scena, uno spaccato degli intrighi del mondo editoriale londinese, "Il baco da seta" è il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti Cormoran Strike e la sua assistente, la giovane e determinata Robin Ellacott.

                                        La recensione
Nell'inverno di tre anni fa – a ricordarmelo con precisione, la mia famosa lista su Word -, avevo accolto con l'entusiasmo alle stelle e l'emozione di un bambino l'arrivo, in libreria, di Il richiamo del cuculo. Avevo fatto parecchia strada a piedi per acquistarlo e, al ritorno, mi ero fermato a mensa con un'amica, per cena: ogni tanto, tra una forchettata e l'altra, dovevo toglierlo dalla busta, rimirarlo, sfogliarlo un po'. “Tutta questa curiosità per un giallo?”, mi avevano chiesto, dando un'occhiata scettica alla copertina dal forte sapore gotico e, in cima, al nome di un autore mai incrociato prima. “E' zia J.”, avevo precisato, “è tornata, ma sotto falso nome. Si è travestita, pensa un po', da uomo; da investigatore privato”. Dopo l'addio a Harry Potter, segno indelebile per chi è stato bambino insieme a me, e un gioiello al vetriolo intitolato Il seggio vacante, l'autrice più famosa al mondo si mostrava, con un'attesa prova del nome, anche una delle più versatili. Un giallo all'inglese, un delitto perfetto, che non svelava le sue carte fortunate prima del colpo di scena finale. C'erano protagonisti che sarebbe stato un piacere grande incrociare ancora, il patinato mondo delle passerelle a far gola e, soprattutto, l'impareggiabile classe di una signora che, dietro un nome de plume, al di là di una lente d'ingrandimento, restava una sicurezza. Quello, a occhi chiusi. Dov'era finito il desiderio di ritornare in questa Londra labirintica, smarrito definitivamente l'invito a Hogwarts, al tempo dell'uscita di Il baco da seta, secondo capitolo di un brioso e cruento poliziesco british? Che ne è stato, tre anni dopo, della cieca fedeltà verso una seconda mamma? Annoiato dal suo forzato ritornare al punto di partenza (un sequel sul mago con la cicatrice a forma di saetta a teatro e, il prossimo Natale, Animali fantastici e dove trovarli) e infastidito, talora, da ruffiane cadute di stile (se la Hermione afroamericana non ci piace, a detta sua, siamo un branco di razzisti: mica fan delusi), io e la Rowling, infine, abbia conosciuto la temuta crisi di coppia: cose che capitano. Mi è sembrato saggio ritornare sui miei passi e fare ammenda, quando le librerie erano pronte ad accogliere il terzo giallo della serie: nel carrello, così, Il baco da seta e La via del male. Quanta era poca, però, la voglia di leggere quel tomo intermedio che, a detta di tutti, era il meno riuscito: potevo forse imbrogliare e saltare direttamente al terzo? 
A sorpresa, anche se parlare di sorpresa è un'esagerazione quando la prosa vola e il talento è indubbio, il secondo caso di Cormoran Strike mi ha appassionato tanto quanto il primo. E, solo leggendolo, mi sono mangiato le mani per l'attesa e reso conto, sotto sotto, che i mondi della Rowling mi mancavano da morire: che sulla bruttezza dello scorso anno abbia influito anche l'assenza di una lettura, e di un'autrice, così? Non ne sapevo nulla di top model, la prima volta, ma la scrittrice aveva fatto il miracolo e le debite presentazioni. Questa volta, con il feroce mondo dell'editoria sullo sfondo, sangue copioso e lingue sferzanti, nel mio elemento naturale, mi sono messo comodo e, intanto, ho goduto maggiormente della compagnia di Cormoran e Robin. Lui, figlio illegittimo di una rockstar e eroe di guerra, ha una gamba di legno, capelli riccioluti e chili di troppo che gravano sul moncherino dolorante: può contare sul suo fiuto bestiale, sull'indiscreta fascinazione che esercita sul gentil sesso e sugli avventori che, in ogni libro, accorrono presso il suo ufficio. Lei, segretaria a un passo dalle nozze, ha rinunciato a incarichi più prestigiosi per lavorare fianco a fianco al detective zoppo più corteggiato su piazza e seduta alla sua scrivania, intuitiva e indispensabile, proprio non ci sa stare: il fatto che sia un'autentica bellezza, poi, complica tutto. 
Ci si mettono una ex storica e un promesso sposo apprensivo, questa volta, e un efferato omicidio rituale: come dire a una moglie preoccupata dalle continue stravaganze del defunto, a una figlia adulta ma con la mente di una bambina, che il controverso scrittore Owen Quine è stato eviscerato, cosparso di acido e condannato alla medesima fine del protagonista del suo manoscritto ancora inedito? Chi poteva volergli tanto male? Arduo decidere, se nella sua carriera abbondavano più i nemici che gli amici, più i flop che i bestseller: se, soprattutto, il suo ultimo scritto – viaggio allegorico in una selva di depravazione, in cui ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale - sputava sentenze e veleni sull’editoria d’oltremanica. Cormoran e Robin, in pausa caffè, si dedicano alle lettura di quei fogli truci e scandalosi e, nel cuore caustico della satira, cercano indizi e indiziati. Sul frontespizio, un titolo: Bombyx Mori. La Rowling, mai tanto distante dai toni fiabeschi dell’amato maghetto, cattura e scandalizza con dettagli macabri, un linguaggio forte e una galleria di personaggi squallidi, lussuriosi, ma irresistibili nella loro dissolutezza. Amanti e rivali, editor e agenti letterari, vizi indicibili e strane abitudini in camera da letto: tutti hanno un capolavoro nel cassetto, un valido movente e un astio profondo verso quel teatrale provocatore, ora cadavere a brandelli, che passeggiava agghindato come un lord d’altri tempi e si concedeva passatempi sadomasochistici. E sono tanti, tantissimi, corrotti e avidi, ma hanno un’autrice che lavora sulla loro terza dimensione e, a controbilanciare, la straordinaria simpatia di una strana coppia di ispettori. Il baco da seta, splatter, asprigno e vanitoso, è un romanzo di impensata scorrevolezza, nella sua crudeltà, e mostra una Rowling che si toglie qualche sassolino dalla scarpa e, di buon grado, accetta di sporcarsi le mani. Di una materia ribollente e fragile, è il libro (al sangue) con cui accogliere l’estate: stagione per eccellenza in cui darsi a saghe letterarie, grattacapi e, dopo esami e rimandi, a mattoncini che prima guardavamo con occhi assai sospetti... Che la Brexit ci tolga tutto, allora, ma Cormoran Strike giammai. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Dark Dark Dark – In Your Dreams


