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venerdì 31 luglio 2015

Dear Old Mr. Ciak: Il sospetto, A Royal Affair, Amanti Criminali, Bronson, The Ring

[2012] I bambini strillano e strepitano; all'asilo non ci vogliono andare. Ma la piccola Klara, ultima nata in una famiglia litigiosa, lì sta bene. Soprattutto, per il maestro Lucas. Klara ogni tanto si perde e, quando tutta presa a contare le linee che solcano il marciapiede non guarda se la direzione presa è quella corretta, c'è Lucas – dolce, disponibile, affettuoso – a darle una mano e condurla verso il bene. A scuola, dove il maestro gioca a acchiapparella con alunni che lo venerano. A casa, dove spesso quell'adulto solitario – nella sua vita privata, infatti, stanze vuote, il divorzio e, all'orizzonte, la promessa dell'affidamento congiunto e di un nuovo amore – si ferma a pranzo. I bambini dicono tante bugie, ma le bugie non hanno mai fatto al caso di Klara, che al contrario è precoce e sotto sotto – come lo si può essere solo a quell'età - un po' innamorata del gigante buono e occhialuto che non nega a nessuno un sorriso. Finché la bambina – che non è la protagonista, perché questa non è la sua storia – non confessa, imbarazzata, l'incofessabile: il suo amico adulto le avrebbe fatto male. Come persone cattive sanno fare a bambini innocenti. Male così. Il sospetto è la storia dell'uomo su cui pesa l'accusa più grave che c'è. Il sospetto che è un titolo bugiardo: giacché lo spettatore, angosciato, non nutre il minimo dubbio che quel padre di famiglia senza macchie, senza colpe, abbia fatto pensieri impuri su quella creatura che maneggia, sulla strada verso casa, alla stregua di un gioiello fragile. Agghiacciante è la domanda che non mi sono posto – Lukas è un pedofilo davvero? - e tremendo, in assenza di un (ir)ragionevole dubbio, è osservarlo arrancare porta a porta, come un cane rognoso, mentre gli amici lo scacciano, i commercianti gli si negano, il suo viso insonne si fa tutto un livido scuro. Ho avvertito gli spintoni, gli insulti, il peggio. Le orecchie che fischiano per i sibili biforcuti delle malelingue e, sulla schiena, occhiate di quelle che squagliano il cappotto. Mi sono sentito il suo male mortale per tutto il tempo; due ore, queste, appresso a cui butti il sangue. Per resistere a uno dei drammi più duri di Vinterberg servono una trasfusione, nervi saldi. Sarai compassionevole? E tu, genitore, sarai abbastanza lucido da discernere la bugia dalla verità, se il sangue tuo verrà, e dio non voglia, a rivelarti un inquietante segreto? In mezzo a comprimari grandi e piccoli, in una chiesa colma di sguardi a Natale, il profilo inconfondibile di un Mads Mikkelsen – il signorile Hannibal che mi ha fatto scordare Hopkins – protagonista di una sublime performance che è un ingrato calvario verso l'oro a Cannes. Quell'anno, sospettato di essere una delle migliori pellicole dell'annata, volava agli Oscar. Vinceva Sorrentino, con quella Grande bellezza che – ancora prima di piangere su Alabama Monroe e di tormentarmi con l'epilogo senza pace ma perfetto dell'ultimo Vinterberg – borbottavo, incompreso dai più, fosse come La corazzata Potemkin per Fantozzi. Il sospetto resta straordinario, anche se ogni volta – troppa la bile che sale in gola, troppa l'ingiustizia – avrai bisogno di un trapianto di fegato. Presente la sensazione maledetta? (9)

[2012] Il medesimo anno di produzione, altra pellicola danese, lo stesso destino. A Royal Affair punta all'Oscar per il Miglior Film Straniero, un anno prima rispetto a Il sospetto. Con un Mikkelsen sempre magnetico che tenta l'en plein, portanto orgogliosamente la bandiera rossa e bianca di un Paese che sa fare grande cinema, e un genere diverso che – questa volta a giusta ragione – non è abbastanza ambizioso per il premio più desiderato. Alla base, un problema insuperabile: il mio disamore per tutto ciò che è storico. Quanto mi annoia? Tanto, troppo, e – con una durata che si aggira intorno alle due ore e venti – capirete perché il sontuoso dramma in costume di Nikolaj Arcel si sia prestato ora e non in precedenza a un sentito recupero. Ambientato nel XVIII secolo, alla corte di re Cristiano VII, parla di un Paese dalla storia ineditamente travagliata e di un triangolo che venne a crearsi nel momento in cui un carismatico medico – fruitore di libri proibiti, illuminista, rivoluzionario – s'intromise nella vita del re, infantile e iperattivo, e nelle stanze della giovane regina, splendida e malinconica nobildonna inglese. L'imperscrutabile Johann, consigliere fidato ed esperto conoscitore dei cuori nobili e delle sofferenze di un popolo miserabile, userà l'amicizia del sovrano e l'amore della consorte come instrumentum regni. A fin di bene, ma in un ambiente in cui covano l'inganno e la cospirazione da secoli. A Royal Affair, al di là di un lato tecnico all'avanguardia che non deve temere concorrenza alcuna, risulta un triangolo dai lati smussati. Classico, senza ombre. Corretto e fluido, nonostante la durata sostenuta, è all'altezza della migliore produzione BBC, con una prima parte che avvolge e una seconda, invece, che appare liquidata con inspiegabile fretta. Scorre e corre. A volte coinvolgente come un romanzo scritto ad arte, altre stringato come un riassunto per sommi capi, in vista di un esame che preoccupa. Comunque semplificato e condensato, con qualche espediente poco brillante che ha del televisivo – la protagonista morente che in una lettera ai figli, in flashback, ricostruisce la sua storia, ad esempio – e ragionevoli compromessi per appassionare – e così effettivamente è – chi tende a perdere il filo, a distrarsi. Resta il fatto che, se non sapessi il suo valore effettivo e la gloria appena sfiorata, non lo terrei probabilmente a mente. E restano tre interpreti magistrali – un Mikkelsen dal fascino indescrivibile, un Mikkel Boe Folsgaard che stupisce e diverte con la caratterizzazione del suo re matto, una intensa e bellissima Alicia Vikander, che – a tre anni di distanza – sta conquistando anche l'estero. C'è del marcio in Danimarca; lo scriveva Shakespeare. Ma, a conti fatti, c'è anche del buono. Sebbene questo A Royal Affair, altrove acclamato, non rappresenti per me il meglio. (6,5)

[1999] Quando avete scoperto François Ozon? Io ai tempi di Otto donne e un mistero – commedia musicale dai toni pastello, con un cast che comprendeva alcune tra le attrici più meravigliose del cinema d'oltralpe, allora come adesso, e un omicidio a cui dare un senso. Avevo ancora Sky, e Sky non si chiamava neanche così, dunque direi che è passato un po'. In realtà, Ozon – trentenne e con un passato da modello – faceva il suo debutto alla regia sul finire degli anni novanta. Dopo una capatina nel mondo del grottesco con l'introvabile Sitcom, è Amanti criminali la sua autentica opera prima. Giovane coppia di liceali assassini si smarrisce nel fitto di un bosco, con il cadavere di un coetaneo al seguito. Finché non si imbattono in una casa apparentemente disabitata e nell'ombroso orco che la popola. La regia era acerba, il cast povero, ma questo Ozon così diverso – sanguinoso, nudo e crudo – aveva già le idee, il talento e il passepartout per la fama internazionale. Si nota, la cosa, nel fantasioso mélange di toni – la commedia nera che, negli anni '90, spopolava negli USA; il retelling che adesso è venuto a noia a furia di usi e abusi; l'eros sadomasochistico – e nei caratteri ambiguamente delineati di due Bonnie e Clyde liceali: Alice, manipolatrice e fatale, e Luc, pazzo d'amore e sentimentalmente confuso. Coppia fatale: la mente e il braccio. Hansel e Gretel che sviluppano una spiazzante sindrome di Stoccolma nei confronti del loro aguzzino, e una sceneggiatura indigesta – sui misteri del desiderio, sulle ombre fosche dell'identità sessuale – che vuole come protagonista, inaspettatamente, il vulnerabile Jérémie Renier; la sexy ninfetta Natacha Régnierc, invece, è chiusa in cantina, in compagnia di roditori e cadaveri. Le colpe del loro sanguinoso crimine d'amore sottoposte, così, al giudizio di quel cacciatore normativo e spietato. Intrappolati in una baracca che ha una porta sola e di cui solo il loro personale Polifemo possiede la chiave, bramano la libertà e, tra sevizie fisiche e psicologiche, vengono rieducati, in un masochistico doposcuola che sembra sbucato dal cuore nero delle storie dei Grimm. E che, amorale, non tiene conto dell'ultima riga delle favole. (7)

