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giovedì 27 febbraio 2014

Recensione: Utopia. Multiversum, di Leonardo Patrignani

Ciao a tutti, amici? Allora, come state? Finalmente, sono libero: ieri, ufficialmente, si è conclusa la sessione invernale e, per fortuna, nel migliore dei modi possibili. La libertà, però, sarà breve: il cinque si ricomincia con le lezioni. Intanto, leggo. Intanto, scrivo qualche post. Oggi, sono qui a parlarvi dell'ultimo romanzo di una trilogia che ho amato molto: una saga italianissima, firmata dal nostro Leonardo Patrignani. Dopo le sorprese di Multiversum e Memoria, questo Utopia non mi ha entusiasmato quanto pensassi. Ricordate, il mese scorso, la recensione su Requiem, di Lauren Oliver? Nelle linee generali, mi trovo in una situazione altrettanto difficile, altrettanto simile. Ovviamente, in questa occasione, giudicherò questo specifico volume, non l'intero percorso, che è a dir poco notevole. Vi invito a leggere la mia recensione, per capire cosa cerco di dirvi. Oltre a cenni vaghissimi sui precedenti, non sono presenti spoiler. Ringraziando Leonardo e l'ufficio stampa Mondadori, vi saluto tutti e vi auguro buona lettura. Un abbraccio, M.
C'è qualcosa, in me, che forse c'era anche all'inizio dei tempi e ci sarà alla fine. E' una luce che splende dentro di me. Forse è una luce che splende dentro ognuno di noi, ma non tutti sono in grado di vederla.

Titolo: Utopia – Multiversum
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 390
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 25 Febbraio 2014
Sinossi: Quella in cui Alex, Jenny e Marco vivono da diciotto anni è una realtà confortevole, una nuova vita lontana dal drammatico ricordo del 2014, sepolto nelle loro anime. Ma il rifugio sicuro in cui sono cresciuti è solo una delle infinite facce del dado, una delle molteplici realtà del Multiverso. Altrove, i loro corpi sono invecchiati e il mondo si trova sotto la nefasta guida di qualcuno che teme il loro potere. Hanno attraversato le dimensioni parallele, hanno varcato i confini del tempo scavando nel passato. Il senso del loro viaggio sta per svelarsi. La loro memoria è l'ultima speranza rimasta.
                                                  La recensione
Sono seduto a una scrivania che un tempo è appartenuta a qualcun altro, ma davanti al portatile che è sempre stato mio. Ero al computer anche allora, ero seduto anche allora: in questa recensione parlerò di ciò che è rimasto uguale e di ciò che è cambiato. E' giusto così. Era il 2012 e non era ancora primavera. Il mio blog aveva un mese di vita appena e lettori che, quasi, si potevano contare sulle dita della mano. Ero sbucato dal nulla, insieme al nuovo anno, con un angolino virtuale in cui non credevo, fino in fondo, neppure io. Avevo fatto amicizia, quindi, con tutti i nuovi arrivati, un po' come si fa all'università. L'ambiente sembra inizialmente ostile, estraneo, ma poi ti guardi intorno e riconosci nelle parole di un altro, nello sguardo di un altro, le tue stesse paure, le tue stesse incertezze, i tuoi stessi complessi d'inferiorità. Dubbi, dubbi ovunque: quelli che ci accomunano e non ci rendono mai soli per davvero, quelli che ci fanno stringere belle alleanze, quando abbiamo bisogno, be', di dubitare tutti insieme - con compagni d'avventura salpati per un viaggio talora salvifico, talora incerto. Con compagni di dubbi. Tra questi aspiranti avventurieri, tra questi naufraghi persi con la testa tra i libri e i pensieri nella rete, autori esordienti, qualche volta. Autori pubblicati, autori in attesa di pubblicazione, autori spaventati dalla parola autore: poca spavalderia, grande fragilità. 
E' stato allora che ho conosciuto Leonardo Patrignani e ho scoperto il Multiverso: mia la fortuna di pubblicare la prima intervista, mio il tempismo perfetto di pubblicare per primo – e per ben due anni di seguito – le recensioni dei suoi romanzi. Capirete che, sentimentalmente, sono molto legato a questa trilogia. Ci ho tenuto e ci tengo ancora. Non posso parlarne senza pensare a quel Michele che, in una dimensione parallela, ha ancora diciassette anni o a quel Leonardo che, prima che il dado mostrasse una nuova faccia, non confidava troppo nella meritata fortuna che, di lì a poco, avrebbe avuto. Non posso scriverne senza pensare all'oggi. Io ho finito il liceo (anche se sembrava infinito), ho già due esami nel mio curriculum universitario (anche se non ci speravo), sono andato leggermente lontano da casa (anche se pensavo di non avere abbastanza coraggio). Leonardo Patrignani, nel frattempo, si è sposato, è diventato due volte papà, ha completato la sua trilogia e ha venduto i diritti di Multiversum in non so quanti paesi: parecchi, quello è certo. Sono certo anche di un'altra cosa: avete imbrogliato, ammettetelo. Lo so, perché lo faccio sempre anch'io: un'occhiata alle stelline assegnate alla fine, poi un'occhiata al resto. L'ultima cosa che un recensore appunta, ma la prima a cui l'occhio corre: è naturale, è una cosa da lettori. Proprio come non prendere mai il primo romanzo della pila, in libreria; proprio come controllare, prima di iniziare a leggerlo, la lunghezza dei capitoli, la grandezza del font, il numero complessivo di pagine. Tre stelle: voto sicuro; voto che amo e non amo. Ce ne sono di due tipi, per l'esattezza: le tre stelle di quei libri che sono così, carini e basta, e quelle che trasmettono una certa amarezza, indicando il mancato raggiungimento – alla fine – di un obiettivo che davamo come certo, assodato. La valutazione di Utopia, nel bene e nel male, lo rende parte della seconda categoria di romanzi. Nel bene, perché non è uno di quei romanzi piccini, che definisci carini in mancanza di altre parole. Nel male, perché mentre Multiversum e Memoria hanno saputo entusiasmarmi, quest'ultimo l'ha fatto di meno. Forse la verità è questa: quando una storia ti piace, quando una storia la aspetti, nella tua testa la immagini come puoi e vuoi, in attesa di scorgerla sullo scaffale di una libreria o nella buca della posta. La scrittura di Patrignani è cinematografica. Crea immagini, e le immagini parlano. C'è ritmo, concitazione, e i capitoli sono sequenze e sottosequenze. Il passato e i ricordi sono come vivide visioni. Mi è mancato, perciò, qualche sano momento di stasi narrativa. Una pausa per pensare. Una bolla – nel tempo – in cui rifugiarsi per raccontarsi un po'. Stilisticamente c'è stato un assestamento: ho letto più convinzione, più fiducia; passaggi che univano l'acerba freschezza del primo romanzo ai toni più ispirati e poetici del secondo. I ritmi sono vertiginosi, da action movie: una sosta nell'intimità dei protagonisti non è quasi mai concessa. Gli intrecci di voci rompono le dighe, il liquido della vita straripa e annienta gli argini, lo tsunami non puoi contenerlo in un bicchiere di vetro. Ripensi a com'era all'inizio e a com'è ora. Tutto è cambiato, tutto è cresciuto, invecchiato; tutto si è complicato. Questo, nello specifico, valeva principalemente per il bel Memoria: cervellotico, machiavellico, ispirato da scienza e immaginazione a momenti alterni. La storia appartiene talmente tanto a Leonardo che in essa converge tutto ciò che gli piace, tutto ciò che conosce, tutti ciò che lo affascina. E' diventata altro da quel che era, perciò. Muore e rinasce. Vive mille storie, mille imprese, mille vite. Mancano tutti i modi in cui ama o ha amato, secondo me: l'amore di un padre, di un figlio, di un compagno di vita o di un migliore amico li ho percepiti assai debolmente. Eppure Multiversum aveva proposto, inizialmente, una storia d'amore tra l'talia e l'Australia. Si basava su un appuntamento e su una ragazza che non c'era. Non per il ritardo di treni, tram, taxi: la vita era arrivata tardi, la morte presto. Troppo. Jenny era al di là dello specchio. Viva, ma in un altro altrove, in un altro mondo. Lei e Alex erano i protagonisti, erano giovanissimi, si volevano bene come si vuole bene chi pensa di avere tutto il tempo del mondo. Tra Milano, Melbourne e Barcellona, il romanzo di Patrignani era un'autentica novità... già un passo nel futuro. Era il 2012, eppure parlava del 2014: sopravvissuti all'apocalisse Maya, i lettori erano stati spettatori di una nuova catastrofe scoppiata nel cielo, sul Duomo, la Sagrada Familia, Altona Beach. Jenny ed Alex erano diventati i novelli Adamo ed Eva di un nuovo, distopico Eden, ma anche personaggi secondari. Marco, invece, si era scoperto, da semplice comparsa, protagonista assoluto. E in una dimensione parallela potremmo esserlo anche noi; passare da nerd a re del ballo, o – meglio – da nerd ad aspiranti salvatori del mondo. 
Salvati dal mare, salvati da Marco, Alex, Jenny e mucchi di cose preziose. Cose antiche. Il mare ha custodito persone, oggetti, manufatti. Non la musica. A Gea è toccato in sorte un futuro senza musica e un avvenire senza speranza, in cui il Benessere è una gabbia, la scienza è un'arma, i media un'arma di distrazione di massa. Utopia parte da lontanissimo. Tutti hanno fili grigi tra i capelli, rughe sul volto, piaghe nell'anima. Vessati dai segni del tempo, loro che l'hanno esplorato, esaminato, temuto. Loro che l'hanno perfino venduto. Camminano lungo un labirinto di infinite direzioni, che fa tappa per le distopie “minimal” di Lois Lowry, i faticosi viaggi e le omeriche peregrinazioni di una parabola sacra, lo spionaggio. Contenitori di storie, esperienze e ricordi da strappare via come organi vitali, i personaggi esplorano anni che non puoi contare e che non potrai vivere, nemmeno se l'immortalità ti avesse benedetto. All'inizio li conti sulle dita. Un anno, due anni, tre anni... poi nemmeno due mani bastano più. Le linea del tempo, come un tatuaggio nella memoria, continua a snodarsi nella tua testa. Quella raccontata nella trilogia è una storia lunghissima, sterminata, apparentemente senza controllo. Una storia che, quando si scopre più concreta, quando abbandona “l'iperuranio” per la terra e l'astratto per il concreto, si fa anche più imperfetta. L'ho trovata composta da due parti nette, questa volta. La prima è permeata da una lieve confusione che avvince, intriga, ipnotizza. 
Ha, infatti, quel qualcosa di misterioso che ti spinge a farti tante domande, a chiederne ancora e ancora. L'ho preferita di gran lunga, anche se, pure io che con la fantascienza non ho molta familiarità, qualche forzatura di troppo e qualche falla l'ho individuata. Nella seconda parte, invece, le nebbie iniziano a diradarsi, il quadro ad apparire chiaro. E' stato allora, quando la verità era lì, a un passo da me, che ho capito cosa voleva dire Lessing. L'attesa è piacere. Quel velo sottile e invalicabile è affascinante. Quel fumo magico, soffiato generosamente negli occhi, ti brucia e ti seduce. Oltre il fumo, non ho trovato quello che aspettavo. Ci avevo pensato per un anno esatto, e scoprire che la soluzione era molto più ovvia, semplice, immanente di quanto pensassi è stato un grande e sonoro “ma”, dopo due libri che avevo consigliato e lodato senza riserva. Mi aspettavo il meglio. Qualcosa che fosse il meglio per il sottoscritto, almeno, che scrive dall'alto – o dal basso - del suo personale punto di vista. Una conclusione da fuochi d'artificio in cui, lontano da dimensioni deformate, reiterate, dispersive come in una sala degli specchi, tutto il molteplice avrebbe trovato l'unità sperata. Come in Cloud Atlas, ad esempio. Tante vite, tanti episodi, destinati a incrociarsi in un finale emozionante, forte, indimenticabile. Il capitolo conclusivo debole non lo è stato, effettivamente, ma non ho apprezzato molto il modo in cui ci sono giunto. Alcune dimensioni non ne sfiorano altre, alcune vicende si accontentano di rimanere a sé stanti. Ci sono piani e livelli che non si toccano. Né delicatamente, con una carezza contro lo spazio e il tempo, né con l'improvvisa irruenza di un terremoto che li porta alla definitiva collisione. 
di Roberto Oleotto
Ho capito poco del Multiversum, meno ancora dei suoi personaggi. Tratti essenziali, una linfa vitale poco potente. Dovrebbero essere tra le persone più interessanti del cosmo, dopo tutto ciò che hanno vissuto sulla loro pelle, ma invece sono statici. Hanno un cervello che lavora come una macchina perfetta, ma il loro cuore è sordomuto. Non mi sono legato a loro e, anche nelle situazioni più toccanti, non li ho sentiti vicini. Distanti tra loro, lontani da me. Utopia, nell'ultima parte, diventa un film d'azione e loro diventano i personaggi di un film d'azione, debitamente messi in ombra quando a essere richiesti sono la forza fisica, il coraggio, la tenacia. Intervengono, allora, nuovi comprimari, dei quali ho trovato poco astuta, personalmente, la scelta dei nomi e, in alcuni casi, il loro stesso inserimento. Sono intagliati con poca cura, fungono talvolta da evidenti espedienti narrativi, fanno sì – involontariamente - che l'attenzione sui vecchi Jenny e Alex vada scemando ulteriormente. I più deludenti, forse, sono gli antagonisti. Mi hanno ricordato i villains di 007 – stesse smanie, stessi moventi, stessi momenti. Tutti neri, tutti cattivi, tutti senza sfumature, in una dimensione distopica che nemmeno l'essere ormai adulto di Patrignani riesce a colorare con riferimenti all'attualità o con tonalità non contemplate già negli altri libri di un genere – il distopico – che ormai, per me, è a digiuno di novità. Anche Marco, insieme al suo nome originario, ha perso una certa dose di carisma e genuinità, ma ad avere la peggio è la coppia già citata. Dopo tre libri, dovresti sapere come sono fatti, perché si amano, quanto si amano, cosa pensano l'uno dell'altra, con quali gesti dimostrano il loro sentirsi anime gemelle. A dirci che tra di loro c'è una storia d'amore è la diretta voce dell'autore, ma di quel mancato appuntamento sul molo – due libri fa – resta solo il romantico ricordo. 
Che il romanticismo non fosse tra gli obiettivi di Patrignani l'ho capito dall'inizio, ma una storia tra essere umani e una storia pubblicata dalla collana Chrysalide – che, oltretutto, ha un target spiccatamente adolescenziale – dovrebbe avere una giusta componente sentimentale. Se non altro, per far scattare il brivido davanti a quell'ultima paginache segna la fine di un percorso bello, ma non esente da alcune (im)previste instabilità. Mi piace pensare di aver fatto un po' da baby sitter – passatemi la metafora – a questa serie e Utopia è sinceramente il più debole tra i figli d'inchiostro dell'autore. Quello che avrebbe avuto, forse, bisogno di più tempo, cura, attenzioni. Io non amo gli addii. Non amo quasi mai come mi dicono addio, e non l'ho fatto nemmeno questa volta. Perchè ogni ritorno a casa vuol dire sempre lasciarsi persone care alle spalle e perché – a volte – manca quella carica emotiva che renda l'addio dei più indimenticabili e sentiti. Quella di Patrignani era una storia potenzialmente infinita, grazie a una teoria che – tra scienza, superstizione e fede – affascinava e scavalcava muri di limiti e mari di allettanti supposizioni. Ma doveva avere una fine, sì, e, francamente, ho percepito una certa fretta. Come se il treno volesse raggiungere la sua meta nel minor tempo possibile. Senza curarsi della gente rimasta indietro, col biglietto già obliterato in mano, o dei ritardatari che, invano, tentavano di richiamare l'attenzione del capotreno, dall'esterno, e di fermare ciò che era ormai in movimento continuo. Leonardo ha regalato tante vite ai suoi personaggi, non il tempo. La storia è guidata dai fatti, non dalle persone che la popolano. E' solo il Multiverso ad avere vita propria. Una saga composta da tre libri, questa, in cui è possibile individuare, per ampi tratti, una bellissima crescita di fondo. Nonostante tutto, messi puntigliosamente in evidenza i problemi ora grandi e ora piccoli dell'ultima tappa, non posso fare a meno di consigliarne la lettura. Sia per quello che ha significato per me, sia per l'audacia e l'assoluta originalità delle tematiche trattate. Era materiale completamente nuovo, ma anche potenzialmente esplosivo. L'ultima tappa del viaggio non mi ha pienamente soddisfatto, ma non significa che non ne sia valsa pienamente la pena. Un libro è fatto di scelte e, questa volta, si ci affida maggiormente alla memoria del cervello che a quella del cuore. La più duratura, tra le due solo, solo il tempo saprà decretarla.
L'errore comune a tante saghe è uno solo: sapere come hanno inizio, non sapere come finiscono. Leonardo Patrignani, invece, è lucido, metodico; segue il flusso e lo doma. Avrei preferito, tuttavia, se qualche volta si fosse perso anche lui. L'avrei apprezzato anche di più se, davanti a un tentennamento, si fosse affidato alle sue creature e pensato: “Vediamo che mi dicono; vediamo dove mi portano. Ascoltiamo e basta.” Perso lungo un crocevia di tempi, ere, esistenze, in un infinito viaggiare che più si scopre spericolato, più si rivela improvvisato, più si manifesta meraviglioso.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Within Temptation – Utopia 