martedì 5 luglio 2016

Recensione: La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano

“Erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l'uno nell'altra.”


Titolo: La solitudine dei numeri primi
Autore: Paolo Giordano
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano "primi gemelli": due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Un romanzo d'esordio che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.
                                             La recensione
Ricordo che, quando uscì, le mie compagne di liceo lo portavano stretto sotto il braccio, a ricreazione. Questo blog non c'era, ognuna ne aveva una copia e, ormai otto anni fa, non si faceva che parlarne. Ai romanzi di successo non ci stavo troppo appresso, però: figuriamoci agli esordi così premiati. Leggevo pochi italiani, mosso da quella presunzione degli adolescenti che, per partito preso, ritengono che americano sia bello, punto e basta, e il Premio Strega m'ispirava pesantezza infinita. Ecco, quello non è cambiato: la narrativa italiana, adesso, la leggo e la sostengo, però con lo Strega niente da fare: polemiche, prosa antiquata, tutti impegnatissimi. Quest'anno, però, sono tornato sui miei passi: prima con Acciaio, di Silvia Avallone, e poi con La solitudine dei numeri primi. Stessa fama, una trasposizione cinematografica ciascuno ma, nel caso di Paolo Giordano, il primato di essere stato il più giovane a stringerlo tra le mani, quel prezioso trofeo letterario di cui, eppure, generalmente poco m'interessa. Laureato in fisica, collagoratore in università, faceva il salto dal mondo accademico alla letteratura, e tutti – o quasi – ne erano conquistati. Il quasi, appunto, per le voci fuori dal coro: inevitabili, se il romanzo è un bestseller, lo scrittore è bollato come enfant prodige e la storia di Alice e Mattia, innamorati tristi, saltava di bocca in bocca, ingigantita o talora sminuita. Con imperdonabile ritardo, io che eppure per le tragedie umane ho un debole e che sento vicinissimi al mio sentire quei protagonisti “un po' così”, l'ho accolto in libreria e, in un giorno appena, portato a termine. Strano: lo immaginavo denso, intriso di cose, surreale, vagamente indigesto. Strano: nonostante il passaparola – e un film da cui, con la speranza di recuperare il romanzo, mi ero tenuto a distanza –, sapevo poco di una trama di cui è stato detto tanto, o forse tutto. Mi ha colpito prima per le immagini forti, la magrezza insana e i tagli sulle braccia, e poi per uno stile rapidissimo, quasi asettico, che spesso ammortizza gli urti e spesso brucia come sale in un graffio. 
Mi è piaciuto, all'inizio, e meno a metà. Pane per i miei denti, invece, una chiusa inevitabile, senza luce, in cui avrei preferito uno di quei rari sospiri di sollievo: per una volta, l'amante dei rapporti irrisolti e dei toni sospesi, avrebbe voluto, figuratevi, meno amarezza. Sin dal titolo, seppure nella sua impensata fruibilità, La solitudine dei numeri primi precisa la distanza incolmabile tra due figure doloranti, fragili, tribolate; sembra anticiparne il divario. Alice e Mattia sono coetanei, crescono nella stessa Torino senza connotati e, per un po', frequentano la stessa scuola. Lei zoppica, dopo un infortunio sugli sci e una notte piena di neve e lupi immaginari, e lo invita a una festa, spinta dall'ape regina della sua classe: Viola, però, punge davvero. Lui, colpevole nel profondo per la scomparsa della sorelle gemella, non si integra, parla per monosillabi e, con uno di quei monosillabi, le dice di sì: accetta il suo invito a una festa in cui, altrimenti, non vorrebbe andare. Più che piacersi, si fanno compagnia: sono complici. 
Entrambi nascondono un segreto. L'anoressia, l'autolesionismo: un modo come un altro per chiedere aiuto. Qualcosa li ha fatti riconoscere, qualcosa li farà separare: chiamasi vita, quell'ammasso caotico e imprevedibile di dottori premurosi, occasioni irrinunciabili, cartoline e jet lag, fisica e arte. Stando a Mattia, che ha l'intuito ma non la pazienza, loro sono come due numeri primi. E dispiace, allora, averla sempre ignorata, la matematica, perché c'è poesia in queste coppie di numeri gemelli che sono unici, ma non potranno mai essere vicini: giusto in mezzo, un insormontabile terzo incomodo. Ma si può essere felici, se lontani – ma di un passo appena? Giordano, con un linguaggio crudo e una filosofia presa in prestito da mondi a me sconosciuti, semplifica la matematica e complica i sentimenti: in trecento pagine, ai suoi protagonisti, fa tanto bene e tanto male. Il lettore, però, anche quello malinconico, avrebbe desiderato vederli meno sofferenti e, soprattutto, maggiormente in armonia. Sui due, la legge matematica, ineluttabile, fa carta straccia del libero arbitrio. E abbondano gli stomaci a digiuno, le ossa friabili, gli spigoli delle costole e dei gomiti, se la lettura vola, lo stile non affatica e il vuoto – nel cuore, nello stomaco: su una panchina in un parco – si fa strada, piano.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiromancino – Due destini