[2008] Andatelo a dire a chi era in sala con me, in quel pomeriggio di giugno, che alle nostre orecchie il chiedersi “E questo Tom Hardy adesso chi è?”, davanti all'ultimo Mad Max, suona come la peggiore ammissione di colpa. Tom Hardy, che è sulla piazza da almeno un decennio e che – trentasette anni, il passato da eroinomane, i denti storti che era certo sarebbero stati un problema per Hollywood e invece no – a ogni lungometraggio con la sua strana faccia dentro si scopre bravissimo. E incredibile lo è sempre, soprattutto nell'eccesso: coi personaggi ipercaratterizzati, le scene forti, le macchine da presa di registi suonati che lo mostrano lurido, nudo, multiforme. Dopo il bel Stuart – A Life Backwards, Bronson è un altro consiglio della solita Lisa che, per un equivoco, pensava che le avessi consigliato proprio io uno dei primi Winding Refn, quando invece lo conoscevo solo per la losca fama che lo precedeva. Bizzarra biografia di un criminale senza arte né parte, questa, che, nel culto dell'amata ultraviolenza, cercava l'immortalità di un nome d'arte e una fama ottenuta a suon di pugni. Ancora in vita, ancora in carcere, Michael Gordon Peterson – per la stampa inglese, Bronson, come l'attore – si godrebbe questo suo quarto d'ora di notorietà: trent'anni passati in isolamento, ma finalmente le luci della ribalta. Lui che non sapeva cantare, ballare, recitare, ma sognava disperatamente la notorietà: ottenerla, perciò, diventando il detenuto più pericoloso – e costoso – del Regno Unito. Una spina nel fianco per la Regina in persona. Si parte canonicamente, da un'infanzia noiosa in una noiosa famiglia borghese, e seguono poi i pestaggi, gli atti vandalici, il sanguinoso bisogno d'attenzione; il tutto intervallato da scene grottesche perfette, in cui Bronson – con la faccia truccata di bianco, come un divo del muto – si rivolge a una sala vuota. E' in quei siparietti surreali che il film si scopre meno tradizionale e il protagonista straordinario: lui e la sua camminata alla Charlot, lui e il sogno dell'applauso. Hardy, tozzo e muscoloso, è la star indiscussa di un film che altrimenti, per una trama esile contrapposta a un personaggio che pesa, non mi è piaciuto del tutto. Visivamente all'avanguardia, con un regista che si dà a ritmi meno lenti dei suoi, le impennate pazzesche della colonna sonora classica, lo shock del colore sbattuto in faccia, ma il paragone con Kubrick è un azzardo, e si sapeva, e, alla fine, non si ricorda che per l'ennesima trasformazione di Hardy, e si sapeva. Forte, imponenente: anche abbastanza da reggere il tutto? E io che salto qui e lì nella sua caotica filmografia e, ogni volta, giuro che quella – questa? - sia la prova della sua carriera. Fino a quando, stupefatto, non assisto allla successiva. (6,5)

[2002] Era l'estate dei miei otto anni e avevamo traslocato. La ricerca di un appartamento in cui ci stessimo tutti e quattro, i materassi sul pavimento come barboni perché il camion che ci aveva seguito dalla Sicilia si era perso i letti in giro. Una città nuova, coi centri commerciali di vetro, i McDonald che profumavano di fritto, un negozio di videocassette e cd in cui passavo le ore. Ora è tutto cambiato: la città si è rimpicciolita mentre io crescevo, i supermercati si sono spopolati, quella videoteca non esiste più. Triste visione. Una mattina, ricordo di avere aiutato papà con cose noiose, da grandi: sono orgoglioso di quel bambino già maturo che faceva la fila alle poste, aiutava gli adulti a scegliere, andava matto per i film dell'orrore. Ricompensa per quel giorno, siccome non mi ero lamentato ed ero stato buono, un VHS in regalo. Avevo scelto The Ring, l'horror con la bambina nel pozzo che aveva fatto chiacchierare il mondo. Ricordavo più le circostanze dell'acquisto, sinceramente, che il film in sé. Lo conservo ancora, ma chissà se il nostro videoregistratore funziona... Lo avevamo visto a casa dei miei nonni, intorno a mezzogiorno. La nonna faceva avanti e dietro dalla cucina, lanciando occhiate riprovevoli alla tivù, e il cielo azzurro mi aiutava a scacciare la paura. O ero un bambino coraggioso io, oppure The Ring era una pizza: non mi aveva impressionato. Non come quelle volte quando io e Diego avevamo fatto dormire papà accanto a noi, sulla sdraio, per colpa di un film vietato ai minori. Adesso è cult e io ricordo più positivamente il seguito, piacevolissimo ma bistrattato, che l'inizio di questo cerchio (quasi) senza fine. L'ho rivisto un sabato pomeriggio, con la stessa familiare compagnia di un decennio fa, per vedere come lo avrei trovato a una seconda occhiata. Dodici anni di horror hanno reso scontato il mistero della mitica Samara, ma affascinanti i suoi oscuri simboli e i suoi crudeli percorsi. Ghost story classica, questa, di cui buchi narrativi e l'inconcludente finale, buttato lì a caso, senza un briciolo di enfasi, si scambiano però erroneamente per mistero. Da rivedere di nuovo per lo schermo a tubo catodico, i telefoni antiquati, le cassette maledette di cui ce ne freghiamo, tanto ormai tirano lo streaming e i Blu-Ray, l'effetto post Scary Movie 3. Il pregio è che, come la splendida Naomi Watts, The Ring invecchia bene. I passi concitati dell'indagine li ho seguiti con più curiosità della prima volta e i ricordi appannati che mi ritrovo hanno reso non dico inaspettate, ma riuscite alcune svolte di questo conto alla rovescia dalle ore contate. Per il resto, non inquietava allora; figuriamoci oggi. Gli si riconosce una regia di un perfezionismo notevole, la recitazione che per un horror mainstream è al di sopra della media, il merito – o la colpa? - di avere dato per primo tratti occidentali ai mostri con gli occhi da manga. (6)

mercoledì 29 luglio 2015

Recensione a basso costo: La ricchezza, di Marco Montemarano

Io sono accucciato dietro di loro e la mia faccia spunta dalla cornice formata dai loro fianchi. Sembra un fotomontaggio. E ora so che se mi sono infilato tra loro è perché non ho una vita mia.