sabato 22 febbraio 2014

Mr Ciak #29: Saving Mr Banks, 12 Anni Schiavo

Buongiorno a tutti, amici! Rieccoci con un nuovo appuntamento di Mr Ciak, ancora una volta “da Oscar”. Vi parlo, infatti, dell'atteso 12 anni schiavo che penso vincerà il premio come Miglior Film, e anche meritatamente – e Saving Mr Banks, in lizza soltanto per la Miglior Colonna Sonora. Due film certamente da vedere, ma dei quali – per semplicissime motivazioni personali – ho premiato Saving Mr Banks con un mezzo voto in più: perché già l'ho visto due volte e perché, dopo atrocità come Beverly Hills Chihuahua e sequel, la Disney torna a produrre, FINALMENTE, un film che resterà impresso. Nell'altro caso, la regia di McQueen è al limite della perfezione e Fassbender – diretto competitor di Jared Leto – è magistrale. La storia è importante, le musiche sono importanti e i premi che, mi auguro, vincerà saranno meritatissimi. Ma, avendolo visto ormai un mese fa, in lingua, posso dirvi che l'impressione che sia un film “confezionato” per gli Oscar non mi ha abbandonato: non so. Io continuo a tifare per Her che, con la sua stranezza e il suo essere tanto malinconico, è unico nel suo genere. Buon weekend a tutti e buona Filologia a me! Un abbraccio, M.

Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Quando vi sentite aridi e svuotati, spenti e morti dentro, e l'unica cosa che chiedete a voi stessi è un'emozione? Una lacrima o una risata, un batticuore... perfino una sanissima, comune tristezza. Tutto pur di tornare a sentire la vostra vita che respira. Saving Mr Banks, per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentire. Uno sfondo bianco, con un uomo e una donna che camminano vicini. Lui tenta di essere persuasivo, lei – con le braccia conserte – è riottosa. Ai loro piedi, le loro ombre. Magiche e perfettamente autonome, come in un cartone per i più piccoli. Le orecchie immense del simpatico Topolino, l'ombrello e la famosa borsa della Mary Poppins di Julie Andrews. Due simboli, due miti, un'infinità di sogni generosamente regalati. Simboli del film per l'infanzia per antonomasia, invenzioni di un signore tutto sorridente, con i baffi impomatati e una casa piena di giocattoli e personaggi fantastici. Questo film racconta i retroscena di uno dei film più amati di sempre, il backstage segreto di un successo impensato, il lungo e assiduo corteggiamento tra Walt Disney e P.L Travers: l'unica donna che, nella lunga e magnifica vita di quel genio, fu così combattiva, avventata e decisa a dargli un sonoro due di picche. A dirgli di no. Ma non si parla di amore, se non in senso lato. L'autrice Pamela Travers era innamorata follemente ed esclusivamente dei suoi adorati personaggi e Saving Mr Banks, raccontando la divertente ed emozionante odissea del buon Walt per portare sullo schermo le avventure della tata più famosa di sempre, fa tappa nel cuore apparentemente di ghiaccio dell'algida scrittrice londinese e nei suoi lontani e sofferti ricordi d'infanzia. Ogni figlio somiglia alla sua mamma e, guardando Mary Poppins e fischiettando familiarmente le sue intramontabili perle di saggezza a mo' di canzone, immagineremo la sua creatrice come una donnina garbata e a modo, vivace e affettuosa. Pamela, dall'inizio alla fine, passando per qualche inevitabile e ben accetto momento di redenzione, è gelida e chiusa come l'Inghilterra da cui proviene: piena di autocontrollo, riservata, rispettosa e desiderosa di rispetto, pungente e con un senso dell'umorismo che sa graffiare. Odia le pubbliche manifestazioni d'affetto, odia la gente che la chiama col suo nome di battesimo, odia il pianto stridulo dei bambini, odia il caldo, odia i cartoni animati. E' uno Scrooge con la gonna antracite, con la fronte perennemente corrugata e un libro, nella biografia, che per lei significava tutto; un'eredità, la redenzione, il perdono. In banca rotta, dopo fastidiosi ripensamenti, decide di volare verso il Nuovo Continente per cedere, finalmente, i diritti del suo prezioso Mary Poppins e, ovviamente, per contrattare. Non ci saranno canzonette, non ci saranno momenti stucchevoli, non ci saranno messaggi ingannevoli: tutto dovrà essere così poco... Disney! Ma quando incontra il creatore di quella fabbrica di sogni, favole e speranze – così affabile, così simpatico, così sconvenientemente gentile, così americano – Pamela comprende. L'importanza della condivisione, la necessità di perdonare sé stessi, l'immortalità che un autore può garantire a un personaggio. Capisce che è possibile salvare il Signor Banks: un padre di famiglia che, tra difficoltà e crisi, aveva incontrato la magia e sposato la pace. John Lee Hancock, autore del riuscito The Bling Ring, con la delicatezza che già conosciamo e la sensibilità che già in passato ha permesso felicissime unioni tra il biopic e il dramma, confeziona un film commovente e completo, esilarante e struggente, attento alle esigenze della ricostruzione storica e a quelle, forse più importanti, del cuore. Grazie a un lavoro di montaggio impeccabile, collega passato e presente con una fluidità che fa impressione e su un Red Carpet che ricorda vagamente quello dell'incipit di Cantando sotto la pioggia fa sì che la Andrews di allora e la Thompson di adesso posino per gli stessi fotografi e calpestino lo stesso tappeto rosso. Emma Thopson, che è troppo perfetta per essere vera: così british, così espressiva, così dinamica, così eclettica. Insieme a lei, nei panni del Signor Disney, un Tom Hanks apparentemente nato per quel ruolo: familiare, caloroso, brillante, intenso. Una nota positiva per un Paul Giamatti particolarmente ispirato, per un Jason Schwatzman stranamente canterino, per un Colin Farrell che – nei panni di un papà fragile e imperfetto – emoziona, con la storia dei bambini che amò e della moglie che non seppe proteggere dal dolore. Parlando della realizzazione di uno dei film Disney più belli, Saving Mr Banks finisce per creare una storia tanto bella, tanto magica, tanto intramontabile quanto lo era quella raccontata dalla Travers. Una commedia anni '50, piacere per l'anima più dei grandi che dei piccini, dai colori pastello e dai toni nostalgici, che anche nello svelare i retroscena della leggenda sa mantenere vivissima e incontaminata la magia. Perché la Disney, oltre a produrre cartoni indimenticabili, ha prodotto anche film indimenticabili. Saving Mr Banks, che ha il regale accento inglese di Pomi d'ottone e manici di scopa, le ispirazioni segrete di Mary Poppins, una bambina triste con il cavallo bianco di Pippi calzelunghe e il cagnolino di Il mago di Oz, potrebbe perfettamente diventare, tra qualche anno, uno di quelli. Lo meriterebbe pienamente. La verità è che non mi emozionavo così da tanto, forse troppo. E che Saving Mr Banks, tra i sorrisi, mi ha profondamente commosso.

L'America si guarda alle spalle, nelle profondità di un passato d'inciviltà e barbarie, e parla di schiavitù. Un grande peccato, una grande vergogna. Lo fa in TV, in un'inedita stagione di American Horror Story in cui stregoneria, razzismo e movimenti civili si mescolano con solita ironia e immancabile violenza. Lo fa al cinema: con Django - “la D è muta” - e il suo nostalgico ritorno al western; con The Butler e la storia di una generazione di camerieri afroamericani vissuti alla Casa Bianca prima dell'avvento Obama. Soprattutto, lo fa con questo 12 Anni schiavo: il film che nessuno aveva visto ancora, ma che tutti acclamavano già. Il film degli Academy Awards 2014. Il tema era importante, il regista era importante e importanti erano le candidature ricevute: l'ultimo film dell'osannato regista di Shame, infatti, figura praticamente in ogni categoria. E' un filmone, ecco perché. Un'odissea tra campi di grano e piantagioni di cotone lunga tredici anni, capace di raggelare e di riempire di meraviglia, di far arrabbiare e di dar, finalmente, un po' di pace. Bisogna essere ciechi per non coglierne la bellezza. Una bellezza che sta in una storia vera, ma che ricorda le migliori pagine del capolavoro di Dumas e qualcosina del nostro caro Collodi, semplice e piena di cose, in cui una sorta di sfortunato Sweeney Todd, imbrogliato dai novelli Il gatto e La volpe di Pinocchio, viene privato dei sacrifici di una vita, della sua amata famiglia, della sua dignità di essere umano, della sua libertà. Le atmosfere, tuttavia, non sono ansiogene o soffocanti. La macchina da presa sfida le fronde secche dei campi e la schiuma delle onde e, grazie a una fotografia magnifica, incanta con colori da dipinto e con piani sequenza che, a volte, scioccano, altre ti lasciano ipnotizzato per via delle vedute sincere e immediate di quell'angolo assolato d'America. Le frustate, allora, si confondono con i tramonti scorti tra gli alberi; le torture e l'orrore con i suggestivi canti popolari intonati da lavoratori sporchi, sudati, maltrattati, ma sempre con il sorriso. Anche tra le lacrime. Come nei suoi film precedenti, McQueen tempra la grande violenza di fondo con un'immensa raffinatezza registica e la brutalità, per quanto esplicita, non è mai morbosa o gratuita. Vediamo i segni sulla pelle degli schiavi, il loro volto contratto, mai – o quasi – i colpi assestati dai loro carcerieri. Chiwetel Ejiofor, il protagonista, è perfetto; Lupita Nyong'o è una meravigliosa, straziante e convincente controparte femminile. Detestabile, viscido, avido, ma strepitoso il sempre ottimo Michael Fassbender: tifavo per Jared Leto, ma la lotta è dura. Fassbender è pauroso. Il suo personaggio è uno di quei cattivi iconici e spaventosamente umani, tra Bill “Il macellaio” di Gangs of New York e il Waltz di Bastardi senza gloria. Gentile Benedict Cumberbatch; malefica, algida e magistrale Sarah Paulson; superfluo Brad Pitt. Piccolissimo il ruolo del bello di Hollywood, ma forzato: un deus ex machina pieno di parole di bontà – in perfetta simmetria con il suo look hippy, alla Gesù – e pieno di intenzioni lodevoli. E' la speranza per lo sfortunato Solomon, ma io ho visto sempre e solo Brad Pitt, non il suo personaggio: galeotto, forse, anche il suo noto impegno a livello umanitario accanto alla bellissima consorte. Mi è sembrato impegnato a recitare la parte di sé stesso, quasi.
Sotto una buona stella (3/5): Una commedia a tratti esilarante, in cui si ride, ma con una certa intelligenza. Verdone sa scrivere, sa dirigere, sa recitare e questo suo ultimo film ha il sapore di una sit-com “a gestione familiare”. La trama è semplice, attualissimi sono i temi trattati: crisi, licenziamenti, giovani in fuga. Eccessiva la giovane Tea Falco, penalizzata da un personaggio gestito piuttosto male, soprattutto nella seconda parte del film: la più statica. Meglio il ventiquattrenne Lorenzo Richelmy: pienamente convincente, naturale, con un che di Emile Hirsch – nel viso – che sarà il suo successo. Figli di Verdone per copione sono il simbolo di una triste generazione di ragazzi senza futuro: la svolta finale a cui sono destinati è forzata, sconnessa, poco interessante. Passarci su: si può. Familiare e autentico Verdone, in grande spolvero una luminosissima Paola Cortellesi: coppia affiatata, ironica, magnificamente inquadrata in un contesto di tenerezze, drammi, problemi d'ordinaria amministrazione. Un sodalizio artistico che funziona: si potenziano tra loro, infatti, e potenziano una trama assai lineare e non esente da qualche scivolone.
Alla ricerca di Jane (2,5/5): Un soggiorno a tema Orgoglio & Pregiudizio. E' possibile, tra balli e corsetti, ventagli e tazze di tè, trovare l'amore vero? E' possibile separare verità e finzione? Austenland è la storia di una Jane che, ossessionata dal capolavoro della Austen, usa i risparmi di una vita per pagarsi il soggiorno in un parco a tema: comprese nel prezzo, anche le simpatie di due uomini che si contendono il suo cuore, con gesti galanti e grandi dichiarazioni. Una commedia romantica ironicamente kitsch, consapevolmente grottesca, fortemente satirica. Strana, ma divertente, con i colori sgargianti, le scenografie pacchiane che si spacciano per raffinate, l'arcigna presa in giro di un sistema di valori improponibile al giorno d'oggi. Delicata come al solito Keri Russel, carismatico il Mister Darcy di turno, esilarante la giunonica Jennifer Cooleridge.
Tutto sua madre (2/5): Adoro le commedie francesi, attendevo Tutto sua madre con ansia. Mi è piaciuto, ma solo in minima parte. E' un film ben diretto, ben recitato, retto su monologhi brillanti e su un umorismo che più raffinato (e affilato) non si può. Intelligente, ma nella maniera un po' esclusiva dei film di Allen e Almodovar. Guillaume Galliene – autore, regista, interprete del film – è di una bravura mostruosa. Alle prese con due ruoli, veste anche panni femminili, come solo i più grandi attori hanno fanno in passato. Ma la sua storia – tra cinismo, dramma, autoanalisi – a volte fa più pena che altro. Una commedia breve ed incisiva, dunque, dall'impianto fortemente teatrale, con l'occhio puntato su Freud e sui rapporti madre-figlio.