venerdì 1 luglio 2016

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful III | Wolf Creek

Io, che patisco il sole e vorrei l'inverno tutto l'anno, sottratto forse al sogno della cupissima Londra vittoriana, in Penny Dreadful avevo trovato infinite suggestioni, tanto fascino, troppa letteratura – mi ci ero ritrovato, non so come. Otto episodi lunghi, lenti, introduttivi e un prosieguo, invece, che mi era piaciuto, sì, ma senza entusiasmarmi: la serie in costume Showtime guadagnava ritmo, puntate e sottotrame. Non c'era il rischio che si perdesse e ci perdesse, soprattutto quando lontana dalla presenza irresistibile della dama in nero, Vanessa Ives? Con meno Eva Green di quanto sperassi, già nella seconda stagione Penny Dreadful restava lo stesso Penny Dreadful? Ci eravamo lasciati, la scorsa estate, con queste precise domande e personaggi in viaggio, avventurosi, sparsi per il mondo. Eccoci, in presenza degli stessi “ma”, di un po' di malinconia e del più grande difetto: i giochi, all'improvviso, finiscono qui. La cancellazione sorprende Vanessa e gli altri nel bel mezzo di storyline quanto mai frastagliate e, negli ultimi episodi, ci si affretta perciò a chiudere le imposte, a tirare su i ponti levatoi del castello, a non lasciare nulla in sospeso. Il deserto, però, non ha lo stesso appeal della piovosa Inghilterra; e Hartnett, al solito, non ha il carisma necessario. Victor Frankenstein, in accoppiata con un Jekyll che si stenta a riconoscere, ricerca cavie per perfezionarsi. E per cercare di guarire quella Lily che, nel frattempo, spadroneggia nei salotti di Dorian Gray. Reeve Carney, messo in un angolo, conserva immutata la sua bellezza efebica, la sua gioventù maledetta, ma la sua ospite insorge – da prostituta abusata a raffinata presidente di un clan di femministe assassine. La Creatura, invece, già poetica e piena di bontà, ricorda qui il suo nome di battesimo e i suoi familiari: lo accetteranno ancora?, si domanda.Vanessa, infine, cerca risposte: rievoca il soggiorno forzato in una clinica psichiatrica e  l'abbandono di Ethan; prende parte a sedute d'ipnosi con la psicologa impersonata da un'ottima Lupone; vive nuovi amori (un baldante curatore) e nuovi orrori (il demone che la perseguita in tutte le sue vite ha un nome, Dracula, e vuole renderla la sua infernale consorte). C'è chi la considera folle; chi le dà della strega. E chi, con un bacio, può liberare la sua natura sanguinaria e miracolosa, e compiacersene: imbrigliata nei corsetti, rimpicciolita dal giudizio altrui, indipendente a tutti i costi. Ci sono episodi dispersivi a metà e, nella chiusa, che è però definitiva, preoccupazione e sbrigatività. Per fortuna, non mancano i momenti da brivido, che fanno di Penny Dreadful un prodotto d'alta qualità e sconfinata classe – forse, visti i gusti del pubblico generalista, anche troppo? I monologhi strazianti – la maestosa e fragile Billie Piper, che si commuove ricordando la sua esistenza precedente; Reeve Carney che, circondato dalle sue tele, promette che aspetterà, aspetterà e aspetterà – e un capolavoro d'episodio: il quarto. Eva Green e Rory Kinnear, straordinari. Quando erano sono una povera ragazza matta e un inserviente senza cicatrici. Un colloquio cuore a cuore, un trionfo di poesia, in una camera con le pareti imbottite: tra amicizia, seduzione e confessione. Lì, in cinquanta minuti appena, una perfetta storia di senso compiuto, e due prove attoriali indescrivili. Mai come quest'anno, una stagione di squisitezze, bestialità e grandi personaggi femminili, capaci di toni magniloquenti, gesti enfatici, significative orazioni. Magnifiche le donne, tutte, in questa cornice sempre finemente intarsiata. I difetti: gli uomini, non alla loro altezza, e gli episodi che li vogliono protagonisti. Un andamento ondivago, poi, spezzettato, che prevede trame più numerose e ambienti più vasti – dalla ghost story si giunge, qui, al western – a discapito dell'organicità e di una Green che tutto può. Da metà in poi, però, si va in cerca di equilibrio. Anche se ci sono spinte, qualche forzatura di troppo, per riunirli. Sparsi come sono ai quattro venti, ma insieme – fortunatamente - per un gran finale che, nonostante tutto, soddisfa a modo suo. (7+)

