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venerdì 30 dicembre 2022

Recensione [romanzo e film]: Bones and All, di Camille DeAngelis

 | Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |

“A diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso, sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo. C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la bussola in un epilogo monco e sospeso.

Quella sera ho scoperto che ci sono due tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa riempire.

Per fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato (aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw), Bones and All usa lo splatter per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il sangue sulla faccia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger

lunedì 12 dicembre 2022

I bellissimi dell'ultimo periodo: Pinocchio | Blonde | Everything Everywhere All at Once | Cha Cha Real Smooth | The Batman

Nella prima edizione della storia, Pinocchio moriva impiccato e irredento: Italo Calvino lo considerava il protagonista dell'unico romanzo horror italiano. Al centro di innumerevoli trasposizioni (questa è la terza in tre anni), il piccolo bugiardo di Collodi trova finalmente la sua dimensione ideale nelle mani di Del Toro. E diventa inquietante, politico, dolcissimo, proprio come ci si aspetterebbe dal regista del Labirinto del fauno. Ambientata in un borgo dell'Italia in guerra e destinata a concludersi tra le acque insidiose dello Stretto, la trasposizione Netflix è una riscrittura brillante e personalissima in cui manca Mangiafuoco, la fata turchina ha una spaventosa gemella che veglia sui vivi e i morti, il Paese dei balocchi è un casermone dove plasmare la gioventù fascista. Lucignolo è il figlio del podestà, Geppetto intaglia crocifissi e piange il figlio perso nei bombardamenti, l'immortale Pinocchio fa gola tanto agli impresari senza scrupoli quanto al regime. Mussolini in persona non si divertirebbe forse a vederlo cantare e ballare? Ma questo burattino senza i fili e con un cuore grandissimo (nell'incavo del suo petto dorme il Grillo parlante) sfida il Duce e il mare pieno di bombe, insegnando che i genitori nutrono talora aspettative da smentire e che le bugie possono salvare la vita. Per il resto: sappiamo tutti come va a... O forse no? In lacrime, mi sono scoperto turbato per lo struggimento scorto sui volti in stop motion dei protagonisti e per la (non) morale di questo capolavoro della buonanotte. Una fiaba inedita, per bambini ribelli. E antifascisti. (8,5)


«Non sono una stella, sono soltanto una bionda». È abituata a sminuirsi, anche se legge Dostoevskij e Cechov; a nascondersi dietro un cliché, cosicché il mondo non la bracchi. Norma Jeane lo affronta con gli occhi di un cerbiatto abbagliato dai fari. E con gli stessi occhi si guarda da fuori con lucidità spaventosa. Si scolla da sé e allo specchio, sullo schermo, vede materializzarsi Marilyn: a volte alleata, altre nemica, è reclamata come un supereroe. Dove comincia una e finisce l'altra? Quale delle due ammortizza al meglio le violenze fisiche e psicologiche, gli aborti e i voltafaccia di quattro uomini tutti uguali ma tutti diversi? Dominik adatta Oates, e trasforma un flusso di coscienza in un'opera d'arte destinata a farsi amare e odiare su una piattaforma di consumo. Divisivo, Blonde metterà d'accordo per l'audacia del comparto tecnico e per la scommessa vinta da Ana De Armas, splendida e vulnerabile; scontenterà per tutto il resto. Ma questa via crucis lunga tre ore resta uno degli esempi di cinema più fulgidi di quest'anno accanto a Spencer: ancora una volta, un horror psicologico con un'icona tormentata dai ghigni dei paparazzi. Diana, però, si riappropriava perfino del suo cognome originario. Marilyn, invece, resta “la bionda”: è una prigionia senza fine, la sua, raccontata da un falso biopic terribile e bellissimo al contempo. A disagio, ho chiesto scusa a un fantasma vergognandomi di me stesso: mia Norma (anzi, al bando i possessivi: non “mia”, ma finalmente di te stessa), se puoi, per favore, perdonaci tutti. L'unico difetto di questo film è renderci complici, di nuovo, dalla sua autodistruzione, grazie a (o a causa di) un cinema che è voyeurismo e requiem solenne. Sono in difetto, poiché inerme e maschio. E, per questo e altro, sono colpevole anch'io. Perdonaci. Perdonami. (8,5)