mercoledì 19 febbraio 2014

Recensione: Doctor Sleep, di Stephen King

Buongiorno, amici! Oggi, sottraendo qualche oretta alla filologia, ho deciso di parlarvi dell'ultimo romanzo letto. Non credo si tratti di un titolo che abbia bisogno di presentazioni, dunque, buona lettura a tutti. Ritorno dal mio Tito Livio Frulovisi – e non chiedetemi chi è, vi prego. Prometto che, finita la sessione invernale, passerò i miei giorni e le mie notti a leggere, eh. Un abbraccio a tutti, M.
Tutto quel che vediamo o quel che sembriamo, non è che un sogno dentro al sogno. - Edgar Allan Poe

Titolo: Doctor Sleep
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 517
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Perseguitato dalle visioni provocate dallo shining, la luccicanza, il dono maledetto con il quale è nato, e dai fantasmi dei vecchi ospiti dell'Overlook Hotel dove ha trascorso un terribile inverno da bambino, Dan ha continuato a vagabondare per decenni. Una disperata vita on the road per liberarsi da un'eredità paterna fatta di alcolismo, violenza e depressione. Oggi, finalmente, è riuscito a mettere radici in una piccola città del New Hampshire, dove ha trovato un gruppo di amici in grado di aiutarlo e un lavoro nell'ospizio in cui quel che resta della sua luccicanza regala agli anziani pazienti l'indispensabile conforto finale. Aiutato da un gatto capace di prevedere il futuro, Torrance diventa Doctor Sleep, il Dottor Sonno. Poi Dan incontra l'evanescente Abra Stone, il cui incredibile dono, la luccicanza più abbagliante di tutti i tempi, riporta in vita i demoni di Dan e lo spinge a ingaggiare una poderosa battaglia per salvare l'esistenza e l'anima della ragazzina. Sulle superstrade d'America, infatti, i membri del Vero Nodo viaggiano in cerca di cibo. Hanno un aspetto inoffensivo: non più giovani, indossano abiti dimessi e sono perennemente in viaggio sui loro camper scassati. Ma come intuisce Dan Torrance, e come imparerà presto a sue spese la piccola Abra, si tratta in realtà di esseri quasi immortali che si nutrono proprio del calore dello shining.
                                                  La recensione
Era buono, ma anche cattivo, e gli volevo bene per quel che era. Che dio mi perdoni, gliene voglio ancora. Succede alla maggior parte dei bambini. Ami i tuoi genitori e incroci le dita. Che scelta hai?”. Si sa. Si sa che, almeno una volta all'anno, ho bisogno di lui: ci penso, come un alcolizzato fa con la bottiglia, nei suoi momenti d'oblio più neri. In realtà, lui mi aiuta nell'impresa diametralmente opposta: disintossicarmi. Mi racconta brutte storie in maniera meravigliosa. Cosa che nessuno fa. Perché lui è artefice di cose che nessuno fa. E' il miglior narratore che ci sia. Narratore - figura, quest'ultima, che, al pari dell'artigiano o del ciabattino, non esiste più, o quasi. Sono specie in via di estinzione. Maghi in incognito. Prestigiatori che, dal cappello a cilindro, tirano fuori, a colpo sicuro, capolavori su capolavori. Mangiano cibo salutare, respirano aria buona, si circondano di bella gente, hanno piccoli cottage come ufficio. Magari, tutti lì, nel Maine. Lui è il Re e io sono un suo fedele suddito: lo venero. A volte, in sua presenza, posso semplicemente perdere la mia oggettività: risaputo anche quello, no? Si sapeva, allora, che Doctor Sleep mi sarebbe piaciuto. Stephen King crea misteri, infatti, ma i suoi libri non fanno altrettanto. Si leggono così, amandoli senza mistero alcuno e senza capacità momentanea di raziocinio. Alla fine prevale il ricordo, nel mio caso, almeno, di ciò che ha rappresentato e - sovrana incontrastata - regna la più pura ammirazione. Qualcosa che assomiglia vagamente alla felicità, a una pace senza pace. Cosa strana... ma io sono strano, quindi c'è una certa coerenza di fondo. Quando leggo qualcosa di suo, non smetto mai di pensare a quel piccolo lettore che, un decennio fa, muoveva i suoi primi e cauti passi in un'immensa libreria piena delle sue immense storie. I libri stupidi li leggo adesso: da bambino, mi trattavo bene. Andavo a casa della migliore amica di mio fratello e sua madre, con un tascabile in una mano e una sigaretta nell'altra, mi proponeva sempre il meglio: solo Stephen King, passando – giusto ogni tanto – per il primo Dean Koontz. Spiando dal basso ripiani che nemmeno riuscivo a raggiungere, curiosavo, senza meta e fretta, tra dorsi rilegati che mi parlavano di macchine infernali, cimiteri viventi e sguardi che uccidono facendo furore, fuoco e fiamme. E' stato allora, in quel salotto pieno di carta e di fumo, in quella vita, che ho letto Shining. La legittima proprietaria mi aveva avvertito: quella volta, l'amante dei lieto fine che era in me, non sarebbe stato accontentato. Chissà a quel bambino come sarebbe parso, allora, questo Doctor Sleep? Ho pensato questo, leggendolo, e mi sono detto che quel bambino che, da qualche parte, vive ancora in me l'avrebbe apprezzato, molto. Più o meno, ho fatto altrettanto anch'io. Il precedente, Joyland, era un'opera piccola con una grande maturità. Questa volta, stranamente, siamo al cospetto di un'opera grande sicuramente di più, ma dal retrogusto più acerbo. Una specie di scritto di gioventù. Di quelli dell'epoca d'ora, dell'Atlantide perduta, dell'El Dorado leggendaria, in cui Stephen si divertiva ancora a giocare coi mostri, il soprannaturale, il trenino degli orrori. Il meno è perché, per quanto mi sia piaciuto, c'è un non so che di anacronistico: si sente che Doctor Sleep è arrivato tardi, seppure non troppo, alla “splendida festa di morte” iniziata ormai un trentennio fa. Un King anziano che scrive una storia nelle corde del King giovane. Una lotta contro il tempo, un viaggio nel tempo, i cui round e le cui tappe sono scandite in maniera leggermente più studiata e macchinosa del solito. Si guarda il cielo – ora ci sono le foglie d'autunno, ora la neve, ora la cenere di una catastrofe – e si ci affida, a volte, a qualche eroe per caso, a un deux ex machina sceso dall'alto che tiri le redini, a un colpo di fortuna. Sempre che la sorte, cieca, riesca a trovarci, in un'America che ha mille insidie e mille volti. Sempre che la sorte esista, concreta come esistono, invece, i nostri mostri. 
Qualche difetto c'è, ma il lettore finisce per limare di suo anche quello che non va. Il lettore, io. Arrivo ai ringraziamenti finali, vedo il profilo della persona che si nasconde dentro e dietro tutto questo e perdono il poco che c'è da perdonare. Perché, in questo 2014 appena iniziato, con ogni probabilità, Doctor Sleep rimarrà una delle storie meglio narrate in assoluto, anche se non necessariamente uno dei romanzi migliori. Vedo, infatti, che, nelle ultime righe, parla dei figli di cui va orgoglioso, dell'amata moglie Tabitha, degli amici di sempre e, oltre che a un grande scrittore, penso a un uomo che ha vissuto una grande vita: uno di quei nonnetti burberi, ma segretamente teneri, che, come passatempo, sfogliano album di ricordi sul viale del tramonto. Io ho sfogliato un po' i miei, lui ha sfogliato i suoi. Doctor Sleep è una di quelle storie che parlano al passato: a quello di King, a quello di chi gli è sinceramente affezionato. Una foto ingiallita sfuggita dal mazzo. Lui è diventato un tenerone, io sono diventato un tenerone. Lo siamo diventati entrambi. Perciò, aspettatevi una storia di indicibile violenza e inclassificabile dolcezza: una storia sull'infanzia, le eredità e altri demoni. Quella del piccolo Torrance, d'infanzia, l'abbiamo conosciuta in Shining. Kubrick o King, film o libro, cambia poco: il primo finisce nel gelo, il secondo nel fuoco di una caldaia esplosa, ma per Danny non c'è pace comunque. 
Sopravvivere è una cosa, vivere ne è un'altra. Come può farlo, lui che ha visto il padre impazzire, l'Overlook bruciare fino alle fondamenta, la madre spegnersi fino a sparire, in nugolo di mosche in volo sul cattivo odore di antichi incubi e rinnovati deliri. Non può, ma l'alcol aiuta: fare a botte, andare a letto con totali sconosciute, tirarsi giù dal letto e aggrapparsi alla tazza del water – per vomitare, vomitare e vomitare, fino a perdere l'anima – aiuta a non sentire le cose che il buio gli sussurra. Era il segreto di Jack Torrance, e certe cose si tramandano nel sangue. I primi capitoli hanno un elevato tasso alcolemico nell'inchiostro; creano un disorientamento che è una piacevole ebbrezza. Ad ogni pagina, non sai esattamente dove ti troverai. Con chi, con cosa. E in che anno. Danny diventa Dan, in un altro Stato nasce Abra. Il primo, ormai adulto, è un uomo che tardi ha imparato a confessare agli altri le sue debolezze: gli Alcolisti Anonimi l'hanno condotto in salvo. L'altra, invece, ha imparato a pensare nella testa di Dan ancor prima di parlare: bambina silenziosissima, prima di svegliarsi in lacrime nel cuore della notte, con il peso di un presentimento che, neonata, non può condividere a parole con gli affettuosi genitori e una curiosa bisnonna d'origini italiane. Ha pianto nella sua culla, ha urlato con tutta la furia contenuta nei suoi minuscoli polmoni, ma l'impossibile è avvenuto lo stesso. I due giganti sono crollati fragorosamente e, solo allora, lei ha smesso. L'undici settembre, Abra mostra al mondo la sua straordinaria luccicanza e Dan capisce che se lui è una torcia, quella piccolina è un dannatissimo faro umano. I tempi sono molto dilatati: da un capitolo all'altro, possono passare mesi, addirittura anni. 
Stephen King sa essere piuttosto prolissimo – e a me piace proprio così, con le sue parole splendidamente di troppo – ma non questa volta: l'utilizzo di impeccabili ellissi narrative, gestite con la più totale padronanza e naturalezza, ha reso le generazioni fluide come stagioni, gli anni corti sospiri, il passato una terra (non) straniera, la lettura delle più scorrevoli mai intraprese. Finché Abra e Dan s'incontrano, seduti sulla panchina del parco, all'uscita della biblioteca comunale: vicini, ma non troppo. Una ragazzina e un uomo adulto: sapete com'è, se ne sentono tante, in giro... Comunicano mentale, comunicano tanto. Tra di loro, ma, soprattutto, a quel lettore che, con interesse, apprensione e sentimento, segue il pericoloso apprendistato di Abra e la coraggiosa espiazione di Dan. Una panchina in un parco, una sedia al capezzale di un malato: Dan come il Dottor Sonno. Tra i piedi, il misterioso Azrael: un gattone grigio, che non a caso porta il nome dell'angelo della morte, con un terrificante sesto senso e tanto di non detto che meriterebbe, per me, di essere raccontato in una novella a sé, un giorno. Quella Abra, che non abbandona mai il suo peluche e che con il potere della mente attacca le posate al soffitto, è la sorella segreta di Carrie White e Charlie McGee, in compagnia del migliore amico che loro, sfortunate, non hanno mai avuto. Delicatissima e potente, non completamente originale ma sempre convincente - nonché ultima nata in una lunga tradizione letteraria di dodicenni armate di poteri prodigiosi - , dialoga metaforicamente con quelle famose sorelle di sangue che hanno vissuto in altri romanzi e, esperta, guida il protagonista in una caccia al tesoro lungo il perimetro di una fabbrica in rovina. Lungo il bordo della paura. I loro nemici hanno grotteschi nomi da pirata e, con i loro caravan, solcano le autostrade americane come fossero tutte parte di un mare immenso. 
Bevono grida, assaporano luce, mangiano bambini: sono Scilla e Cariddi, Capitan Uncino. Il Nodo Vero. Rose, il loro carismatico leader, ha la sensualità, gli amanti e gli anni di una millenaria vampira, il linguaggio colorito di un incensurato pirata, un cappello a cilindro che sfida la forza di gravità. Eccessiva, energica, focosa, ha le forme e i tratti pulp di una fanciulla di un B-Movie alla Grindhouse. I suoi complici sono al di sopra di ogni sospetto. Vedendoli, infatti, penseresti a un paio di tranquilli e noiosi pensionati, con l'hobby per la caccia all'uomo. Pensionati, o in attesa del pensionamento, anche molti compagni d'avventura di Abra e Dan: un "gerontofilo" come me può forse non averli adorati? Billy Freeman, il dottor John Dalton, Concetta… luccicano, tutti quanti, come, nel primo volume, faceva il saggio e lungimirante Dick Halloran. Dopo tanti anni, Doctor Sleep è un secondo capito che non aspettavamo, non un sequel in piena regola. Molti personaggi sono diversi e le intenzioni sono diverse, proprio come i toni adoperati. King ritorna all'Overlook, esaminando quello che ne resta. Brutti ricordi, fantasmi evanescenti, medagliette testimoni di una vita senza più dipendenza. Ha imparato più agli Alcolisti Anonimi che ai club letterari, lui: la vita è bastarda, ma insegna. Annota, perciò, momenti di pura condivisione – ricorda con una risata, per esempio, quella volta in cui un uomo vomitò su un poliziotto o, con un brivido, l'altra in cui una mamma perse l'affidamento dei suoi stessi figli per colpa della bottiglia – e seziona la mente umana come fosse una biblioteca che i fumi dell'alcol hanno messo in disordine. Psicoanalisi spiccia, ma sensibilità e buonsenso a palate: cose dettate dall'età, insegnamenti suggeriti dall'esperienza. Dopo una vita di stragi efferate, con il tono mesto ed evocativo dei grandi addii, Stephen King si concede quel pizzico di bontà che non guasta. Meno cattivo, ma sempre in forma smagliante, torna in libreria per provarci – se mai ce ne fosse stato bisogno – che non ha perso il tocco e lo smalto. Doctor Sleep è un'altra storia. Di Shining, da bambino, ho avuto paura. In questo caso, la paura provata era di un altro tipo: paura di andare avanti, di portarlo a termine. Di trovarmi a leggere un epilogo così emozionante, così bello, così definitivo. Paura di vedere svanire la luccicanza in Dan e di veder balenare, per una volta, un tremulo lucchichio nei miei occhi, mai stanchi di cotanta maestria.
Il mio voto: ★★★★ 
Il mio consiglio musicale: Elisa - Labyrinth