Titolo: La ricchezza
Autore: Marco Montemarano
Editore: Beat – Neri Pozza
Numero di pagine: 271
Prezzo: € 9,00
Sinossi: A quindici anni Fabrizio Pedrotti è già un gigante. È bello, è un leader. A scuola è attorniato da una folla di cortigiani, e il mondo gli si srotola ai piedi come un tappeto. Un giorno del 1975, nel corridoio di un liceo romano, Fabrizio sceglie Giovanni come amico. Gli mette una mano sulla testa e lo elegge a suo scudiero. Poi lo ribattezza Hitchcock e lo accoglie nella cerchia più intima della sua famiglia. Nel lussuoso appartamento dei Pedrotti, Giovanni-Hitchcock si muta nel testimone della vita dell'intero nucleo familiare. Riesce a scorgere il padre, un onorevole perennemente assente da casa, in una imbarazzante intimità; si rende subito conto della svagata cortesia ed estraneità della madre; stringe amicizia con Mario, il fratello minore, un ragazzo gracile, un fantasma in pantofole che rasenta i muri aprendo e chiudendo in silenzio le porte; ha una relazione clandestina con Maddalena, la seducente sorella; e infine apprende il lato nascosto, la zona d'ombra del rapporto tra Fabrizio e il fratello. Al fianco dei Pedrotti, Giovanni abbraccia completamente l'identità di Hitchcock. Al punto tale che si convince persino di aver determinato la rovina e l'infausto destino di Fabrizio, Mario e Maddalena con un atto scriteriato. Finché, con il trascorrere degli anni, e l'irrompere della maturità, la verità dei Pedrotti e di Hitchcock, il loro scudiero, gli appare sotto una luce inaspettata e sorprendentemente diversa.
                                                 La recensione
Gli anni ottanta sono appena iniziati e Giovanni, diciassettenne silenzioso e spaventato dalla povertà, arriva in motorino, con un amico ripetente aggrappato alla schiena per i troppi scossoni, davanti al cancello dell'onorevole Pedrotti. Casa di notizie in prima pagina, auto blu, privilegi sconosciuti, alberi altissimi. 
Soprattutto, il posto in cui incontrarsi per vedere una partita decisiva, sulla televisione a colori dei tre figli dell'insigne politico. Il giorno dopo, una telefonata e la notizia che il signor Pedrotti è morto. 
E la sensazione, per via di uno scherzo, di avere a che fare con la sua grottesca dipartita. E con la sfortuna che, dopo il funerale del patriarca, perseguiterà a vita i suoi orfani, eredi di un impero dai giorni contati. Cosa è successo, in quella sera deformata dal senso di colpa? Cosa sarà di Fabrizio, il gigante; di Mario, l'incompreso; di Maddalena, la zingara ribelle? Una foto lasciata lì a prender polvere - e una foto come quella in copertina, su un prato un po' verde e un po' in bianco e nero, quando si poteva essere compagni di giochi nonostante tutto e provare a somigliare a un Battisti, a un Lennon, a un Dustin Hoffman - e, secondo il più classico degli espedienti, lasciare che i ricordi vengano a galla e che passato, presente e futuro camminino su strade adiacenti. Verso nuove mete, in un Paese dai cervelli già in fuga, e amici a cui, nonostante il peso dei segreti e la lontananza, si continua a volere tutto il bene del mondo. Vincitore, due anni fa, del prestigioso premio Neri Pozza e prima opera che leggo di un Marco Montemarano che scopro qui, bravissimo, ma a breve nuovamente in libreria – e sul mio comodino, per forza - con un nuovo titolo e la protezione del suo vecchio editore, La ricchezza è uno di quei titoli che ho scoperto in ritardo, complice l'uscita della versione economica, e che, se non avessi agito d'impulso, probabilmente non avrei mai letto. 
Mi lascio intimorire con facilità. Da certi editori appannaggio di pochi, da scrittori italiani che sul mio blog avranno sempre un posto speciale anche se spesso peccano di presunzione, da trame che si annunciano decisamente impegnative. Invece nel calore di un pomeriggio che mi voleva morto, all'ora di punta, arrabbiato non ricordo più per quale motivo – ma dovevo esserlo parecchio, per scendere in spiaggia alle due e mezza e gettare il necessario alla rinfusa, nel mio zaino grigio – ho preso un volumetto della Beat dalla pila pericolante di libri intonsi e, giusto perché era abbastanza sottile da starci bene tra la bottiglia d'acqua e l'asciugamano, l'ho portato appresso. Parlava di un poveraccio amico di tre nababbi della Roma bene, degli imprevedibili giochi del destino, di legami che – dagli anni settanta a oggi, dai Parioli all'America Latina – non si sfilacciavano. L'amicizia di quello strano quartetto – un gigante scherzoso, un fratello minuscolo allergico al solletico, un'esotica sorella maggiore per cui il sesso segue un codice nascosto, un intruso accolto in salotto per i compiti in classe e goffi esperimenti sotto le lenzuola, cavia di smaliziate adolescenti – è come un elastico: tiri forte e non si rompe, almeno non subito. Al massimo, quando lo lasci andare, ti ferisce le dita della mano. Ti lascia un segno viola. Intorno a me la gente parlava - a fine luglio scendono i turisti, e il lido balneare è un mercato di accenti diversi, karaoke, vucumprà – e l'unica fuga possibile erano dunque le cuffie dell'mp3. La musica che dico io, anche se non è in rima con quella ascoltata all'epoca dei figli dei fiori, anche se poi mi metto a canticchiare tra me e me con il rischio di perdere il filo. Ho capito quanto La ricchezza fosse diretto, vivace e bello nel momento in cui è risultato, nella sua studiata semplicità, più forte di tutto il resto. Grazie a quel che mi faceva all'inizio dubitare, poi rivelatosi pura soddisfazione: un marchio che non delude, un professionista che ha capito che la franchezza coinvolge più di qualsiasi parola ardita, una vicenda poco politica – ho pensato a un Grande Gatsby cacio e pepe, a un'Espiazione raccontato da un Briony al maschile; le testate giornalistiche citano però Moravia e altri grandi di cui sono ahimè a digiuno – anche se, alla fine, cosa richiede maggiori strategie di un'amicizia che resiste?
Un narrazione, questa, esempio della nostra ricchezza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – La canzone del sole

lunedì 27 luglio 2015

Recensione: Il mio cuore e altri buchi neri, di Jasmine Warga

Tu sei tu. E mi capisci. E sei triste come me e, per quanto assudo, questo è bellissimo. Sei come un cielo grigio. Bella, anche se non vuoi.

Titolo: Il mio cuore e altri buchi neri
Autrice: Jasmine Warga
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 279
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Aysel ha sedici anni, una passione per la scienza e un sogno che coltiva con quotidiana dedizione: farla finita. Tutto ormai sembra convergere in quel buco nero che è diventata la sua vita: i compagni di classe che le parlano alle spalle, un lavoro deprimente, il delitto commesso da suo padre che ha segnato per sempre il suo destino. Aysel vorrebbe sparire dalla faccia della Terra, ma le manca il coraggio di farlo da sola. Per questo trascorre il tempo libero su "Dipartite serene", un sito di incontri per compagni... di suicidio. Roman, perseguitato da una tragedia familiare e da un segreto che vuole lasciarsi alle spalle, è il prescelto. Eppure, proprio nell'attimo in cui stanno per abbandonarla, la vita potrebbe mostrare il suo lato leggero, dolce e pieno.
                                   La recensione
Mi domando se anche la gioia abbia un'energia potenziale. O se l'energia potenziale possa condurre alla gioia, come un siero che agisce nello stomaco e ribolle fino a suscitare la sensazione chie chiamiamo felicità. Ma anche se così fosse, il mio tarlo nero la divorerebbe tutta.” Nonostante un titolo che pensandoci su è anche bello, ma che letto di sfuggita lascia pensare alla biografia segreta di Valentina Nappi – e, essendo traduzione precisa dall'inglese, mi viene ragionevolmente da chiedermi: ma questi americani non conoscono i doppi sensi? -, Il mio cuore e altri buchi neri, inizialmente ignorato per un titolo che, come detto, non è colpa nostra e una copertina stucchevolissima che invece è colpa nostra eccome, complici una Mondadori prodiga di copie omaggio e recensioni positive di fidati amici della blogosfera, è finito schiacciato tra i mattoncini – tutti capolavori, si spera – che mi ero ripromesso di leggere durante le vacanze. Quando il mare finisce per diventare routine, si è insofferenti a temperature da bollino rosso e si va in cerca, per noia e soddisfazione personale, della lettura dell'anno, dopo esami che spingono a trasformarci in lettori pigri e a divorare, senza sentirci in colpa, storie brevi, leggere e vagamente preconfezionate. 
Con la solita scusa della stanchezza arretrata, inserito tra l'ultimo voluminoso King (letto), il vincitore del Premio Neri Pozza (in lettura) e l'autore Pulitzer di quest'anno (da leggere), trovarmi tra le mani l'esordio di Jasmine Warga mi ha fatto rimangiare la promessa di dedicarmi soltano a letture impegnate, ora che il tempo è dalla mia, e riflettere sul fatto che tanta serietà non fa per me, dunque perché non spezzarla, ogni tanto, con qualcosa così? Un romanzo estivo e dal suono sì osceno, ma che dalla sua ha più di qualche piccolo pregio che, in definitiva, può risultare abbastanza? Scrivevo in una delle mie familiari parentesi cinematografiche, qualche giorno fa, la lista degli ingredienti che devono costuire l'abc della commedia alternativamente romantica che dico io. Il perfetto film, o romanzo, del filone boy meets girl avrà un lui e una lei che si incontrano in un'occasione bizzarra – un sito anonimo per cercare un compagno di suicidio - , personaggi particolari che si contano su due dita – Aysel, di origini turche, lavora in uno squallido call center e ha il pallino della fisica; Roman, un tempo campione di popolarità, ha l'altezza giusta per fare canestro e mani d'oro per ritratti bellissimi: entrambi, inoltre, vogliono morire, a sedici anni –, una scrittura brillante – qui restiamo purtroppo a bocca asciutta, perché la Warga si limita a scrivere correttamente e senza guizzi speciali, evitando però l'aforisma facile e scenette pruriginose di sorta – e temi importanti, al di là dei toni lievi – il pessimismo cosmico, la voglia di farla finita, deprimersi. Due numeri primi che si incontrano, il sentimento che nasce: l'amore li salverà dal baratro? Arrivato in libreria sulla scia di Raccontami di un giorno perfetto, adorato e contestato insieme, parla ancora del suicidio e dei giovanissimi, con punte di ironia tragica, delicatezza e pochi baci per rimarginarsi a vicenda le ferite. Pare sia piaciuto di più del romanzo della Niven, dicono ci sia, almeno, un po' di speranza che non guasta, ma – nonostante a differenziarli, nella mia valutazione, ci sia appena una mezza stella – ho preferito l'altro. Politicamente scorretto, tosto, disperato. 
Ci sono più buchi neri in quel Theodore Finch – scrivo il suo nome senza il bisogno di sbirciare, giuro, perché mi ha scavato un tunnel nello stomaco – che in una storia agrodolce e priva di buchi – narrativi, interstellari, neri – come questa. A volte ci si sveglia tristi e si va a dormire tristi; si nasce con l'inclinazione alla malinconia e, se l'abisso chiama, non c'è interferenza a distoglierci dal sogno disgraziato della tomba. A volte, ed è il caso di Aysel e Roman, brutti pensieri sono legati a brutte esperienze: il 7 aprile, i due decidono di uccidersi perché si sentono responsabili di tragedie di cui invece non hanno colpa. Cose che capitano quando sei ragazzino, solo e, in mancanza di responsabili, accusi te stesso: per la vita che ha strappato tuo padre (puoi compensare strappandoti la tua?), per una dimenticanza che ha significato tanto dolore (puoi ricordartene, adesso, andando via a un anno esatto da quel giorno?). Per Green era colpa delle stelle – ogni riferimento a John non è casuale, con protagoniste dai nomi in assonanza, lunghe chiamate telefoniche, salti a casa di Gus o Roman -, per la Warga è colpa delle circostanze, per la Niven – e ciò mi ha davvero colpito; non c'è consolazione – non è colpa di nessuno. Chi cerca una lettura garbata, rasserenante, simpatica apprezzerà Il mio cuore e altri buchi neri. Io sono per la cruda verità, anche se alla redenzione delle favole mi piacerebbe crederci. Un romanzo non troppo simile a Raccontami di un giorno perfetto, purtroppo o per fortuna, che vorrei assicurarvi sia una storia mai letta. Non posso. Non va oltre i classici racconti sugli amori salvifici, le seconde opportunità e gli innamorati sfortunati e un po' geniali. Ma non sembra scritto a tavolino, ha un messaggio da comunicare e, se la vita dovesse farsi dura, Jasmine Warga – dolcemente – ci direbbe che c'è del buono. Rassicurante, come sentirsi dire una parola giusta nel momento sbagliato. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ozark Henry – I'm Your Sacrifice 