Una famiglia in vacanza: quadretto felice, estivo, se non fosse per una figlia adolescente che, problematica e scontrosa, a volte rovina i piani e, spesso, coi suoi musi lunghi e le risposte sarcastiche, toglie loro la voglia di festeggiare. Se non fosse, soprattutto, per la destinazione scelta: i Thorogood, canadesi, percorrono l’Australia su ruote. Paese di dingo, deserti e ospiti scontrosi; terreno di caccia indiscusso, se ami l’horror un po’ di nicchia, di Mick Taylor. La camicia a quadri, il fucile imbracciato, il coltello negli anfibi. Hobby: la caccia spietata agli yankee. Segni particolari: aria sorniona e risata catarrosa, familiari per chi Wolf Creek lo aveva visto e apprezzato. Ispirato a una storia realmente accaduta, giunto in sala nell’inverno di dieci anni fa, aveva avuto un secondo capitolo – di gran lunga superiore al primo: caso raro – a sorpresa, con un ritardo notevole, ma che non si percepiva. A fare da leitmotiv, un contesto misterioso, omicidi sanguinosissimi e, talora, giochi alla Saw, pensati da un villain cult, che a me ricordava per piglio e presenza scenica il leggendario Robert Englund. Una miniserie in sei episodi, e poi con lo stesso accattivante John Jaratt a bordo: che bell’idea. Perché, con un killer così, con un attore così, c’era tanto da indagare, tanto da capire, tanto da vedere. Dispiace sin dall’inizio, però, trovarlo molto poco in scena. La serie ha come protagonista indiscussa la giovane Eve – diciannovenne scontrosa introdotta poco fa – che, sopravvissuta alla strage della sua famiglia per mano di Mick, si mette sulle sue tracce. Missione suicida, uno dice: ma la tensione si diluisce troppo, in sei episodi, e il cattivo appare assente, o comunque ammorbidito. In vista di un finale inglorioso, soprattutto, che ne sottovaluta il potenziale. Grossomodo, questo nuovo Wolf Creek risulta, e con grande dispiacere, il solito horror che passa e va. Che si scorda e, nel mentre, si deride un po’. La geografia non è il mio forte ma, a occhio e croce, l’Australia mi sembra immensa: su questo palcoscenico sconfinato e polveroso, per coincidenze inverosimili e svolte troppo accidentali, s’incrociano sempre le stesse figure e ci si imbatte, rigorosamente per caso, sempre in nuovi guai. Da una parte, la faida tra Eve e il cattivo è elementare e prevedibilissima; dall’altra,  negli episodi, c’è un inutile affollamento di motociclisti, galeotti, saggi sciamani e forzati dei ex machina. La trama è macchinosa, il brodo allungato e, per quanto sia valida la nostra scream queen – un incrocio tra Emilia Clarke e Shailene Woodley: una bellezza – non c’è gara con questo mostro messo, non si sa come, alle corde. In un angolo. Si lasciano apprezzare la fotografia impeccabile, la fattura cinematografica ma, per gli sceneggiatori, solo insulti. Ho perso il conto delle coincidenze, infatti, e alzato gli occhi al cielo per il tentativo pedestre, nel finale, di cercare di spiegare il passato del cacciatore. Non resta che la terra bruciata, insomma, dopo una conoscenza iniziata sotto i migliori (o, be', peggiori?) auspici. (5,5)

mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Maestra, di Lisa Hilton

Odiare significa essere condannati alla solitudine. E se devi trasformarti in una persona nuova, la solitudine è un ottimo punto di partenza.