sabato 15 febbraio 2014

Mr Ciak #28: Philomena, Nebraska, Dallas Buyers Club, Blue Jasmine

Buongiorno a tutti, amici miei. Come state? Io continuo a lottare con la Filologia, ma è quasi fatta, per fortuna. Dieci giorni precisi e sono libero: addio sessione invernale. Oggi, con Mr Ciak, altra parata di stelle, altro appuntamento dedicato alla vicinissima notte degli Oscar – aspettatevi, inoltre, un post con i miei pronostici e i miei preferiti in lizza, nelle prossime settimane. Quattro film imperdibili, ma diversissimi tra loro. I primi due, per me, si accontenteranno giusto di qualche premio minore: sono film validissimi, ma quest'anno la concorrenza è immensa. Dallas Buyers Club spero che, almeno, vinca due statuette: McConaughey e Leto migliori attori, perché non c'è storia. Blue Jasmine, inoltre, sicuro come il sole, farà guadagnare alla bravissima protagonista un meritatissimo Oscar: io tifo per la Streep, lo sapete, ma anche la Blanchett è una fuoriclasse. Quali avete visto? Quali vedrete? E le vostre preferenze? Un abbraccio a tutti, M.

Io adoro i film coi vecchietti. E Judi Dench è una delle vecchiette più adorabili, dolci e talentuose che ci siano. Mi ricorda la mia nonna. Piena di rughe, di fragilità, di spine invisibili agli occhi. Questo Philomena è un po' come loro. Una commedia agrodolce, che pizzica e commuove, che racconta vecchie storie e immagina nuovi inizi. La ricerca di un figlio perduto cinquant'anni prima, un viaggio tra Irlanda e America che strappa qualche bella risata e qualche bella lacrima. Pieno zeppo di amarezza, denuncia, eppure ricco di sentimento, poteva essere un film più facile, un film più strappalacrime, ma il regista – Stephen Frears – sceglie una strada tutta sua. Tutta originale. Tra un diario di bordo e un album dei ricordi, un'intervista lunga un film e un reportage, Philomena è una storia vera struggente e intensa, dalla regia ottima e dal temperamento assai british. Paesaggi nebbiosi, una natura appesantita da umidità e rugiada, conventi pieni di lapidi come in un libro di Dickens, quasi. Di inglese, inoltre, ha il pungente umorismo e gli strepitosi interpreti, Judi Dench e Steve Coogan, impegnati nella ricostruzione di una storia sconvolgente, ma immensamente piacevole da seguire. Quella di orfani senza nome venduti all'America, strappati a madri con pochi anni e troppi presunti peccati. Lui unisce classe, una faccia da schiaffi, distacco e cinismo a un finto cuore di roccia. Impara a essere il figlio che Philomena ha perso. Lei, poi, è immensa: naturale, espressiva, bellissima. Gli occhi come fiordalisi, le lacrime sempre dietro le palpebre, la battuta sempre pronta. E' prolissa, con la tendenza agli spoiler, l'amore per gli Harmony, il coraggio di una persona che ha perso tutto, ma non la fede. Lei crede, lei perdona. Lei crede nel perdono. Una commedia superba, dunque, con dialoghi impeccabili e un ritmo sempre sostenuto. Un originale approccio – anche un po' naif - verso un tema che crea ancora rabbia, ancora omertà. Una grande storia di vita vissuta, che fa tenerezza, per poi spaccarti il cuore in due. Un tripudio di amori, sensazioni, attimi, retto da un'interprete che, anche se in là con gli anni, ha la forza di un pugile e la spigliatezza di un bimbo. Non da Oscar – perché, secondo me, se vincerà, si accontenterà giusto di premi minori – ma da vedere. Non ho dubbi. 