sabato 25 luglio 2015

Mr. Ciak: Io sono Mateusz, The Duff, Spy, Comet, God Help the Girl, The Harvest, Beyond the Lights

Al piccolo Mateusz piacciono le stelle, i sorrisi, i seni pesanti che riesce a spiare dalla scollatura delle clienti di mamma. Mateusz, piccolo anche a venticinque anni, piegato in due da una grave disabilità fisica, vede, capisce e sente. Fantastica sulle vite dei vicini e – come può – combatte le piccole ingiustizie e i primi dolori. Fino al trasferimento in un istituto per infermi, dove – tra le attenzioni di una volontaria, la scoperta che c'è chi capisce, i soprusi – tenterà di imporsi come essere umano. Io sono Mateusz stupisce per un delicatezza che ricorda un certo cinema francese che, anche davanti alla pena, non si piange addosso e perché i paragoni con La teoria del tutto non andrebbero a suo sfavore. Se c'è una cosa straordinaria nel guardare lungometraggi dalla provenienza quasi sconosciuta, lavoro di attori e registi di cui non sapresti neanche pronunciare il nome, è che – nella tua ignoranza – scambi la finzione per verità. E, giuro, per tutto il tempo sono stato fermamente convinto che l'interprete di Mateusz, magnifico, fosse davvero su una sedia a rotelle, chiuso in un mutismo a cui la settima arte dà voce. Invece, mentre i titoli di coda passavano, il vero Mateusz posa accanto al giovane talento che è scomparso nella performance. Cercate Dawid Ogrodnik, a fine visione, e stupitevi: è un bellissimo ragazzo, in Ida era il musicista che tentava la timida suora dai capelli rossi, questo era il suo primo film. Straordinario, in una prova degna di quella di Redmayne. Distribuito con due anni di ritardo dopo la vittoria agli Oscar dello stesso Ida, è un'altra testimonianza che il cinema polacco esistenze e non teme l'espatrio. Dramma capace di alternare leggerezza e profondità, sebbene il candore con cui si mostra la malattia generi tanta umana commozione, vive di un protagonista sprovvisto di parola e di una voce narrante, briosa e mai invadente, che in prima persona – un po' come in Amélie – parla di un favoloso universo di matti ed eroi, di cui Mateusz, che rimanda saggiamente il lieto fine al giorno successivo, è il grande capomastro. (7,5)

Ci sono cose che, quando sei un liceale, non comprendi dell'universo femminile. E ci sono cose che grossomodo non comprendi neanche dopo, anche se una variante sembra ripetersi: nei gruppi di amiche, c'è sempre un elemento che rende le belle più belle ancora e le inarrivabili a portata di mano. Negli Stati Uniti, c'è un acronimo – e un film – per indicarlo: The Duff. Commedia adolescenziale dal discreto successo in patria e destinata al cinema quando è estate, protagonista, tra l'altro, di una crisi d'indentità senza precedenti: c'è il romanzo che si chiama, infatti, Quanto ti ho odiato ma in sala arriverà con un altro titolo ancora, L'A.S.S.O nella manica. Com'è scoprire di avere quel ruolo ingrato, in un trio affiatato? Ci ride e ci scherza, anche se segretamente schiatta di delusione, la nerd Bianca, spalla per sempre di due regine di popolarità. Chiedere una mano, perciò, all'unico amico che le resta – popolare anche lui, ma inconciliabile, con i modi da vincente e l'umorismo poco brillante, alle passioni vintage e agli hobby del brutto anatroccolo di turno. Come si piace agli altri, ma soprattutto, come si piace a sé stessi? Le risposte sono a portata di mano, ma fino alla fine The Duff, spigliato e fresco com'è, estivissimo, si rivela una gradevole compagnia. Misteri di un genere che, nella sua semplicità, in passato, ha saputo spesso coinvolgermi, soprattutto quando era pensato con simile ironia, e di una protagonista che resta fedelmente ancorata a salopette, rispostacce mirate e principi azzurri stronzi. Insieme all'alternativamente glamour Mae Whitman, campionessa di imbarazzi e sorrisi, tante star del piccolo schermo che indossano con simpatia le loro vecchie etichette – il fisicato The Tomorrow People, l'odiosa di Scream, la dolce bionda di AHS – e insieme le spiccicano via e le incollano secondo nuove combinazioni, in una puntata allungata di Awkward o, meglio, in un ritorno alle commedie dei compianti anni '90. (6,5)

Timida insegnante in sovrappeso passata alla CIA, innamorata pazza dell'agente segreto di cui è guida e consigliera, viene coinvolta – dopo anni di dietro le quinte – in una missione internazionale. Lei, che non ha certamente il fisique du role, riuscirà a rivelarsi la più impensata delle risorse? Niente di nuovo sotto il sole. Niente di nuovo in questo Spy, che eppure è stato un successone, e non si stenta a capire il perché. Scritto e diretto da Paul Feig – che dopo il buon Le amiche della sposa e il dimenticabile Corpi da reato sembra avere trovato la sua musa comica – Spy è cucito addosso alla strabordante Melissa McCarthy, che torna a divertire grazie alla sua fisicità esagerata e alla battuta pronta. Per par condicio, sembra giusto che – come l'eroe di Fleming – abbia anche lei diritto a due valletti. I suoi Bond Boys: l'inglesissimo Jude Law – perfettino, elegante – e Jason Statham – più sboccato, più ironico. Due, per bilanciare, le ore complessive e pure i supercattivi: lo stereotipato Bobby Cannavale e una Rose Byrne mai così splendida, che sfoggia qui cadenze straniere e un'indomabile capigliatura. Parodia dell'amato e odiato genere spionistico – sarebbe meglio dire ennessima parodia, anche se lo spettacolare Kingsman, quest'anno, ha già detto tutto – ha personaggi poco originali ma impersonati da grandi mattatori e una protagonista abbastanza ingombrante e simpatica da meritarsi, tra qualche anno, un sequel che – prevedibilmente – non avrà tutta questa freschezza; tutta questa energia. (6,5)