Titolo: Maestra
Autrice: Lisa Hilton
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Londra. Judith Rashleigh è assistente in una prestigiosa casa d'aste, è giovane, colta ed efficiente, di ottime maniere e molto bella. Ma tutto questo non basta. Il sogno di farsi strada con la propria competenza e intelligenza si infrange contro una barriera insuperabile di maschilismo, corruzione, snobismo. Perché, a quanto pare, a fregiarsi del titolo di "Maestro" possono essere soltanto gli uomini. Ma Judith non si arrende. Combatte. Con tutte le armi che ha a disposizione. Compreso il sesso e, se necessario, la capacità di uccidere. Sola, in pericolo e in fuga, Judith può contare soltanto sulla sua capacità di mimetizzarsi perfettamente tra i ricchi e famosi del pianeta e sulla sua competenza. Tra yacht lussuosi, antichi palazzi d'Europa e oscuri traffici d'arte antica e contemporanea, Judith diventa progressivamente sempre più padrona del proprio destino, nel bene e, soprattutto, nel male. Ma è un male necessario per essere indipendente, importante, rispettata. Per essere, in una parola, "Maestra".

                                                La recensione
Pubblicizzato, discusso, chiacchieratissimo. 
E, forse per quello, nessuna voglia di leggerlo.
Finché, almeno, il desiderio di una lettura scorrevole e un po' trash, nel pieno della Sessione Estiva, non mi ha spinto nell'abbraccio morbido e mortale di questa Maestra. Perché, diciamolo, che fosse un thriller rigoroso e raffinato, nonostante le promesse delle fascette, chi ci credeva? Ho avuto, per qualche giorno, la compagnia che cercavo; il guilty pleasure che, ogni tanto, sapete, mi ci vuole. Complice il primo piano dell'autrice sul Libraio – e che bella signora che è, Lisa Hilton, e quant'è preparata –, ho avuto modo di conoscere la sua spietata bambola assassina e se sono qui, sano e salvo, è perché sono sopravvissuto al randez-vous con Judith Rashleigh. Non tutti gli uomini che la incontrano, fluttuanti nel fango del Tevere o decapitati in una cassa da morto, possono dire lo stesso. C'è qualcosa che attira, in Maestra. L'aria sofisticata, la ricca biografia della Hilton – una Sgarbi al femminile, affascinante, poliglotta e londinese; “capra!”, solo di tanto in tanto – e una copertina rossa, allusiva, che può ricordare le tele squarciate di Lucio Fontana o tutt'altro. E quel qualcosa, nelle prime pagine, lo si ritrova, non senza una certa sorpresa: una voce nuova, tanta arte – la passione e la consapevolezza con cui l'autrice parla della pittrice Artemisia Gentileschi hanno dello straordinario – e la storia, all'inizio particolarmente convincente, di una colta e spavalda travette che, sottopagata e trattata alla stregua di una stagista, sceglie di usare armi lecite e non per assicurarsi una folgorante ascesa. Judith ha un armadio pieno di capi griffati che non indossa – aspetta la sua seconda vita, scopriremo presto – e un impiego alternativo, quando cala la sera: procace cameriera in uno champagne bar, si preoccupa di curare amicizie importanti e, senza che diventi però una dipendenza, si imbuca a festini esclusivi, orge segrete, per saziare i suoi appetiti animaleschi. La licenziano, così su due piedi; diventa l'amante ufficiale del cliente più affezionato del suo bar e, in vacanza in Costa Azzurra, ci scappa accidentalmente il morto; sulle tracce di un capolavoro falsificato, trascorre l'estate in Europa, seminando spasimanti e corpi in decomposizione a ogni tappa; si stabilisce a Parigi, ma per le cattive ragazze i guai non finiscono qui. A grandi linee, ho voluto riassumervi una trama intricata e surreale, tanto che è piena zeppa di sfumature, personaggi di passaggio, scorci naturali. 
Restano l'accuratezza della Hilton – che, a mio dire, è più sveglia di un Dan Brown – e una narratrice che, nonostante le assurde avventure in cui si imbarca, minaccia e seduce. Furbo incrocio tra Mr. Ripley e Lisbeth Salander – dall'uno prende le false identità e il pallino per le città d'arte, dall'altra un'infanzia tormentata e un animo glaciale -, la Rashleigh ha tacchi acuminati, impensate risorse e, fortuna grande se sei un'arrampicatrice sociale in un universo di lussi e lussuriosi, zero sentimenti. La Catherine Tramell di oggi ha un notevole stacco di coscia, il gusto per il grottesco e le smanie dei nuovi ricchi; fa cose estreme – a letto e fuori – e, in taluni passaggi, tra citazioni pretenziose e azzardati episodi da spia del malaffare, si concede grossolane cadute di stile che, però, la portano a sfiorare inesplorati picchi di kitsch. Non sarò di certo laureato a Oxford come l'autrice, però facciamo che non vi dico, a un certo punto, dove fa nascondere il cellulare alla sua trasgressiva anti-eroina? In cambio, vi rivelo che, nel corso della lettura, davanti alla presa di coscienza che gli umori di Judith sapessero di mare, ho pensato che laggiù avesse un caveau, un portagioie e, infine, una pescheria: non necessariamente in quest'ordine. Tira più un pelo di donna che un carro di buoi, lo dicevano i saggi, ed è il sesso che alla nostra protagonista procura ingaggi e grattacapi. 
Mi state dicendo che la Hilton non presenterà il romanzo in Molise?
Un sesso occasionale e con sporadici cenni di sadismo – se lo chiedete a me, Love, il porno d'autore di Gaspar Noé, è tra i film più belli dell'anno scorso: dunque, Maestra non mi ha scandalizzato – che è talmente gonfiato, con amatori sudati e panciuti, biancheria firmata e orgasmi che affaticherebbero pure la Scala Mercalli, da non risultare un caso. L'erotismo, ma anche le feste sensazionali, i viaggi “a scrocco”, gli sfondi patinati, le griffe a profusione e i vini francesi da stappare per gli apertivi più modesti... In Maestra, la raffinatezza si fa sfarzo, la sensualità barzelletta, la conoscenza affettazione – e la femme fatale, be', se li fa tutti. Però, per una sorta di psicologia inversa, mi è piaciuto, a modo suo. L'ho trovato accattivante, rapido, ben scritto, divertentissimo. E mi sono detto: bisogna saperlo prendere per il verso giusto, mentre la Hilton si sfizia a prenderci per i fondelli. Perché in Maestra, commedia nera inverosimile e pasticciata, tutto è imprevedibile, tutto è al massimo – del rigoglio, così come del cattivo gusto – e niente, colpo di scena, è buttato lì. Un erotico non potrebbe richiederti la totale sospensione dell'incredulità per caso. E, consapevole e padrone di sé anche nel trucidume di alcune svolte, mago della mistificazione, Maestra è un passatempo da ombrellone che decide di fare il filo, per insondabili ragioni, a certi romanzi anni '60 - mi viene in mente Tanto gentile e tanto onesta pare e Donne pericolose, da poco ripubblicati dalla Sonzogno; qualcuno mi cita addirittura Il cardellino, ma Judith è più a suo agio con altri volatili – e di non rivelarci, perfino nei gustosissimi twist finali, se ci è o ci fa. Nel dubbio, lettura più per lui che per lei, o per lettori comunque dotati di abbondante autoironia e stomaco forte, mi ha irretito il necessario, complice una musa che tiene sotto mira Cupido – e qualche blogger serio e spiantato, che indossa infradito da spiaggia, veste H&M (puah!) e, a volte, soprattutto se alle ammucchiate c'è il solito pienone (pure io: vado all'ora di punta), sa sollazzarsi con infamanti guilty pleasure.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Cola 