Capita, a volte, di trovare, nella posta elettronica, email improbabili con splendide ed improvabili notizie. Fake a cui qualcuno potrebbe credere. E chi non vorrebbe credere, in fondo, di aver vinto una barca sproposita di soldi? A Woody capita con la posta, ma con quella normale. Gli annunciano una presunta vincita e lui, con la sua camicia a quadri, è pronto ad andarla a riscuotere. A piedi. In Nebraska. Con tanti anni sulle spalle, tanti debiti da ripagare, due figli a cui assicurare un po' di felicità, il sogno di un furgone e di un compressore tutti nuovi, anche se non ha più la licenza di guida da secoli e un compressore l'aveva, prima che il suo rivale di gioventù – quarant'anni prima – glielo rubasse. Una macchina si accosta al lato della strada: è David, il figlio. Quello è l'inizio della loro avventura. Lo spettatore viaggia sul sedile posteriore per tutto il tempo, seduto accanto ai fantasmi di troppe bottiglie di birra consumate, a rancori inespressi, a frammenti di rimpianti. Bruce Dern è un intenso, stupendo, coinvolgente Woody: risponde per monosillabi, uomo pieno di silenzi, di dolori tenuti nascosti, di dignità. La guerra in testa, metà della famiglia a due metri sotto terra. L'ispirato e sorprendentemente bravo Will Forte è suo figlio, David. Il rapporto tra di loro retto da un furgone che è status symbol. L'atto del guidare come un collante tra due generazioni lontane: un'arte che si trasmette da padre in figlio, poi, alla fine, da figlio in padre. Candidata agli Oscar accanto al molto più bravo Bruce Dern, la frizzante, irriverente June Squibb. Una moglie con un caratterino tutto pepe, con un vocabolario più variegato e colorito di quello di uno scaricatore di porto: malizia da vendere,un passato pieno di focosi amanti che – difficile crederlo, ora come ora – si contendevano spavaldamente le sue grazie. Parla (e male) per tutti e di tutti. Gli uomini della famiglia, invece, parlano poco: il necessario. Si salutano dicendosi addio, mai arrivederci. Hanno, come luoghi di incontro, il bar e il cimitero. Un bianco e nero rilassante, malinconico, bello, culla i personaggi di questa magistrale commedia diretta dall'Alexander Payne del – secondo me – sopravvalutato Paradiso Amaro: fotografia incantevole, dialoghi senza pause, protagonisti ottimi, colonna sonora folk tre le parole. Si parla di anziani e io mi emoziono. Si parla di anziani e la comicità si fa triste. La vita ti trascina e tu non sei, infatti, più padrone di niente. Lo capisci tardi. Non hai più possesso della tua famiglia, dei tuoi cari, dei tuoi beni, del tuo vecchio compressore, del tuo destino. Si passano gli ultimi anni a cercare un senso, come fa il protagonista con il suo “biglietto d'oro” di Willy Wonka. La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una piccola perla che ruba consensi e parole superflue.

Dallas Buyers Club è una sorta di documentario, dal taglio decisamente cinematografico, che ci conduce straordinariamente nel peggio degli anni '80, all'epoca dell'AIDS e delle spietate lotte tra case farmaceutiche, in un Texas rurale e polveroso, in cui l'ignoranza, la fatica e la grettezza fanno da padroni incontrastati. Ron Wodroof è il prodotto corrotto di quella mentalità, di quella gente: razzista, omofobo, avaro, volgare. Lavora come elettricista e, per scommessa, cavalca tori, rischiando di spezzarsi l'osso del collo un giorno sì e l'altro pure. Si buca, fa sesso non protetto, beve fino a dimenticare sé stesso. Ignora platealmente i giornali che parlano delle piaghe dell'HIV, perché quella è una cosa da “froci” e lui, pieno di donne e banconote sporche, è un uomo vero. Poi sta male, sviene in una pozza di muco e sangue e si risveglia in ospedale: nel suo sangue, oltre alla droga, un mostro che sta mettendo in ginocchio la comunità gay, Hollywood, e adesso anche lui. Gli restano da vivere 30 giorni scarsi. Contro ogni pronostico, vivrà molto più a lungo del previsto e farà della sua vita un piccolo, grande miracolo. Il personaggio di Ron è scolpito nella roccia, e da uno scultore decisamente capace e attento ai dettagli. Sembra vero: è vero. Forse è un dannato, un peccatore, forse è un santo fuori dagli schermi, ma la sua vita è storia. I suoi mille viaggi, i suoi infiniti imbrogli, le sue interminabili imprecazioni hanno fatto di lui il simbolo perfetto di una lotta contro la morte e la malattia: un paladino politicamente scorretto, ribelle, sgradevole, commovente; uno spacciatore di medicinali di contrabbando e di felicità in pillole che tentò di salvare sé stesso e gli altri, per una nobiltà d'animo tenuta accuratamente nascosta e per un piccolissimo, diciamo così, tornaconto personale. Lungo il suo viaggio, una giovane dottoressa – interpretata da una convincente e affascinante Jennifer Garner in camice bianco – e Rayon, un transessuale dal cuore buono e dal corpo fragilissimo che lo cambierà nel profondo, grazie a un'amicizia autentica e inattesa. Il loro rapporto – fatto di alterchi e battutacce, spintoni e rari abbracci – è il cuore del film: la cosa più emozionante che c'è. Dallas Buyers Club, infatti, è tanto coerente da non giocare mai la carta della commozione facile: è crudo, duro, sporco, ma pacatissimo. Sano. Trova un soffio di vita quando la fine sembra vicina, scopre una cura segreta quando sembrava bisognasse semplicemente lasciarsi morire. Non mi ha comosso, non mi ha lasciato con l'animo più leggero o più pesante, ma mi è piaciuto. Decisamente. Perché è una storia vera, racconta senza peli sulla lingua e senza cornici superflue. Perché sa avvincere e far dimenticare una regia non sempre impeccabile, ma traballante. Soprattutto, perché è retto da due attori grandiosi, per descrivere i quali mi ci vorrebbero nuovi aggettivi: Matthew McConaughey e Jared Leto. Il primo, nel ruolo del protagonista assoluto, l'abbiamo visto troppo spesso in commedie romantiche troppo stupide: sorridente, in forma smagliante, affabile. Lo troviamo, qui, senza i suoi muscoli e i soliti ruoli: la consacrazione di un talento lampante. Magrissimo, brutto, brusco, McConaughey ha una forza incredibile, che si scambia per disperazione, ma che forse è attaccamente istintivo alla vita. Nei panni di uno dei comprimari, Jared Leto: colui che sa far tutto. Tra pubblicità di profumi e fantastiche canzoni, Leto è una delle voci più belle del rock, uno degli uomini più belli sulla faccia della terra e, questa volta, anche uno degli attori più bravi e sorprendenti. Dimesso ed emaciato come il suo collega, con braccia sottili come fuscelli e un corpo da bambino, è un transessuale brioso e malinconico, divorato lentamente da un male che non ha toccato solo i suoi occhi: azzurri ed espressivi, comunicano un mondo intero. In un film anche piuttosto lungo, ha ben poche scene, ma buca lo schermo senza sforzo alcuno e resta impresso, con la maestria dei grandi, con i sogni e le debolezze di una ragazza a metà che, anche se con la fine a un passo, continua a stringere i denti: delicato, buffo, duttile, struggente. Come quella famosa tempesta di farfalle, in una delle memorabili sequenze conclusive.