Cose che deve avere la commedia romantica che dico io. Un lui che incontra una lei in un'occasione strana. Una copertina con due attori faccia a faccia, che mi fa pensare a lunghi dialoghi, personaggi che si contano sulle dita, uno script intelligente. Il resoconto minuzioso del ciclo vitale di una storia d'amore. Comet ha più di qualche elemento che mi è caro. Il sentimento tra Dell e Kimberly, logorroici e genialoidi, viaggia su realtà parallele. Ma qual è l'ordine corretto? Cos'è successo, cosa succederà, costa sta succedendo? Sopra le righe, ma con stoffa da vendere l'esordio alla regia di Sam Esmail – visionario il giusto, ben pensato e con al comando un giovanissimo che, in rete, sta facendo parlare per la serie di cui è autore: Mr. Robot. Più nelle mie corde di quella meritevole storia di hacker, Comet può vantare nel suo cast la presenza di due attori assai in gamba – Justin Long e Emmy Rossum – e uno stile espressivo vivido e originale. Alle spalle dei due, protagonisti di un amore che è una meteora che impiega sei anni a passare oltre, un cielo con due soli, una pioggia di stelle e un treno che passa davanti allo schermo verde. Strizzare l'occhio a tipi come Jonze e Gondry, mentre Dell e Kimberly volano su piani temporali diversi e si trovano alla fine, in cima a a un palazzo. Alle porte del sogno. Questa commedia sui generis - stramba ma bellina – racconta la storia di una tipica rottura con un atipico spettro di colore: l'amore pasticciato, l'amore pasticcione. Il tema di due cuori tra passato e presente va forte nel mélo – e i personaggi sono troppo teatrali e ciarlieri, sì – ma le scene a casaccio della loro unione, come in 500 giorni insieme, ricordano il buon cinema indipendente e l'ultima parte, imprevedibile, insieme agli strati multicolore della stessa torta da sogno, ha un che – pensate – di Inception. Quando la finiranno di ronzarsi attorno? E poi la trottola smetterà mai di girare? (7)

Una ragazza in fuga, un chitarrista timido, una rampolla che prende lezioni di piano sperando che il talento, che viaggia forse porta a porta, raggiunga anche lei. A unirli, la musica – suonata, inseguita, sognata - e una lunga estate insieme. God Help the Girl, premiato al Sundance e scritto dall'anima dei Belle and Sebastien, è un musical di quelli mai visti. Dimenticate gli acuti, lasciate a casa le luci dei riflettori, abbandonate l'idea di coreografie complicate e canzoni che fanno tanto Broadway. Qui si cammina dove i turisti non passano e si accennano piccoli passi di danza; ci si veste con studiatissima trasandatezza; i pezzi – saltati fuori da un diario di disturbi alimentari e fragilità adolescenziali – suonano come improvvisati lì per lì, semplici e riempiti, all'occorrenza, con tanti “la la la”. Ma dietro a una colonna sonora di canzoni indie-pop leggere come piume c'è un grande compositore e, in meno di due ore, infinita voglia di stare bene, nonostante i personaggi non se la spassino proprio un mondo. Una anoressica, un'altra un tantino incapace e il terzo, l'unico maschio del gruppo, innamorato matto di una ragazza che scappa, dice bugie, fa l'amore coi cantanti che strillano il rock 'n roll. Protagonisti bene a fuoco, la stonata Hannah Murray che, per tutti, è la Cassie di Skins; il dinoccolato Olly Alexander, voce del gruppo Years & Years – che con la loro King mettono addosso la voglia di ballare – dal look che invidio; la fata di porcellana Emily Browning, che canta, incanta e mi ricorda a ogni battito di ciglia sui suoi occhi di cerbiatta perché, quando ero bambino, mi innamorati di lei in Lemony Snickets. Quanto sei hipster? Per l'inverno, in mancanza della chitarra in spalla, sto lasciando crescere una barba finto incolta. Quanto è bella questa Eve? Sono un suo affezionato stalker da quando entrambi non avevamo l'età e nell'adorabile God Help the Girl è ribelle come una diva del Beat. Quanto è alternato il musical che se ne infischia? Tanto da essere adatto a pochi, da gustarsi coi sottotitoli, da finire sugli mp3 con le sue canzonette messe su senza sforzo e sfarzo. Quanto lo stile? (7+)

Un bambino paralizzato a letto, con un'unica finestra che dà su un mondo irraggiungibile. Finché da quella finestra non fa capolinea una coetanea sfacciata e curiosa: si è trasferita da poco in città e, in quel quartiere senza gioventù, sceglie il fragile protagonista come migliore amico. Anche se non può giocare all'aria aperta; anche se la sua famiglia è disposta a tutto per tenerli separati. Cosa c'è nel passato di quella bambina vispa? Cosa nasconde, in realtà, una famiglia stremata dal male peggiore? The Harvest – produzione del 2013, passata sfortunatamente inosservata – parte alla maniera dei drammi per famiglie che tanto tiravano qualche anno fa – l'amicizia, e il quasi amore, tra un lui fragile e un'orfana precoce – e si rivela, strada facendo, di tutta altra pasta. Se le suggestioni degli horror – il campo di grano, lo spaventapasseri, qualche spruzzo di sangue – e i risvolti del thriller psicologico – la prigionia, il pericolo, il gioco del gatto col topo - potrebbero potenzialmente essere fiaccate dalla regia di un John McNaughton arrugginito, The Harvest – nonostante la bidimensionalità della confezione – rimonta in sella grazie alla presenza di due attori di cui vantarsi a gran voce. I mancati premi Oscar Michael Shannon e Samantha Morton; sottovalutatissimi: lui obbediente e schivo; lei, straordinariamente crudele come la Bates, infermiera assassina in Misery. Lieve nella prima parte, nevrotico nella seconda, sa piazzare al momento giusto un twist ad effetto per mettere alla prova la solidità delle sue stesse fondamenta, rivelandosi – a sorpresa – un valido film di genere. Un mènage familiare senza respiro, infatti, fa da base a un thriller claustrofobico e riflessivo, su prigioni che hanno la carta da parati colorata al muro e, alle finestre, le tende ricamate. Case di bambole di cui non siamo padroni e nelle cui stanze segrete vivono colpi di scena che hanno del tragico. (7)

Un cliché di pop star si innamora della sua guardia del corpo, dopo che lui la salva da un tentato suicidio. Un cliché di storia d'amore, per una cantante che ricorda un po' Rihanna, ma vorrebbe fare il verso alla buonanima di Whitney Huston e a Kevin Costner, con il suo moroso, in The Bodyguard. Beyond the lights – dramma musicale all black, in cui i pochi personaggi bianchi sono spregevoli: la mamma menager, il paparazzo invadente, l'ex tutto rap e tatuaggi che pare Fedez, i discografici – è prevedibilissimo, ma diversamente da Empire sono riuscito a vederlo per intero. Nonostante il razzismo al contrario e la mancanza di pezzi degni. Se quelli intonati dalla brava protagonista, infatti, oscillano dal brano pop-tutto-poppe al lamento melodico, a fare da sfondo al colpo di fulmine ci pensano Nina Simone, Jamiroquai, Beyoncé, Birdy, Rita Ora – quest'ultima, candidata agli Oscar per la bella Grateful che, aguzzate le orecchie, si sente prima dei titoli di coda. Ma, nonostante sapessi prevedere dialoghi e situazioni con ore d'anticipo, Beyond the lights è come la sua protagonista, questa brava Gugu Mbatha-Raw che, abbandonati gli abiti succinti e le parrucche a fantasia, si scopre non una personcina a modo e non la regina delle cafone. La pellicola si rivela delicata soprattutto nella seconda parte, con una mezza fuga d'amore e lo scoprirsi innamorati ugualmente anche al di là delle luci del titolo. In un processo inverso che vede il brutto anatroccolo delle prime immagini, diventato cigno multicolore, ricercare la bambina solitaria degli inizi. (5)

giovedì 23 luglio 2015

Recensione: Revival, di Stephen King

Quando ripenso a Charles Jacobs, non riesco neppure a considerare che la sua presenza nella mia vita fosse dovuta al destino. Altrimenti significherebbe che quelle vicende tremende, quegli orrori, erano destinati ad accadere.