lunedì 27 giugno 2016

Mr. Ciak: Tutti vogliono qualcosa, Altruisti si diventa, The Nice Guys, Money Monster, Cell

Richard Linklater è un grandioso cantore di amori, vite e gioventù. Anche quando, come in questo caso, non sembra. Anche quando, distante dagli amanti della trilogia di Prima dell’alba e dall’esistenza in presa diretta del miracoloso Boyhood, lontano dagli impegni, confeziona una commedia generazionale che somiglia a Tutti vogliono qualcosa: il titolo di una canzone dei Van Halen, le matricole di una confraternita sullo sfondo dei fortunati anni ’80 e, tra le righe e le risate, una verità universalmente valida. I giovani e l’inquietudine; la fatica del crescere. Questo, in un film al maschile disimpegnato e godereccio, ma spensierato solo in apparenza, che sembra raccogliere l’eredità di La vita è un sogno (non l’ho visto: rimedierò) e cominciare lì dove l’avventura del giovane Mason finiva: l’arrivo al college. Uno di quei film, forse, che piaceranno più alla critica che al pubblico: ai fedelissimi di Linklater, senz’altro. Ci vuole sforzo, inventiva e un pizzico di fiducia, infatti, nel prenderlo sul serio: nel vederci altro, o almeno un po’, dietro le feste di Animal House, gli sportivi sopra le righe di Blue Mountain State e i bagordi di un American Pie nella macchina del tempo. Parla di feste, feste e feste; dei tre giorni che precedono l’inizio delle lezioni; di una promessa del baseball che, iniziato agli eccessi e all’ozio della vita in autonomia, si rende conto, lì, di essere uno dei tanti, e non il migliore. Spassoso e nostalgico, Tutti vogliono qualcosa ha bei colori, belle tracce, belle facce – e, anche talent scout, il regista punta su stelle del piccolo schermo, nemmeno le più luminose del firmamento, che non ti aspetteresti. L’ingenuo Blake Jenner (Glee), il competitivo Tyler Hoechlin (Teen Wolf), l’esilarante Glen Powell (Scream Queens) e i loro soci vanno a caccia di ragazze in pista, filosofeggiano se sfatti, vestono jeans sfrangiati e camicie sgargianti, vivono a pieno l’euforia di una generazione lontana da loro, giovani leve, e da noi, spettatori del nuovo millennio. Ma contagiati comunque dal buonumore; dal senso di estati che dureranno per sempre. Brilli, valenti, speranzosi e affiatati, per due ore che scorrono indisturbate, tanto quanto gli studenti senza compiti per casa e senza progetti a lungo termine del Linklater più estivo – l’uscita a giugno, infatti, calza a pennello – su piazza. (7)