Ho scoperto Allen di recente, e ho imparato a conoscerlo meglio di anno in anno. E' un omino strano e buffo, dalla personalità spiccatissima e dal gusto ineccepibile, con a carico grandi capolavori e grandi fiaschi. In realtà, l'ho scoperto da Match Point in poi e dovrei recuperare, all'interno della sua filmografia, i migliori dei suoi film, suppongo. Di lui ho visto un po' del peggio e un po' del meglio, a periodi alterni. Alla fine, sono arrivato qui. Sono arrivato a Blue Jasmine, a metà strada tra New York e San Francisco, su un ponte sospeso tra la gioia e l'abisso. Nella casa segreta di Woody. Perché questo, tra i più recenti, è forse il più alleniano dei suoi film: quello che più è suo. Tragicomico. Divertente, ma tristissimo. Malinconico, ma autentico. Si ride, ogni tanto, ma per crudeltà: per contemplare, dalla nostra poltrona comoda, le scandalose sciagure degli altri e le loro altrettanto scandalose menzogne di benessere. Blue Jasmine è una commedia borghese dall'impianto fortemente teatrale, girata in interni all'inizio lussuosi e alla moda, poi similissimi a quelli dei nostri comuni appartamenti di periferia. Una tragedia dal sapore comico o una commedia dal sapore tragico che, tra frecciatine impregnate di veleno e morsi mortali inferti dai tipici parenti serpenti, parla della crisi economica, ma dal punto di vista di coloro che ci hanno messo con le spalle al muro. Nuovi ricchi, senza capacità, ma pieni di pretese egoistiche, che baratterebbero il mondo per un bacio appassionato, o per un capo firmato. Nuovi ricchi che, quando tutti i nodi vengono al pettine, si scoprono essere i nuovi poveri. Jasmine ha sempre vissuto d'apparenze e di luci, poi i riflettori si sono spenti sulla sua vita da regina e lei, spaesata, ha scoperto che il suo castello stava per essere pignorato: via il suo trono, via i suoi gioielli, via un marito che era semplicemente status symbol. Le resta solo il nome altisonante e fintamente esotico che si è scelta e sua sorella, Ginger: così semplice, così provinciale, così diversa da lei. Allen realizza un ritratto vagamente cubista di due donne – e di due mondi – a confronto: ad accomunarle è una vita che, ormai, non è più clemente con nessuno. Si è insieme in questa catastrofe finanziaria, sentimentale, psicologica, che ha fatto della prima una segretaria part-time; della seconda, una ragazza madre che lavoro come commessa in un piccolo supermarket. I problemi di Ginger – interpretata dalla fresca Sally Hawkins – appaiono decisamente familiari. Quelli di Jasmine da alieni, invece, diventano inaspettatamente un po' nostri. L'ultima scena, girata su una di quelle panchine tanto care al regista, è di una tristezza cosmica e assoluta. Cate Blanchett è regale, sconcertante, vigorosa. Incredibile lei, un po' meno quei personaggi maschili delineati poco e male. Allen tira fuori il meglio e il peggio di lei e ne fa un personaggio nevrotico come i suoi soliti, ma delicato come pochi: uno Charlot al femminile che parla da sola in un parco, con un (ultimo) tailleur griffato come frac e un (ultimo) trolley Louis Vuitton come bastone da passeggio. Spesso dico che una grande attrice non può fare di un piccolo film un grande film. Spesso sbaglio. La Blanchett è classe; la Blanchett è una lezione ambulante di grande recitazione.

giovedì 13 febbraio 2014

Recensione in anteprima: La bella e la bestia, di Vanessa Rubio-Barreau

Ricorda. Una vita per una rosa...
Una vita per una rosa.

Titolo: La bella e la bestia
Autrice: Vanessa Rubio-Barreau
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 184
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2014
Sinossi: C'era una volta, tanto tempo fa, un ricco mercante.
Era vedovo e aveva sei figli, tre maschi e tre femmine. Era un uomo buono e generoso e voleva bene a tutti e sei, ma una sola era la sua prediletta: Belle. Il ricco mercante possedeva tre grandi navi che solcavano i mari del mondo, ma un brutto giorno una tempesta le travolse e le fece affondare. L'uomo perse tutto e la famiglia fu costretta a trasferirsi in campagna. Quando il padre tornò per la prima volta in città, mentre le sue sorelle pretendevano abiti, cappellini e belletti, Belle chiese soltanto una rosa. Fu così che, per accontentarla, il mercante cadde nell'inganno della Bestia, il mostruoso padrone di un castello stregato. Solo Belle può placare la collera della Bestia, derubata della sua rosa più rara: svelando il segreto nascosto nel passato del suo carceriere e sciogliendo l'incantesimo che restituirà a entrambi la libertà e l'amore.
                                                  La recensione
Accadde un tempo o accadrà domani, forse qui o forse altrove...”. Una lettura non imprescindibile, questa. Un romanzo non necessario. Non era tra le mie priorità leggerlo, davvero. Un rimaneggiamento della sceneggiatura del film di prossima uscita. Prospettiva poco allettante, proprio come lo era stato nel caso di Biancaneve e Il Cacciatore e Cappuccetto Rosso Sangue. Ammissibile, infatti, che un romanzo sia più bello e prezioso del film: mai il contrario. Mi sarei accontentato di vedere il film a tempo debito, ma La bella e la bestia era ciò di cui qualcosa nel profondo di me, in quel momento esatto, aveva disperatamente bisogno. Mi ha fatto passare il mal di testa. Ha curato ogni stanchezza e il mio acuto stress. Piccola macchina del tempo, quasi, che ti riporta all'ultima volta in cui sei stato felice veramente - senza limiti, senza pensieri pesanti. Le novità sono pochissime. I protagonisti non camminano tra noi, la Bella non è una liceale col pallino per la lettura e la Bestia non è un motociclista coperto di taguaggi e rune, ma, sinceramente, mi è piaciuto. Forse proprio per questo motivo in particolare. Per il suo essere vecchio stile, anche quando il mondo sembra chiedere, a gran voce, novità su novità. E non parlo del romanzo firmato dalla Barreau, ma della storia in sé. Capire che stupire con trovate azzardate e svolte impreviste non è sempre necessario, a volte, è bello. Intrattenere con qualcosa che conosciamo a memoria, poi, è magico. Biancaneve è diventata un'eroina, Cappucceto Rosso una languida seduttrice, Gretel una sanguinaria cacciatrice di streghe crudeli, Belle rimane sempre Belle. La solita, amatissima, speciale Belle. Una ragazza acqua e sapone, malinconica e romantica, che preferisce la compagnia dei libri a quella delle persone, un singolo fiore a bauli piene di ricchezze, la campagna alla città, l'eternità all'effimero qui ed ora. Raffinato, dolce, delicato, questo è un racconto scritto secondo uno stile linearissimo che dice giusto il necessario. Descrizioni elementari, sentimenti semplici. Il carattere del personaggio lo capisci, spesso, dal nome, in cui pare risiedere il suo destino, o da aggettivi che, per quanto comuni, sanno parlare: l'altezzoso Perducas, la misteriosa Astrid, il riflessivo Jean Baptiste, l'incorreggibile Maxime. Questo La Bella e la Bestia è un retelling che non c'è. La storia segue, quasi pedissequamente, con religioso rispetto, la versione originale. Si tratta, dunque, della riscrittura lieve ed educata, in chiave piacevolmente dark, di una leggenda eterna. Invita a seguire il volo dorato delle lucciole, a conoscere l'identità di una bellissima principessa scorta al di là dello specchio, a infrangere il sortilegio del pregiudizio, a ridefinire la parola “brutto”, a cogliere una rosa e a scoprire il grande mistero – e il grandissimo amore – che c'è dietro. Conosci da sempre l'inizio e la fine, il c'era una volta e il per sempre felici e contenti, ma ti trovi a sorridere con una certa tenerezza nello scoprire quello che c'è al centro esatto, giusto in mezzo: la crudeltà e la cupidigia del Gastòn di turno, un amore sfiorito e immortalato nella nuda roccia e che rigorda, a tratti, quello tra Dracula e la sua perduta Mina; o, ancora, le ragioni dietro un castello che dorme, giganti di pietra che si animano e uccidono, un bosco che – intorno a te e a Belle – cambia continuamente, vivo. 
Totalmente d'eccezione la narratrice e, per la prima volta tra le pagine, due piccoli ascoltatori su cui, una volta o l'altra, tutti noi abbiamo fantasticato. I pochi e suggestivi fotogrammi mostrati nei trailer fanno il resto. Trailer che, personalmente, conosco ormai a memoria. Stanze buie, fotografia cupa, splendidi colori di una primavera in anticipo, cascate di luci e tunnel di ombre, abissi di scale a chiocciola ben strette su sé stesse. Quell'adorabile fanciulla bionda è la deliziosa Lèa Seydoux; quella bestia altezzosa, brusca e dai modi sbrigadivi ha gli occhi umani, invece, e il fascino tutto strano di Vincent Cassel. Alcune frasi mi sono rimaste impresse più per i rari spezzoni del film passati in tivù che per la prosa dell'autrice: semplice, pacata, adatta indubbiamente ai più piccoli, ma che manca di potenza. Di quella scintilla viva che sempre si cerca. C'è cura nella descrizione degli interni, della seta e dei gioielli, di vestiti regali che minuscoli e simpatici aiutanti, strisciando sotto i letti e negli armadi bui, preparano per la protagonista ogni mattina; leggermente meno cura, tuttavia, è presente nei dialoghi. Si respira poca intimità. Il ritmo è serrato, le pagine sono poche e il romanticismo si costruisce, vero, un po' da sé. Impaginazione curatissima - di cui ho potuto godere anche con la mia copia ebook -, ricami floreali e squarci di artigli. Rose nere, come ricami antichi, al principio di ogni capitolo. Quando fuori piove, indossate il pigiama un'oretta prima. Il piumone verde come una foresta, le lenzuola bianche come neve appena caduta. Il paradiso. Questo ultimo La Bella e la Bestia è una lettura onesta, pulita, educativa, rilassante. Una storia che ha il sapore dell'inverno. Un libro lineare, ma di grande atmosfera. Un intreccio semplice, universalmente noto, ma al servizio del sogno. E di un sogno bello, bello. Un'autentica storia della buona notte, da finire prima che l'orologio batta sette colpi.
Il mio voto: ★★★ ½
Il mio consiglio musicale: Beauty and the Beast - Tale as old as time (Violin, Piano)

lunedì 10 febbraio 2014

Coming This Fall #6

Ciao a tutti, amici. Come state? Io sono stato meglio. Come saprete, lo scorso martedì – come vola il tempo - ho dato il primo esame, ma sto già preparando il secondo: filologia umanistica. Una noia, piena di tecnicismi, definizioni, rotture di scatole. Per staccare un po', voglio parlarvi di alcuni libri di prossima uscita, ammucchiati un po' alla rinfusa – e perdonatemi – per via di qualche post arretrato di troppo: è un periodo no. In arrivo a breve, i capitoli conclusivi delle saghe di Leonardo Patrignani e Veronica Roth: saranno miei, sì. Per la Chrysalide, inoltre, sulla scia di Biancaneve & Il cacciatore e Cappuccetto Rosso Sangue, il romanzo che ha ispirato la prossima trasposizione cinematografica di La bella e la bestia, il cui film – attesissimo dal sottoscritto – è in uscita alla fine del mese: so già cosa regalarmi per festeggiare la fine della sessione d'esami... Il biglietto del cinema, questa volta. Sempre parlando di film, vi ricordate il Matthew Quick che ha ispirato, col suo libro, il notissimo Il lato positivo? Torna, sempre per la Salani, con un romanzo originalissimo e struggente, che ricorda, per le tematiche, il capolavoro di Jody Picoult. Un nuovo urban fantasy per la Sperling, inoltre, e un tesissimo e misterioso young adult per la Piemme: la copertina che strizza l'occhio a Donnie Darko è una meraviglia! In uscita tra qualche mese, invece, per la Nord, un romanzo gridato ai quattro venti come un autentico must-read: posso perdermelo, forse? Ultimi ma non ultimi, due italiani: Vincenzo Di Mattia, con una commovente e romantica storia dal sapore autobiografico, e Daniela Sacerdoti – lanciatissima all'esterno, ma in arrivo solo quest'anno da noi, grazie alla Newton, con l'edizione italiana del suo Watch over me. Spero che, tra tante belle novità, ci sia qualcosa di vostro gradimento. Nel mio caso, ce ne sono fin troppe: che guaio! Scappo, di fretta come al solito. Sostenete questa mia ennesima crociata universitaria e abbiate pazienza: solo in attesa di pubblicazione, due post, con il ritorno delle rubrica I Love Telefilm e Mr Ciak.