Titolo: Revival
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 470
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Più di cinquant'anni fa, in una placida cittadina del New England, un'ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l'amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha "salvato" il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l'idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l'urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent'anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l'America in compagnia dell'inseparabile chitarra che l'ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l'ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. "Revival" è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.
                                                La recensione
"La curiosità è un istinto terribile ma umano. Molto umano." 
Stranamente, da quanto Stephen King – ormai in età pensionabile – ha iniziato a scrivere libri su libri, complici giornate che quando hai sessantasette anni immagino scorrano lentissime, ho deciso di prendermela con calma: Mr Mercedes letto appena a novembre, il desiderato sequel – Chi perde paga – atteso per quest'autunno e, tra un capitolo e l'altro della nuova trilogia gialla, piazzarci Revival. Con la folgore bluastra in copertina e un'edizione italiana uscita in un lampo. Ho atteso il cinquanta percento e i porci comodi di Libraccio per poterlo dire mio; senza fretta. Perché, come dicevo, adesso più che in passato, colui che mi ha iniziato alle gioie (e ai dolori) della lettura, è puntuale e onnipresente: so che, in caso di ritardi negli acquisti, in libreria potrò comunque trovare non uno, ma almeno due titoli inediti. Questa, infatti, la media annua di pubblicazioni di un re longevo e scaltro che, ormai, chi osa rovesciare dal suo trono di spade? E quel Revival per cui tanto c'era tempo – messo nel carrello, in attesa del click; messo sul comodino, in attesa di fare ciao con la mano alla mia estate – mi ha catturato, sin dall'inizio, con uno degli incipit destinati a rimanere nella storia di un anno di letture, e non solo, per bellezza e semplicità. In quanti abbiamo pensato alle persone della nostra vita come ai personaggi di un film? Ma in quanti abbiamo saputo dirlo così, con la voce che rischia di spezzarsi per la malinconia verso i bei tempi andati? C'è da vivere a lungo e intensamente. E ci sono vite lunghe e intense in un romanzo che parte da lontano, con i giochi di infanzia di Stagioni Diverse, i momenti in cui ci si smarrisce nella selva oscura degli stupefacenti come in Doctor Sleep, fino ad arrivare alle svolte fantastiche di Cose Preziose o La tempesta del secolo. Il titolo, Revival, fa dunque riferimento alle pratiche miracolose di un blasfemo Frankenstein che sfida i limiti invalicabili della morte, donando una seconda possibilità a chi era ferito nel corpo e nello spirito, e a quel che la ricomparsa di temi simili, nella bibliografia del mio autore preferito, rappresentano: un ritorno all'orrore che fu. Quando l'ora sta per giungere e, con la vecchiaia, la morte inizia a fare paura, la vita – o così si racconta spesso, almeno – ci scorre davanti, proprio come uno di quei film di cui vi parlavo poco fa. Revival, racconto della giovinezza spericolata di Jamie Morton e della conoscenza che lo segnò irreversibilmente, è quel flusso; è quel film mandato indietro velocemente ma non troppo, direi, viste le quasi cinquecento pagine totali. 
Titoli di testa, il primo piano di un bambino che schiera a terra i suoi amati soldatini, poi la fatidica ombra che si allunga sui suoi giochi innocenti e non lo abbandonerà mai più. Appartiene a Charles Jacobs, il giovane reverendo che – con la sua bellissima moglie che suona con grazia l'organo e un figlio piccino, tenerissimo, che diventa subito l'allegra mascotte dei bambini del paese – avvicina le famiglie, sprona gli impertinenti affinché obbediscano agli adulti, guarisce gli infermi con il potere dell'elettricità. Dio dava la vita con un soffio, Jacobs con una scintilla. Ma quando Dio o chi per Lui, in un violento incidente, lo priva della sua adorata famiglia, per il reverendo – scomunicato, dopo un infuocato sermone contro il Paradiso – inizia il cammino infernale oltre le colonne d'Ercole: l'imbonitore, il ciarlatano in tivù, lo scienziato pazzo. La morte è una porta e lui vuole aprirla un po', dare una sbirciata dall'altra parte. In quasi mezzo secolo, la storia di Jamie – da bambino dalla Fede compromessa da una parola di troppo a chitarrista tossicodipentente nel favoloso panorama rock 'n roll dei primi anni settanta – si incrocerà in modi imprevisti con quella dell'adulto che, un giorno d'estate, oscurò il sole con la sua lunga nera ombra. La sua nemesi, il suo agente del cambiamento – quello che, in un'esistenza in formato 16:9, gli farà conoscere gli amici giusti, i nemici sbagliati e davanti a un bivio, davanti a una scelta, scaverà a mani nude una terza via alternativa. Il loro rapporto di amore odio – simile a quello tra Faust e Mefistofele, tra Renfield e il Conte Dracula: come tirarsi indietro davanti alle richieste d'aiuto di un genio disperato, se è a quello stesso genio disperato che dobbiamo la nostra felicità? - è un'evoluzione continua, che mette sullo stesso piano antagonista e protagonista e, come in uno di quei lungometraggi pensati con cura o comunque in una di quelle vite al massimo, ha occhi di riguardo e parole belle per chi va, chi viene e chi, innamorato o con un piede nella fossa, finalmente si ferma. 
Ma, e lo saprete già se avete dato una sbirciata alla fine della recensione, Revival non mi ha convinto del tutto. E senza purtroppo di sorta, perché parlare di delusione – avando tra le mani un romanzo denso, ampio e tanto ben scritto – è esagerato. Quel “ma” resta lì, chi lo sposta?, e per me è colpa, principalmente, dell'ultima parte: quella spiccatamente orrorifica. Il reverendo Jacobs prima dà, poi riprende. Non mi ha convinto il fulcro del mistero, che ho trovato non avesse il giusto appeal, ma mi è piaciuto un mondo tutto il resto. Quello che viaggia dalle parti della vita vera, non l'omaggio in definitiva già letto all'immaginazione inquieta di un Lovercraft. Sarà che sono più per un horror che esplori questa realtà, non quella metafisica, e che una delle immagini che il finale mi ha lasciato – una landa desolata, omaggio per caso, mio Re, all'Aldilà di Fuci o a Inferno di Dario Argento? In caso, tanta tanta stima – era di impressionante nichilismo; la prospettiva più cupa e pessimista. Accanto al King vecchio stile che, con franchezza, non rimpiangevo, scene che andavano a nozze con gli occhi lucidi. Il ritorno a casa dopo trent'anni di assenza, i fratelli che non vedevi da decenni, i nipoti che non sapevi di avere, i familiari che – in molti casi la malattia, in un caso particolare il femminicidio – hanno lasciato un posto vuoto a tavola. E' questo il King sedentario e malinconico che mi strapazza un po'. Vive ogni giorno come fosse l'ultimo, scrive ogni libro come fosse l'ultimo. L'emozione ha trionfato sul terrore, questa volta, ma tanto un brivido vale l'altro. Revival: per i più, un grande ritorno alle radici del genere. Ma, vedete, c'è un errore sin dal principio. Una prospettiva diversa, alla base. Stephen King non è tornato, perché Stephen King - per me - non è mai andato via. 
"Casa è quel posto dove vorrebbero sempre che ti fermassi un po' di più."
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: AC/DC – Thunderstruck

lunedì 20 luglio 2015

Recensione a basso costo [libro e film]: Le domande di Brian - Starter for 10, di David Nicholls

Forse è meglio pensare alla conversazione come a qualcosa di simile all'attraversamento di una strada; prima di aprir bocca dovrei prendere qualche secondo per guardare in entrambe le direzioni, e soppesare attentamente quello che sto per dire. E se significa che dovrò passare qualche secondo in più fermo sul metaforico marciapiede della conversazione, guardando a destra e a sinistra, e sia, perché è chiaro che non posso continuare a lanciarmi alla cieca in mezzo al traffico. Non posso continuare a farmi investire in questo modo.