Ben, quarantacinque anni e un peso inconcepibile sulla coscienza, ha una moglie che lo assilla con le carte del divorzio, ricordi spiacevoli e una straordinaria propensione al bene. Vuole rendersi utile, trovale uno scopo, all’indomani di un lutto che l’ha spezzato, ma non vinto. La sua missione quotidiana, improvvisamente, somiglia a Trevor: ventenne in carrozzella, che si descrive come “bello e fico” - la modestia vien dunque da sé -, e ha la distrofia muscolare e una mamma preoccupatissima a troncargli la gioventù. Molto prosaicamente – e il contratto lo specifica -, Ben dovrà pulirgli il sedere e assisterlo, nelle sue giornate sprecate in soggiorno, tra commenti sozzi sulle presentatrici tivù, scherzi di dubbio gusto, litigi frequenti. Un giovane senza autonomia, un adulto senza senso: squadra tristanzuola, ma non troppo; improbabile di certo. In The Fundamental of Caring – Altruisti si diventa, produzione Netflix e chiare atmosfere da Sundance, sono proprio l’indipendenza e il perdono che si cercano, e magari sono la tappa successiva di un tenero ed esilarante viaggio on the road all’insegna dei desideri di Trevor: fare pipì all’impiedi, guardare il buco più profondo d’America, darsi al sesso orale con Katy Perry. Lungo il tragitto, però, accanto a una sconclusionata donna in dolce attesa, un’altra stellina del pop: Selena Gomez, ribelle e in fuga da casa. Mio carissimo Trevor, farai forse lo schizzinoso? Sono dettagli. E sono i dettagli – e i protagonisti - che contano in una commedia su ruote che fa il verso a Quasi amici e s’ispira a un romanzo del da noi inedito Jonathan Evison: libera, scorretta e un filino toccante. Vento di ponente nei territori del dolore, se seriosità e tragedie non hanno un invito formale. Sì, invece, a scaramucce, parolacce e buoni propositi di ripiego, con l’intenso Paul Rudd e l’adorabile Craig Roberts. Il resto: soste vietate e tante stupidaggini sul pensare positivo, che dette così, da loro, suonano assolutamente convincenti. Tant’è vero che, giunti a destinazione, spiace scendere e fare ciao. (7)

Una macchina sbanda, sulle colline di Hollywood, e finisce dritta dritta nel soggiorno di un bambino un po' vispo. Alla guida, morta, una pornostar che lui conosce dettagliatamente. La prima di tante morti sospette, quella, legate al mondo del cinema a luci rosse: roghi misteriosi, addetti ai lavori giustiziati e, adesso, una giovane ribelle in fuga. Sulle sue tracce – che ruolo avrà, infatti, in tutto ciò? - due detective privati. Uno senza licenza, l'altro con una vispa bambina a carico. Healy è massiccio e manesco; March è scaltro, segaligno e urla fortissimo. Agli antipodi, inizialmente, sono l'uno il nemico dell'altro, prima di allearsi. Il loro collante, la piccola Holly – che avrà fatto incetta di storie alla Nancy Drew – e omicidi legati al sicario Matt Bomer e alla potente Kim Basinger. Un chiacchierone Ryan Gosling le prende e un Russel Crowe dalla taglia forte, forse per la parte o forse semplicemente per la sua buona forchetta, le dà, in un buddy movie vecchio stampo che cita i nostri Bud Spencer e Terence Hill, Starsky e Hutch, con il desiderio di fare di questa strana coppia, magari, un'altra storica strana coppia. Ci sarà riuscito il buon Shane Black, legato alla serie di Arma Letale e già regista di Kiss Kiss Bang Bang, che similmente mescolava il giallo e la commedia al maschile? La critica ne è entusiasta, il pubblico ride. Io, intrattenuto ad arte per due ore e divertito il giusto, ho trovato loro perfetti, accattivante lo stile, gustosissimo l'intreccio. Ma, come accade con i film leggeri e leggerissimi, senza strascichi: lì per lì. Il ricordo di questi “bravi ragazzi” - il Bello e la Bestia – non resterà con me a lungo, e forse è svanito già. In poltrona, nel famoso lì per lì di cui sopra, non siamo stati stretti, tra poderose pacche sulla spalla, scazzottate, schizzi di sangue e sorrisi rilassati. Carino, molto; finché dura, almeno. (6,5)