Titolo: La bella e la bestia
Autrice: Vanessa Rubio-Barreau
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 184
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2014
Sinossi: C'era una volta, tanto tempo fa, un ricco mercante.
Era vedovo e aveva sei figli, tre maschi e tre femmine. Era un uomo buono e generoso e voleva bene a tutti e sei, ma una sola era la sua prediletta: Belle. Il ricco mercante possedeva tre grandi navi che solcavano i mari del mondo, ma un brutto giorno una tempesta le travolse e le fece affondare. L'uomo perse tutto e la famiglia fu costretta a trasferirsi in campagna. Quando il padre tornò per la prima volta in città, mentre le sue sorelle pretendevano abiti, cappellini e belletti, Belle chiese soltanto una rosa. Fu così che, per accontentarla, il mercante cadde nell'inganno della Bestia, il mostruoso padrone di un castello stregato. Solo Belle può placare la collera della Bestia, derubata della sua rosa più rara: svelando il segreto nascosto nel passato del suo carceriere e sciogliendo l'incantesimo che restituirà a entrambi la libertà e l'amore.

Titolo: Utopia. Multiversum
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 348
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 25 Febbraio 2014
Sinossi: Quella in cui Alex, Jenny e Marco vivono da diciotto anni è una realtà confortante, un rifugio sicuro. Ma è solo una delle infinite facce del dado, una delle molteplici realtà del Multiverso. Cos'è successo davvero mentre cercavano di raggiungere una nave diretta a Oriente, in fuga dalla società totalitaria di Gea? Quali sono le conseguenze drammatiche del baratto a cui allude Anna? Dall'altra parte, il mondo sta cadendo a pezzi sotto la nefasta guida di qualcuno che ha le loro stesse facoltà. Dall'altra parte, ci sono un vecchio di ottantotto anni che sta marcendo in un penitenziario e due giovani che vivono rinchiusi come topi da laboratorio. Dall'altra parte, la loro mente è rimasta l'unica e ultima speranza.

Titolo: Perdonami, Leonard Peacock
Autore: Matthew Quick
Editore: Salani
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 20 Febbraio 2014
Sinossi: Una storia per non smettere mai di lottare. Perche la felicità si può conquistare. Nel giorno del suo compleanno, Leonard Peacock ha deciso: vuole uscire di casa con un'arma nascosta nello zaino, e usarla contro il suo ex migliore amico. E forse, chissà, anche contro se stesso. Ma prima, deve dire addio alle persone più importanti per lui: Walt, il suo vicino di casa fissato con Humphrey Bogart; Baback, il compagno di classe che suona splendidamente il violino; Lauren, la ragazza di cui è innamorato; e Herr Silverman, che insegna Storia dell'Olocausto. Parlando con loro, Leonard rivela poco a poco il suo segreto, mentre il tempo che lo separa dal gesto fatale si assottiglia sempre di più. Sospeso sul limite di una decisione irrevocabile, Leonard alla fine saprà fare la scelta giusta.

Titolo: Ho bisogno di te
Autrice: Daniela Sacerdoti
Editore: Newton & Compton
Numero di pagine: 256
Prezzo: € 9,90
Data di pubblicazione: 13 Febbraio 2014
Sinossi: Eilidh, trentacinque anni, ha il cuore infranto: ha perso il bambino che aspettava e che aveva tanto desiderato, e in più ha scoperto che suo marito ha una relazione con un’altra donna. Sconvolta, decide di lasciare Southport e di trasferirsi per un po’ nella piccola cittadina scozzese di Glen Avich, nelle Highlands, dove ha trascorso l’infanzia. Nella gelida e magica Scozia Eilidh si sente finalmente a casa. Qui ritrova i dolci ricordi del passato e l’affetto sincero della gente del posto. E qui abita ancora il suo amico di un tempo, Jamie, che ha alle spalle una storia altrettanto dolorosa. Eilidh e Jamie provano una forte attrazione reciproca, ma hanno sofferto troppo per riuscire ad abbandonarsi alle emozioni. Qualcuno però in segreto veglia sulla loro felicità. E il destino non tarderà ad aiutarli…

Titolo: Quando, amore, non mi riconoscerai
Autore: Vincenzo Di Mattia
Editore: Piemme “Voci”
Numero di pagine: 280
Prezzo: € 14,50
Data di pubblicazione: 4 Marzo 2014
Sinossi: Una storia tenera e spietata, che colpisce e commuove e che racconta in modo sublime la forza dell’amore.
Un marito innamorato di fronte a una delle prove più terribili: la malattia della moglie. Non una malattia qualsiasi, ma quella che divora i ricordi, la dignità, la personalità: l’Alzheimer. Vincenzo a fatica si rassegna a vedere la sua amata Silvana, docente universitaria in pensione, smarrita come una bambina di fronte alle cose più semplici. Mentre i ricordi di lei si affievoliscono inesorabilmente, quelli di Vincenzo, e della loro figlia Francesca, si intensificano e si amplificano, nel tentativo di tenere viva l’immagine della donna che sorride felice da un vecchio video delle vacanze.

Titolo: L'estate del coniglio nero
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 434
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2014
Sinossi: È un’estate torrida e Pete ha già passato diverse settimane senza fare altro che ciondolare per casa… fino a quando squilla il telefono e la sua vita cambia per sempre. È Nicole, gli chiede di vedersi. Presto si separeranno, ognuno per la propria strada, e pensa sarebbe carino incontrarsi  per l’ultima volta con il gruppo dei vecchi amici, solo loro quattro: Pete, Nicole, Eric e Pauly. Pete le chiede di Raymond, anche lui è un vecchio amico, fa parte del gruppo. Raymond è un tipo strano, che sembra vivere in un mondo tutto suo, ma Pete gli è molto legato. Quando i cinque si ritrovano al luna park, però, succedono cose strane. Raymond scompare misteriosamente. E anche Stella Ross, una ragazza del loro liceo diventata famosa, sparisce. Tutti pensano che i due eventi siano collegati, ma Pete vuole dimostrare a tutti i costi che si sbagliano.

Titolo: La cacciatrice di fate
Autrice: Elizabeth May
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2013
Sinossi: Edimburgo, 1844. La giovane Lady Aileana, figlia del marchese di Douglas, nasconde un segreto. Di giorno è una perfetta gentildonna, alle prese con gioielli, vestiti e feste scintillanti. Di notte è una spietata cacciatrice di fate. Da quando sua madre è morta per mano di una creatura soprannaturale, infatti, Aileana ha giurato vendetta e ha iniziato a combattere le fate insieme con l'affascinante folletto rinnegato Kiaran. Ed è proprio grazie a Kiaran che la ragazza scopre lo straordinario destino che la attende: lei è l'ultima cacciatrice, l'unica in grado di proteggere gli uomini la notte in cui tutte le fate si risveglieranno. La notte del solstizio d'inverno.

Titolo: Vita dopo vita
Autrice: Kate Atkinson
Editore: Nord
Numero di pagine: 534
Prezzo: € 18,90
Data di pubblicazione: Aprile 2014
Sinossi: In una gelida notte di febbraio del 1910, a Londra nasce una bambina. Il cordone ombelicale è stretto intorno al suo collo, e nessuno riesce a salvarla. Quella stessa notte, a Londra nasce una bambina. Il cordone ombelicale è stretto intorno al suo collo, ma il medico di famiglia, giunto proprio all'ultimo istante, lo taglia e permette alla piccola di respirare. Inizia così la vita straordinaria di Ursula Todd, una vita che, nel corso degli anni, verrà spezzata più e più volte, mentre l'umanità si avvia inesorabilmente verso la tragedia della guerra. Vita dopo vita, Ursula troverà la forza di cambiare il proprio destino, quello delle persone che incrocerà e quello del mondo intero?

Titolo: Allegiant
Autrice: Veronica Roth
Editore: De Agostini
Numero di pagine: 544
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 18 Marzo 2014
Sinossi: Allegiant è il finale mozzafiato della trilogia distopica che ha catturato milioni di lettori in tutto il mondo. Un amore travolgente, un’avventura al di fuori degli schemi. La realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più, cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante scoperta che “il sistema per fazioni” era solo il frutto di un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza non si lascia sfuggire l’opportunità di esplorare il mondo esterno, desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive marchieranno per sempre le persone che ama e ancora una volta Tris dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra l’amore e il sacrificio.