Titolo: Le domande di Brian
Autore: David Nicholls
Editore: Beat Edizioni
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 9,90
Sinossi: È il 1985 quando Brian Jackson approda all'università di Bristol. Buffo e imbranato come tutte le matricole, imberbe diciottenne innamorato di Kate Bush e della sua musica, Brian cela una grande dote: sa rispondere a tutte le domande dei quiz. Un formidabile asso nella manica che gli consente di sbaragliare tutti alle selezioni di Bristol per la formazione della squadra da spedire all'"University Challenge", il popolare quiz televisivo che vede i college inglesi in gara tra di loro. All"University Challenge" Brian si imbatte nel primo grande problema della sua vita: Alice Harbinson, bella, leggiadra, femminile, sensuale, con i genitori così upper class e così anticonvenzionali. In una parola: irraggiungibile! Per la splendida Alice, Brian perde la bussola, ignora gli amici, combina disastri e trascura Rebecca, la ragazza impegnata che sa apprezzare il suo fascino di giovane colto e sensibile e che considera Alice una gatta morta che disonora l'intera storia del femminismo.
                                       La recensione
David Nicholls, a occhio e croce, è uno dei miei autori preferiti. Ha scritto poco, ma mi ha sempre dato tanto. Possibile? Possibilissimo, se gli Emma e Dexter di Un giorno – arrivati anche al cinema – nessuno se li scorda più e se la sua ultima fatica, Noi, si era rivelata una perla on the road che di strada ne percorreva tanta, fino a collocarsi tra il dramma familiare e la leggerezza del viaggiare senza meta. Prima della maturità, romanzi più modesti: Il sostituto, simpatica commedia su un aspirante star del teatro destinata alle porte sbattute in faccia, e – procedendo al contrario – Le domande di Brian. L'esordio che ho recuperato solo adesso. L'ho acquistato su Libraccio per pochi euro, mesi fa, nell'edizione Sonzogno: una versione vintage – sfortunatamente diversa da quella tascabile, con l'adorabile copertina che si sposa con gli altri romanzi della lista – per una storia vintage. Gli anni '80 e gli abiti con le spalline, la politica della Lady di Ferro e la gioventù in rivolta, le canzoni che non ci hanno mai abbandonato e quei quiz a premi che da noi, scomparso Mike Bongiorno, non sono stati più gli stessi. Quella volta in cui avevo il treno da prendere, l'ho visto lì, sul tavolino, pronto per l'uso, e ho deciso di portarmelo appresso. L'aria condizionata a palla nel vagone (miracolo), la giornata soleggiata ma non troppo (miracolo) e la Sessione Estiva che – nel viaggio di ritorno – non c'era più a procurarmi pensieri angosciosi (miracolo; traguardo) sono stati la morte sua, come si dice. Le domande di Brian è il romanzo da ombrellone perfetto o, se sei un fuorisede che va di fretta, la consolazione pre/post esame. Ambientato nell'Inghilterra di provincia degli anni più rimpianti in assoluto da chi è nostalgico per natura, è un romanzo di formazione con tutti i sacri crismi: voce fresca, triangoli amorosi, scuola e famiglia, rocamboleschi incidenti di percorso. Ma lo young adult secondo il nostro David Nicholls è un esordio spassoso, ma non troppo controcorrente, e una lettura piacevole senz'altro, ma poco imprescendibile. In parole povere: se volete leggere tutto dell'autore, mettete questo in coda. Mi aspettavo qualcosa di più, e forse è colpa mia. Ma ci ha abituati a cose più tutto – profonde, realistiche, toccanti – e quella, invece, è colpa solo sua. Nicholls scrive romanzi bellissimi, dunque davanti a un romanzo non brutto, semplicemente meno bello, carino, si resta un po' così. Vi direi una bugia, però, se affermassi che, durante la lettura, la cosa mi è pesata: il romanzo – e non si poteva pretendere diversamente, con al timone un autore simile – è divertentissimo, brillante, senza intoppi. 
Si ride e tutto, ma non si pensa granché: sebbene ci siano, gli spunti di riflessione sono gli stessi già suggeriti altrove. Oltretutto, poco familiare l'ambientazione, per me che sono abituato agli anni '80 dei Duran Duran e non di Kate Bush – la conosco, ma volutamente in modo superficiale: ha acuti così striduli e sottili che solo i cani percepiscono, e quando li sentono abbaiano come matti -, alle contestazioni pratiche e non agli scontri dialettici tra moderni Tory e Whig, alle grasse battute di un Animal House e non a un umorismo inglese davanti al quale le traduzioni italiane nulla possono e si procede, così, per note e asterischi. Però il protagonista eponimo – uno tipetto brufoloso e sbadato, che ama termini pomposi come “eponimo” e i pomposi film d'avanguardia – è una sagoma. Troppo imbarazzante per essere vero, Brian ha abbandonato la mamma vedova e i suoi scatenati migliori amici per il grande salto: il mondo universitario. In cui sogna di filosofeggiare per notti intere nel letto di ragazze splendide, di dormire in pittoresche mansarde come gli Scapigliati, di guadagnare centrimetri in altezza e bellezza aggiuntiva, di avere come amante una donna agèe, come in Il laureato. Al massimo, però, può ambire a un materasso sul pavimento – che non fa un futon, per la cronaca -, a due curiosi coinquilini che distillano birra in casa e al brivido della diretta tivù, grazie a un famoso quiz. Tra una figuraccia colossale e un vano tentativo di liberarsi le guance dall'acne, incontra Alice e Rebecca: si innamora della prima, angelica e popolare, e si lascia odiare dalla seconda, dark e scortese. 
Finché, in quasi quattrocento pagine, i ruoli si invertono, ancora e ancora: schiacciando il tasto rosso, lo sciocco Brian – che dice sempre la cosa sbagliata, nel momento sbagliato, all'interlocutore sbagliato – giurerà amore all'una o all'altra; alla testa o al cuore? Più ardua la risposta, mi domando, o reperire la versione cinematografica di quello che, in lingua, si chiama Starter for 10? Uscito dieci anni fa, ambientato trent'anni fa e destinato a esigui passaggi su Sky, da noi, con il titolo Il quiz dell'amore. Sul triste battesimo, stenderei rotoloni Regina di veli pietosi. Destino infelice per una commedia che in Patria è stata un successone e che ha il merito non da poco di avere (a) lanciato grandi attori britannici, (b) eliminato dal romanzo la ricerca della risata forzata, (c) trasformato quello che a volte aveva le esagerazioni di uno chick lit al maschile in una pellicola che, se fosse stata girata negli anni novanta, avrebbe avuto diritto, probabilmente, al più galante degli Hugh Grant. Non ci si può di certo lamentare, però, per la presenza di un giovanissimo James McAvoy – che potrei odiare, da presidente onorario degli impresentabili e degli impacciati, perché impersona un Brian assai meno impresentabile e impacciato, ma che appare abbastanza adorabile lì dove il personaggio originale era una mezza macchietta -, conteso dalla bambola Alice Eve e dall'affascinante Rebecca Hall – e sì, sono tutti più belli che nel romanzo, è il cinema!, ma almeno il triangolo appare meno inverisimile: è un idiota, lui, ma è un idiota che sembra James McAvoy. Tutt'intorno, allegri comprimari in mezzo ai quali spicca un Dominic Cooper che si atteggia a Fonzie, un irritante Benedict Cumberbatch, un tamarro James Corden. E con la sua colonna sonora da manuale – ma davvero, chi se la sorbiva la Bush? Meglio lasciare il posto, allora, a Smiths, Cure e compagnia bella – ha più orecchio, misura e una giusta dose di cultura generale che non guasta. Nicholls alla sceneggiatura, Tom Vaughan alla regia e – limitato l'esagerato – si raggiunge un appagante compromesso che suona, in definitiva, come la risposta esatta. Non badate alla semplicità delle domande, né alla prevedibilità delle risposte: dall'esterno noi potremmo essere anche certi di chi si metterà con chi, ma Brian è tutto un dubbio, tutto un'ansia. Un po' come capita nel rapporto tra me e i miei genitori, per capirci, quando li chiamo alla fine degli esami: da casa, erano tutti certissimi della mia promozione, ma a me che stavo lì, in corridoio, e tentennavo, e sudavo, e mi agitavo, chi assicurava che tutto sarebbe andato per il verso giusto? 
A volte, sarebbe bello darsi per scontati. 
Ma è così difficile farla facile.
Il mio voto: ★★★     Il film: 7
Il mio consiglio musicale: The Cure – Boys Don't Cry 

sabato 18 luglio 2015

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful II, Vicious II, Dr. Horrible's Sing-Along Blog