Evelyn è la direttrice di una lavanderia a gettoni. Sull'orlo del divorzio, sommersa dalle richieste dei creditori, amareggiata per i dissapori con il padre anziano e la figlia omosessuale, rischia di perdere la testa. E di trascinarci tutti nel suo caos interiore, in un film pazzo e irresistibile che la vede protagonista di un'avventura senza precedenti: proteggere gli equilibri del multiverso, minacciato da una forza maligna di cui lei stessa è artefice. Ci sono innumerevoli Evelyn, con innumerevoli abilità a carico: ogni Evelyn ha imboccato, però, una direzione diversa. Quella che abita il nostro universo farà davvero da ago della bilancia in un conflitto millenario? Siamo nel nuovo film dei Daniels. Reduci dai fasti del sottovalutato Swiss Army Man, questa volta puntano agli Oscar con un piccolo film destinato a grandi incassi. Se lo stanno amando tutti, in lungo e in largo, c'è un perché. Nella sceneggiatura, geniale, ci sono: arti marziali, sassi parlanti, procioni da salvare, dita a forma di hot dog, marsupi che diventano nunchaku e butt plug che diventano trofei. Nel corso della visione i corpi esplodono in cascate di coriandoli e la bravissima Michelle Yeoh, qui al centro di un tripudio di colori e metamorfosi, è una padrona di casa cazzuta e perfetta. Al centro di un cast un po' cinese e un po' americano, incarna le faticose contraddizioni di una madre straniera in terra straniera: questo, infatti, è un film che parla di conflitti fisici e conflitti generazionali; di migrazioni concrete e metaforiche, al termine delle quali le identità dei protagonisti si scoprono in bilico. Chi saremmo senza i nostri errori e i nostri rimpianti, senza i nostri viaggi? La pazienza, la gentilezza e l'amore, all'ultimo, ci salveranno. Sempre. Ogni giorno, e in ogni universo parallelo, anche quando un gigantesco buco nero a forma di bagel minaccerà di divorarci tutti. Ho riso tra le lacrime per due ore e dieci. Viva le famiglie infelici a modo loro. Viva i Daniels. (9)

Lui, ventidue anni, ha appena finito l'università ed è tornato a casa dai genitori con la coda tra le gambe. Ha mamma e fratello minore per migliori amici e vive una doppia vita: di giorno commesso in un fast food, di notte animatore di feste per bambini ebrei. Lei, di una decina d'anni più grande, è madre di un'adolescente autistica e si sforza a tutti i costi di impegnarsi come genitrice e compagna. Ma, tra crisi di pianto e flirt, non riesce a rispettare il buon proposito di crescere. Chi vorrebbe diventare un'adulta responsabile, infatti, con accanto qualcuno come Cooper Raiff? Classe 1997, attore, sceneggiatore e regista, presta il suo sorriso pieno di candore a un Peter Pan infantile e straordinariamente maturo insieme. Goffo, dolcissimo e fuori luogo, è il cuore di una commedia romantica in stile Sundance nonché l'insospettabile interesse amoroso di Dakota Johnson. A fuoco come mai prima, la star di Cinquanta sfumature di grigio è un incanto con quelle smorfie un po' ironiche, un po' sensuali: nel cinema indie ha definitivamente trovato la sua isola felice. Uniti da un'alchimia palpabile e dalle perle di una sceneggiatura brillante nella sua semplicità, i due regalano un nuovo e prezioso spaccato di quella “quarter-life crisis” che tanto mi fa penare. Per fortuna ci sono film così, piccoli ma dal grande cuore, che ci fanno sentire tutti meno incompresi. Per fortuna, combattuti a giorni alterni tra gioia infantile e struggimento post-adolescenziale, possiamo fare come Cooper e Dakota: ballare, sbagliare, ricominciare. E, ancora e ancora, ballare. (8)