Lee Gates, presentatore da strapazzo, nel suo seguitissimo show televisivo dà consigli a chi, investendo, spera di arricchirsi all'improvviso. Imbroglione che accenna passi di ballo e grossi sorrisi, però, di finanza e dintorni ne capisce il minimo indispensabile. Legge il gobbo alla lettera e, nelle orecchie, ha i suggerimenti di Patty, regista che ha tutto sotto controllo. O quasi. In diretta, infatti, vivono un incubo – che, sotto sotto, è il sogno di tutti coloro che sognano le impennate dello share, gli ascolti alle stelle, gli spettatori in visibilio. Kyle, giovane padre che ha perso i suoi pochi risparmi, armato di esplosivi, pistole e tanta disperazione, entra in studio e tiene Gates sotto tiro. A telecamere accese, racconta la sua storia; denuncia. E, dalla parte del torto, pian piano si sposta in quella della ragione. Le sue frecciate, i suoi sospetti, puntano a un imprenditore emergente e a sparizioni di denaro immotivate. La polizia è già fuori, l'accusato è al di sopra di ogni sospetto. Come finirà? Dopo lo spigliato La grande scommessa e l'emotivo 99 Homes, una professionale Jodie Foster – nonostante la sua regia senza guizzi, un po' televisiva – ci parla della recessione e di una Wall Street in caduta libera in questo Money Monster. Leggero, a sorpresa, ma per il resto ben poco sorprendente. Indeciso sui toni, non troppo caustico né troppo impegnato, ricorda Live! e il recente El desconocido, visto, piaciucchiato e snobbato. Mi tocca rivalutarlo, quel thriller spagnolo su un banchiere fraudolento in linea con un burattinaio truffato, all'indomani di un prodotto come questo, fatto di nomi altisonanti e scarso mordente. Se fa piacere, dopo Skins, vedere un O’Connell sempre più lanciato, Clooney e la Roberts – lui esagerato e lei, per ragioni di copione, sciatta – abbracciano ruoli interpretati in tempi recenti. E gli occhi dello spettatore, in prove attoriali senza sforzo e in risvolti telefonati, nonostante un ritmo forsennato e una Foster che fa tanto piacere ritrovare, passano oltre senza indugiare. (6)

Dieci anni fa, Stephen King firmava Cell. Uno spunto interessante, sì, ma, a detta di tutti, non un capolavoro. Di certo, non un romanzo degno di una trasposizione tutta sua. Soprattutto, non così in ritardo. Il Re, infatti, giocava con cannibalismo e tecnologia, prima che i social ci rendessero dipendenti, che la tivù ci proponesse appuntamenti settimanali con i non-morti di The Walking Dead, che qualcuno – per altre vie, sotto nomi diversi – s’impossessasse dell’idea, rielaborandola. E sono dieci anni, quindi, che la trasposizione cinematografica di Cell fa parlare di sé, ma non decolla. Eli Roth alla regia, oppure tra i produttori esecutivi? Film, o riduzione televisiva? Il 2016, anno in cui King ha subito un trattamento quantomeno dignitoso con la miniserie 22.11.63, vede il progetto andare in porto e, in sordina, giungere al cinema. D’estate. Stagione per eccellenza degli horror da poco. Il ritardo è imperdonabile; la curiosità è scarsa anche se si è fan sfegatati come me; il cast è buono, ma promette un compitino fatto di fretta. Nonostante tutto, però, Cell si rivela ben peggiore del previsto: inconcludente, inservibile, noiosissimo. Dopo un incipit piuttosto efficace in  un aeroporto contagiato dalla pazzia, e già lì, per bruttezza, spiccavano i titoli di testa, il film segue il viaggio di un inebetito John Cusack e di un insopportabile Samuel L. Jackson in cerca del figlio del primo. Lungo il cammino, giovani sopravvissuti – la nota meno dolente è Isabelle Fuhrman, bollata come promettente sin dai tempi di Orphan – e uomini e donne che hanno perso il senno. La violenza scarseggia, i dialoghi vorrebbero conferire invano intimità a una pellicola senza perché e, dando una spolverata a vecchi ricordi, giurerei che tanto, tra le pagine, andasse diversamente. Ennesimo caso in cui, passando sul grande schermo, Stephen King viene massacrato, Cell è un’operazione fuori tempo massimo, indesiderata, che, nel fatale passaggio, combina forse più disastri dell’ennesima, incomprensibile apocalisse. (3)