Penny Dreadful
Stagione II
Se ne stava ai margini del bosco di una favola dei Grimm, che mi tentava con le sue delizie. Irresistibili, le sue caramelle ingannatrici. Come quella Londra vittoriana, in cui pioveva notte e giorno e, in mezzo alle nebbie sul Tamigi, si muovevano creature spaventose e magnifiche. Nel lungo romanzo gotico con il marchio Showtime, potevi vedere – dalle vetrine di un elegante caffè, in una biblioteca proibita ai profani – i personaggi di Stoker interagire con quelli di Shelley o Wilde. Tutti corollario, però, del fiore Vanessa Ives: bellissima dama a lutto, corteggiata dal Male e minacciata dai suoi emissari. In sincerità, non sapevo se fossi rimasto più affascinato dai giochi delle trame o dagli occhi di quella Eva Green come non l'avevamo mai vista. Inspiegabilmente ignorata alla stagione dei premi – come le colleghe  Maslany e Rossum – su questo blog aveva guadagnato scettro e corona. Aspettavo lei – e le sue metà oscure - per una seconda stagione: ha avuto due episodi aggiuntivi, il nuovo Penny Dreadful, ma mi è sembrato che avesse una durata ridotta; che lasciasse di meno. Leggo che, altrove, ha convinto gli scettici e non posso che esserne contento: merito loro il rinnovo. Da parte mia, questa volta, l'accoglienza intipiedita di turno. Mi ha appassionato meno che in precedenza. Ethan Chandler aveva rivelato nel season finale la sua natura di licantropo; Sir Marcolm trova l'amore di una donna di mezza età con un brutto segreto; Victor Frankenstein – mentre la sua Creatura viene assunta in un museo delle cere – dà nuova vita alla sfortunata Brona, e se ne innamora; Dorian Gray, da Parigi, ha portato con sé un amante en travesti che potrebbe scoprire l'enigma della sua eterna giovinezza; Vanessa è spinta sempre di più verso il baratro da congreghe di aristocratiche streghe che l'hanno promessa a Lucifero. Non si può certo dire che gli sceneggiatori, artefici di alcuni dei dialoghi più precisi a cui abbia prestato di recente ascolto, siano rimasti con le mani in mano. Quel che manca, e che invece è elemento fondamentale in serie come Sense8, è la coesione: il serial conserva la sua natura quasi antologica, dando in un episodio risalto a una vicenda, in un altro episodio risalto ad un'altra. Una scelta accurata (e comunque poco saggia) o un montaggio che non ha la giusta fluidità? Penny Dreadful è una giostra che tocca il cielo quando c'è la Green in scena e la terra quando, escludendola del tutto da una puntata, ci si concentra sui comprimari. E si rischia, così, che la curiosità si eclissi. Colpa, in particolare, di un Josh Hartnett legnoso e di Reeve Carney, un Dorian imberbe che mi aveva reso dubbioso già in passato e che adesso, complice una scrittura che ha cura soltanto del poco che fa a letto, sembra ancora più acerbo. Una parola in più andrà spesa per una superba Billie Piper che, sboccata e coraggiosa, si ribella alle pretese del suo creatore. Tra le cose belle, e non si fa fatica a ricordarle, una pioggia di sangue durante una cena di gala, il valzer di Dorian e Lily crivellati dai proiettile, il bacio delicato dato al più assenanto dei mostri e la visione di una Green splendida, sorridente, di bianco vestita. (7)

Vicious 
Stagione II
Ho dovuto aspettare poco per trovarli dove li avevo lasciati. Sul divano, tra la porta d'ingresso, la cucina in cui sonnecchia il loro cane invisibile, le scale. Sono stato fortunato: in realtà, coloro che hanno scoperto questo Vicious nel 2013 hanno dovuto aspettare due anni, per ridere di altri sei episodi. Non sapevo fosse nemmeno ripartito, finché non mi sono trovato i faccioni di Stuart e Freddie – con uno sfondo blu alle spalle – su uno dei soliti siti di streaming: agli inizi di giugno, la strana coppia che – sul finire dell'anno vecchio – mi aveva regalato le risate più intelligenti e cattive, era tornata a far danni. Confermato il cast e quello scenario da sitcom tradizionale – che ha bisogno di un salotto e di grandi attori per funzionare: poco? - che questa volta si amplia un po', seguendo gli arzilli protagonisti all'esterno. Stuart e Freddie – gli scortesi innamorati che avevano fatto outing intorno ai settanta, gioia e tormento dei loro amici intimi – si iscrivono in palestra, vanno a scuola di ballo e, per un paio di episodi, prendono strade separate. Scoprono il fuori e la crisi del cinquantesimo anno. Ad aprire loro nuovi orizzonti e, come sempre, ad unirli, il fandom più caloroso che pensano di avere – dico pensano perché non hanno visto noi quando bene vogliamo a entrambi: il fratello Mason, la smemorata Penelope e, soprattutto, i personaggi interpretati da colei che fu la ragazza di Hagrid – un'irresistibile Frances de la Tour – e dal premuroso Iwan Rheon, che so essere cattivissimo (e bravissimo) in Games of Thrones. Mattatori, quel Derek Jacobi dalla carriera iniziata quando nessuno di noi, o dei nostri genitori, era al mondo e soprattutto Ian McEllen, che in comune con Rheon e la giunonica Frances ha tempi comici prodigiosi e la partecipazione memorabile a serie fantastiche. Qui sarà un altro anello la causa di un altro viaggio – nel passato della coppia, verso alternative che non soddisfano perché il cuore, e le battutacce sferzanti, hanno una casa sola. Le risate e gli sketch funzionali non si contano, in una produzione brevissima che ha tre cose che mi piacciono tanto: accento inglese, anziani più vitali di me, umorismo fulminante. Il difetto, lo stesso dell'anno scorso – o di due anni fa, okay. I soli centoventi minuti complessivi: ci vuole tanto per averli qualche giorno in più come ospiti? Così è iniziato e così è finito: un giorno mi trovo davanti il primo episodio, infatti, e un giorno l'ultimo. Ma perdoniamo volentieri la fretta, grazie ai nuovi inizi celebrati nell'ultimo episodio e alla scena conclusiva, che è tenera come non ci saremmo mai e poi mai aspettati da queste due carogne. (7,5)

Dr. Horrible's Sing-Along Blog
(mini)webserie
Come si passa da amorevole vicino di casa a genio del male? Come si diventa un supercattivo dei fumetti? Lunga la strada da fare. Ma qui, in quel Dr. Horrible's Sing-Along Blog che mio fratello mi propina da anni, le tappe salienti ci vengono riassunte in tre atti, per un totale di quaranta minuti. Mio secondo approccio, questo, dopo What Lives Inside, col mondo delle webseries. Continuerò forse a non capire il senso di questi esperimenti – perché prendere bravi attori, e in questo caso un autore culto, e realizzare prodotti così brevi? - ma questa volta è andata meglio. E, nonostante l'ottimo Daredevil targato Netflix, il cinecomic continuerò a non tollerarlo, ma Dr. Horrible – tascabile, visto dalla prospettiva dell'antagonista, intonato – è un ragionevole compromesso: si parla – e si canta – delle disavventure di un aspirante villain, innamorato della ragazza sbagliata e infastidito da un supereroe vanesio e fanfarone che vorrebbe salvare tutto e tutti, e soprattutto essere sommerso di attenzioni. Inevitabilmente, anche di quelle della Mary Jane di turno, conosciuta dal protagonista in lavanderia – come in una perfetta commedia indie – e vittima del fascino portentoso di Captain Hammer. Dottor Horrible – Billy, per gli amici – riuscirà mai a entrare nella squadra dei cattivi e a conquistare Penny? Come in Galavant, si prende un genere tutto azione e lo si personalizza a suon di canzoni e, orecchiabili e tutto, gli inserti da musical, qui, sono anche bellissimi. Non a caso questi quaranta minuti, per gli appassionati, sono un tormentone e si sono guadagnati, al tempo, un Emmy. Ma sarebbe meglio dire che Galavant è come Dr. Horrible's, uscito nel 2008, fortunatissimo e scritto e diretto da uno che non ha bisogno di pubblicità: Joss Whedon, geniale soprattutto – e non me ne volete – quando è lontano dagli Avangers. Simpatia, originalità e attori presi dal piccolo schermo,  così noti che verrebbe da chiedersi come mai le confessioni di questa pecora nera non siano state sviluppate in altro modo, magari a mo' di telefilm vero e proprio. Il protagonista, infatti, è un Neil Patrick Harris che già ci ha stupito altrove con la sua duttilità; il Nathan Fillion di Castle, piacione e intonato; la carinissima Felicia Day, che ricordo per un ruolo secondario in Supernatural. Come aiutante, inoltre, il genio del male ha Simon Helberg, che in The Big Bang Theory è quel tipo sospetto dai maglioncini a collo alto e dalle camicie a rombi: non mi piace il cinecomic, non mi piace Big Bang, quindi non mi prendo la briga di cercare il nome. Ma mi è piaciuto Dr. Horrible's Sing-Along Blog, che è una discreta figata, anche se il suo formato ridotto mi confonderà a vita. (7,5)