Mentre una Kristen Stewart da Oscar ha dato corpo alla “principessa triste”, Robert Pattinson ha prestato la sua mascella scolpita al “cavaliere oscuro”. Stranamente simmetrici, gli ex protagonisti di Twilight sono cresciuti. Bellissimi, arrabbiati e nevrotici, si confermano icone generazionali: negli occhi hanno l'inquietudine dei trentenni di oggi. In una Gotham derelitta e pericolosa, Batman semina il terrore: basta la sola apparizione del suo simbolo per far tremare i criminali. Isolato nella sua torre d'avorio, raramente getta via la maschera e mai, soprattutto, si lascia andare a gesti di gentilezza: cerca vendetta. È proprio questa stessa sete, inappagata, a legarlo a Catwoman (Zoe Kravitz: da infarto) e ai tranelli dell'Enigmista (Paul Dano, uno dei giovani attori più straordinari su piazza): come lui, i comprimari sono orfani alle prese con le promesse della generazione precedente. I figli erediteranno le colpe dei padri. E quante storture abbiamo ereditato noi? Quanti debiti, quante macerie, quanta immondizia? The Batman è un neo-noir denso e fluviale, alla David Fincher. È un una riflessione sul potere, che in ogni epoca e in ogni dove gronda sangue e bile come in Machiavelli. È la storia di un lutto mai elaborato. Oltre al mantello, Pattinson si trascina dietro una tristezza atavica e contemporanea al tempo stesso. Gli invidiamo l'armatura scintillante: nasconde quel disagio esistenziale in virtù del quale, per la prima volta, è stato possibile identificarsi con un supereroe del grande schermo. (7,5)

mercoledì 7 dicembre 2022

Recensione: Tasmania, di Paolo Giordano

| Tasmania, di Paolo Giordano. Einaudi, € 19,50, pp. 258 |

Ai miei studenti, nell'ora di epica e mitologia, ho rivolto una domanda: cosa portereste con voi in caso di giudizio universale? A casa, qualche giorno dopo, correggendo a penna rossa i loro temi, mi sono trovato a sorridere della banalità di alcune risposte: cellulari, trucchi, profumi... Forse, però, sorridevo soltanto di me stesso. Cosa avrei scritto al posto loro? Cosa mi affannerei a salvare? Cambierei forse hobby e priorità in prossimità dell'apocalisse? La fine del mondo è già qui, ci rivela l'ultimo libro di Paolo Giordano. Tasmania, a metà tra il saggio e l'autofiction, è un decalogo minuzioso del peggio che ci è capitato in questi folli anni: gli attentati terroristici, il Covid-19, il riscaldamento climatico, gli scandali sessuali. Il narratore, presumibilmente lo stesso Giordano, è un uomo di scienza prestato alla letteratura.

Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere.

Ha compiuto da poco quarant'anni, è in crisi esistenziale e, in un pianeta in crisi, fa ricerche su ricerche per il suo prossimo successo: un libro sulla bomba atomica. Esorcizza la paura con la paura. Con un software online simula l'esplosione di un ordigno sul tetto della propria casa e fa una conta approssimativa dei danni. Sempre online, non visto, cerca video di decapitazioni. Nell'altra stanza c'è Lorenza, la compagna di qualche anno più grande, già madre di un adolescente in partenza per gli Stati Uniti, che vorrebbe un altro figlio prima dell'arrivo della menopausa. E altrove, sparsi in giro per il mondo, ci sono amici e conoscenti che si innamorano, si tradiscono, flirtano, sabotano la loro carriera per una parola di troppo, premettono il sesso alla vocazione, si prendono, si mollano e infine si ripigliano.

Per poter scrivere non bisognava prima di tutto, forsennatamente, vivere?

Viviamo, smarriti, in un tempo pre-traumatico. Patiamo l'ansia sociale, la sindrome di Cassandra, i notiziari. Siamo spacciati. Allora perché, come i miei studenti – superficiali o forse soltanto pragmatici –, continuiamo a badare al superfluo? Perché, come Paolo e i suoi amici accademici, nutriamo quest'insensata ossessione per il futuro? Perché la vita, nonostante tutto? Di recente anche al cinema con il bel Siccità, di cui è stato sceneggiatore accanto a Paolo Virzì, l'autore piemontese continua il suo viaggio fra le ansie della nostra generazione. Ne viene fuori una lettura dal taglio divulgativo, all'apparenza distante da quelle che solitamente preferisco intraprendere, ma capace di toccare corde tutte sue – e tutte nostre. In caso di giudizio universale, mi porterei dietro beni di prima necessità e un libro così: un manualetto dotto, poetico e autoironico, sull'arte del reinventarsi e sul vizio della speranza. È possibile trovare scampo dal presente, dagli altri esseri umani, dalle responsabili della vita adulta? Giordano ci fornisce indicazioni preziose sulle vie di fuga. I più ricchi si stanno già procurando stanze antipanico superaccessoriate e navicelle spaziali. A noi non restano che le coordinate per raggiungere la Tasmania, novella terra dell'oro in cui Nick Cave ospitò il suo primo concerto all'indomani della straziante perdita del figlio. E gli abbracci spaccaossa delle persone che amiamo: che sono bunker antiaerei; che son casa.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Andrà tutto bene